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Libri di golf, “Golf Italia”, agosto – settembre 2021

L’indiano e la freccia


Dopo tanti anni mi sono deciso a rifare il fitting e a svecchiare la mia attrezzatura. (È un po’ come questo blog: a volte vado a riprendere vecchi post ma ci trovo la polvere sopra e sento che devo fare qualcosa.)

Gli aiutanti magici sono stati due: Stefano e Armando. In un pomeriggio di qualche settimana fa, dopo una gara che avevamo fatto assieme e dove io avevo fatto qualche sciocchezza di troppo, di loro iniziativa e con santa pazienza hanno analizzato il mio gioco, i motivi per cui non funzionava e così via. Io, novello Pinocchio, ascoltavo quel gatto e quella volpe e capivo che esprimevano concetti corretti: al di là dei trecento difetti del mio swing, su cui posso intervenire sempre molto lentamente, l’idea era che l’attrezzatura non fosse più adeguata al Gianni di oggi.

Sì, perché dentro di me mi sono sempre dato arie da mizunista, con quegli MP – prima 57, poi 58 e infine 54 – bellissimi ma troppo, decisamente troppo difficili. E il driver, poi! Insomma: l’indiano, certo, […] continua a leggere »

Strumenti di precisione

Irons are control clubs. How far you hit a particular iron is irrelevant.
Philip Moore, The Mad Science of Golf

La versione breve di questo post è questa: i ferri sono strumenti di precisione, dove conta molto di più sapere la distanza che ciascun ferro ci permette di fare che non aggiungere qualche metro ai singoli ferri. Mooolto di più.

Per scendere nel dettaglio, dirò che sabato ne ho avuta la prova reale; ma per spiegarmi devo partire da lontano, ovvero da una decina di anni fa, quando il mio handicap e il mio gioco si erano sufficientemente stabilizzati e io avevo in testa dei numeri ben precisi per la distanza fatta per singolo ferro: 110 metri per il pitch, e da lì a salire di 10 metri per ferro, quindi fino ai 160 per il ferro 5. Qualche anno dopo, ovvero qualche anno fa, mi sono probabilmente allungato ancora un pochino e dunque partivo da 115. Per me questi erano numeri reali, gli stessi che ho usato in Campo pratica per illustrare come misurare la distanza effettiva con i ferri (e i legni).

Però… però la realtà, sempre molto prosaica e sempre poco disposta […] continua a leggere »

Libri di golf, “Golf Italia”, giugno – luglio 2021

È uscito il numero 7 di “Golf Italia”. Contiene le mie recensioni:

Bob Rotella con Bob Cullen, Il putt vincente è questione di testa (la mente guida il corpo nel tirare i putt);
Michael Calvin – Thomas Bjørn, Mind Game. The Secrets of Golf’s Winners (che cosa occorre per primeggiare a livelli altissimi?).

Come migliorare (in maniera decisa) un handicap basso

Roberto Guarnieri mi segnala questo articolo. È una lettura lunga, ma per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco – che presumo essere il lettore “ideale” di questo blog – ne vale decisamente la pena, perché offre molti spunti. Ne consiglio dunque caldamente la lettura. (Chi non dovesse conoscere a fondo l’inglese potrebbe avvalersi di strumenti come DeepL, che restituiscono un testo ovviamente non perfetto ma comprensibile.)

Espongo il mio pensiero a seguire, sperando che sia fruttifero per chi legge e – perché no? – ne nasca una discussione.

Innanzitutto, perché è così importante il livello zero di handicap? Perché qualunque golfista che diventi un po’ bravino vorrebbe arrivare a zero? Che cos’è, esattamente, questo zero? Per come la vedo io, è la rosa del Piccolo principe, è la balena bianca di Moby Dick, è l’obiettivo ultimo, il sogno di qualunque golfista, quel sogno quasi impossibile – e in quel quasi c’è tutto il suo fascino – di giocare ad un livello che in qualche maniera sia paragonabile a quello di un professionista. Che poi il fatto che il gioco di un handicap zero non sia paragonabile a quello di un […] continua a leggere »

Libri di golf, “Golf Italia”, aprile – maggio 2021

È uscito il sesto numero di “Golf Italia”. Contiene le mie recensioni:

Natasha Solomons, Un perfetto gentiluomo (che cosa manca ad un ebreo tedesco immigrato in Gran Bretagna per essere considerato veramente un gentiluomo?);
Tom Coyne, A Course Called America. Fifty States, Five Thousand Fairways, and the Search for the Great American Golf Course (cercare l’essenza del golf nei campi d’America).

Un giro basso e qualche spunto

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci […] continua a leggere »

Libri di golf, “Golf Italia”, febbraio – marzo 2021

È uscito il quinto numero di “Golf Italia”. Contiene le mie recensioni:

Stefano Ricchiuti, Golf, un gioco di testa. Psicologia e strategia sul campo da golf (allenare la mente per arrivare preparati all’appuntamento col campo);
James Ragonnet, Your Inner Golf Guru. Developing the Golf Instructor Within. The Science of Rethinking, Relearning, & Revamping Your Golf Swing (diventare l’accademia golfistica di se stessi, sulla base dell’idea che nessuno potrà mai sentire il nostro swing al posto nostro).

Le gare di golf in tempo di Covid

Innanzitutto: credo che di questi tempi poter prendere parte ad una gara di golf sia – a prescindere dal risultato – un grande privilegio. Questo è quello che mi è successo nel fine settimana del 20-21 marzo, oltretutto nel mio campo. Ne tratteggio qui qualche impressione.

Non ha molta importanza il mio risultato, anche perché si sa che nel golf you are your numbers e io ho fatto parecchi disastri. Ricordo un conoscente, tanti anni fa, che mi spiegava perché ne aveva tirati 83 e non 82, e mi raccontava una serie infinita di sue noiosissime buche e io non riuscivo più a sganciarmi. Ma tra un 82 e un 85, per dire, non c’è differenza alcuna: a livello dilettantistico la differenza può essere tra 79 e 80, e una differenza importante c’è tra un 72 e un 73, ma tutto il resto è solo fuffa che ci raccontiamo per darci delle giustificazioni.

Quindi non parlo del mio gioco, ma racconto qualche episodio. Sabato alle 7 sono al circolo, la temperatura è intorno allo zero. C’è quell’atmosfera di leggera tensione che si respira in questo genere di gare, acuita dal fatto che con il Covid non puoi […] continua a leggere »

Imparare a disimparare

Sono partito da un mio problema specifico.

Ma vorrei allargare il discorso a beneficio del lettore: perché si tratta di un problema proprio di qualunque golfista che giochi almeno da qualche tempo.

Il mio problema specifico è questo: non so fare draw col driver. Ma il problema generale è questo: quando giochiamo da un po’ di tempo (e a maggior ragione se giochiamo da tanto tempo, e a ragione ancora maggiore se pratichiamo tanto) si formano in noi degli automatismi di gioco, grazie ai quali non dobbiamo ogni volta pensare come si tira un bastone; ma semplicemente ripeschiamo in maniera automatica e inconsapevole le informazioni dalla memoria e le utilizziamo allo scopo. Chi più e chi meno a seconda del livello di abilità, ma questo vale per tutti.

Però… però quando abbiamo praticato a lungo un colpo specifico quello che sappiamo in maniera automatica può essere di grave intralcio, se non va nella direzione desiderata.

Nel mio caso il problema col driver mi è molto chiaro. Perché la teoria la so: fare draw col driver vuol dire allinearsi, per esempio, quattro gradi a destra rispetto all’obiettivo e avere la faccia del bastone che all’impatto punta due gradi a destra dell’obiettivo […] continua a leggere »