Gen 08

EM
Questo è un libro del 2011, che dunque il suo ciclo di vita l’ha già più o meno passato; ma io l’ho letto solo in questo periodo. Per questo ne parlo oggi.

L’ho trovata una lettura gradevole, utile per far conoscere al grande pubblico (anche, e forse soprattutto, extragolfistico) la storia sportiva e personale di Edoardo Molinari. Si legge in fretta, è piacevole e scorrevole.

Io, però, mi sarei aspettato qualcosa di più: se un appunto si può muovere al volume è infatti proprio quello di non andare troppo in profondità negli argomenti, ovvero nel dire cose che mediamente un golfista appassionato conosce già. Certo, è simpatico e “comodo” trovarle organizzate in un racconto, ma da una autobiografia del genere io mi aspetterei di conoscere dettagli sportivi più precisi e completi. Non dico di ricavare delle lezioni da applicare al proprio gioco, ma quantomeno di andare oltre alla superficie delle cose.

Vi ho trovato un solo errore di battitura (nulla di che), e una sola imprecisione (si parla di McIlroy e McDowell “entrambi ventenni” nel 2009). Ma insomma sono piccolezze che si perdonano facilmente a questo grande campione che ha scritto per l’Italia e per sé pagine bellissime di storia golfistica. E altrettante ne scriverà, questo è certo – basti pensare a quanto successo poche settimane fa.

Quindi anche se in parte superato dagli eventi, rimane un libro significativo nello scarno panorama della letteratura golfistica italiana.

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Gen 01

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L’anno inizia nei migliore dei modi per Campo pratica: ho avuto infatti nei giorni scorsi una piacevole conversazione telefonica con Massimo Scarpa. Di lui, oltre alla carriera da giocatore, conoscevo già l’ottima preparazione tecnica (senza voler togliere nulla agli altri commentatori, per me il massimo nelle telecronache di Sky è dato dalla coppia Grappasonni – Scarpa). In questa chiacchierata ho scoperto due cose nuove: la sua grande disponibilità e le sue risposte meditate.

A seguire quanto ci siamo detti; con un grazie a Massimo per essersi prestato a questo “gioco”.

E il seguito, ovviamente, è tutto nel suo libro, che consiglio caldamente di leggere.

Com’è nata l’idea del libro?

Lorenzo Dallari, all’epoca vicedirettore e responsabile per il golf per Sky, mi vedeva scrivere spesso – io scrivo molte relazioni tecniche relative al gioco dei ragazzi della Nazionale, perché mi aiutano nelle analisi di gioco – e mi chiese di fargli leggere quel che scrivevo. Lette le mie note tecniche (che ovviamente gli avevo passato depurate dai dati personali) mi disse: “Tu hai già pronto un libro”. Al che io risposi: “Mi sembra una follia”. Però fu una lucida follia, perché lui aveva capito che il libro era in effetti già scritto, perché esaminare gli swing dei ragazzi mi aveva permesso di elaborare una casistica dei difetti tipici riscontrabili nella maggior parte dei golfisti. E poi è stato molto divertente arrivare al prodotto finito.

La nuova teoria dello swing: che cosa cambia per l’insegnamento ai dilettanti?

Guarda, secondo me non cambia nulla: il concetto fondamentale è che ora abbiamo la diagnosi certa, però la cura non cambia. Non cambia perché richiede preparazione, istinto, capacità, intuizione. La macchina si limita a fare la diagnosi della malattia, e questa diagnosi ora è certa; ma la cura si basa sempre sull’esperienza del maestro.

E per il pro?

La stessa cosa. Con una piccola differenza: nel pro la diagnosi è più difficile, perché lo swing si avvicina alla perfezione e i difetti sono quindi minimi. In questo senso quindi le conoscenze attuali aiutano molto.

Quanto ritieni importante l’uso di strumenti quali Trackman o FlightScope per un dilettante?

Fondamentale nel momento in cui si hanno dei dubbi, per formulare una diagnosi certa; ma più di qualche volta gli errori dei dilettanti sono così evidenti che la tecnologia diventa superflua.
Il mio golf
Mark Broadie, in Every Shot Counts, dice — statistiche alla mano — che il gioco lungo è più importante del gioco corto e del putt per segnare uno score che sia il più basso possibile. Che cosa ne pensi?

È una domanda molto difficile. Tutti i giocatori, prima dell’uscita del libro, avrebbero detto che il gioco corto e il putt hanno un’importanza relativa maggiore. Gli stessi caddie, che sono fondamentali per la diagnosi (in quanto sono persone competenti senza essere coinvolti in maniera diretta nel gioco), avrebbero detto lo stesso.
Io credo nei numeri di Broadie, e ho il massimo rispetto per il suo lavoro, però penso che tra qualche anno lui dirà che non tutti i putt hanno lo stesso valore. Per esempio un putt alla 36ma buca per passare il taglio o alla 72ma per vincere hanno un peso specifico diverso rispetto a un putt sulla prima buca di una gara. Quindi anche la pressione e il battito cardiaco hanno il loro peso!

Puoi dare qualche suggerimento per il/la golfista seriamente intenzionato/a a migliorare il proprio gioco?

Mark Broadie si arrabbierà se mai dovesse leggere queste mie parole, ma credo che la maggior parte dei dilettanti abbia problemi non a iniziare, ma a chiudere la buca: quindi dovrebbe dedicare più tempo al gioco corto e al putt che non al gioco lungo. Se io e un neofita dovessimo fare da qui all’eternità una gara sul gioco corto e sul putt, è probabile che lui mi batta più di qualche volta; mentre se dovessimo fare la stessa gara sul gioco lungo è probabile che sia sempre io a vincere, perché ci sarebbe una grande differenza – molto difficilmente colmabile – sia dal punto di vista fisico che da quello tecnico.
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Quante volte la settimana dovrebbe praticare un dilettante?

Direi che tre volte la settimana possono bastare: due sessioni di pratica cui si aggiunge un’uscita in campo.

La preparazione fisica per il golf: quanto è importante, come va fatta.

È molto importante, perché star bene fisicamente ti permette di fare dei buoni score. La difficoltà consiste nel capire come va fatta. Bisogna che porti due cose: elasticità e velocità. Punto, non occorre altro. Tutto il resto è superfluo, oppure è sensato ma per target più importanti (ovvero nel caso dei pro). Non è che McIlroy giochi bene perché è preparato fisicamente: lui gioca bene perché ha delle qualità tecniche incredibili, e poi la preparazione fisica lo aiuta a rimanere in forma. Ma i bisogni di un dilettante in questo senso sono molto più elementari.

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Dic 25

Sono andato a verificare: in sette anni completi di blog e 345 articoli, non ho mai scritto qui il giorno di Natale. In parte è questo il motivo per cui oggi utilizzerò questo spazio solo per prendere commiato per quest’anno dai miei venticinque lettori.

Diciamo che da una parte mi sovviene Vittorini:

Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

E dall’altra William Stafford:

On those days I just lower my standards.
[In quei giorni, semplicemente, abbasso i miei standard.]

Che è la risposta del poeta agli amici che gli chiedevano, visto il suo personale impegno a scrivere poesie tutti i giorni, come facesse nei giorni in cui non era particolarmente ispirato. Mi rendo conto che aver preso l’impegno con me stesso di scrivere di golf qui tutti i venerdì del mondo può dare come risultato pezzi meno che memorabili. Ma fa parte del gioco (come tirarne 85, per dire: capita) e in fondo non importa: essere arrivato fino a qui è un bel traguardo di per sé.

E poiché adoro le citazioni ricorderò ancora le parole di Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950):

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

In pentola ci sono comunque temi interessanti – recensioni, interviste oltre ai “soliti” racconti delle mie epiche battaglie in campo pratica. Oggi ringrazio i miei lettori, ci vediamo il prossimo anno.

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Dic 18

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Oggi, grazie all’amico Roberto Guarnieri, sono lieto di offrire una chicca ai miei (ma è più opportuno dire “nostri”) venticinque lettori: una lunga intervista a Baldovino Dassù, vincitore tra le a ltre cose dell’Open d’Italia del 1976 a Is Molas. In poche parole un monumento del nostro golf.

Grazie quindi a Roberto per aver avuto l’idea e averla realizzata e a “Baldo” per essersi prestato di buon grado a questa conversazione a tutto tondo sul golf di ieri e di oggi. (Qui si trova l’audio dell’intervista.)

Rob: Che cosa ti ha spinto ad avvicinarti al golf da bambino?

Baldo: Mi hanno spinto i miei genitori. All’epoca era un gioco molto poco diffuso e conosciuto, per cui la maggior parte di coloro che iniziavano a giocare non lo facevano perché l’avevano visto in televisione o ne avevano sentito parlare, ma quasi solo esclusivamente se erano figli di golfisti.

Rob: Chi è il golfista che nei tuoi anni di formazione ti ha ispirato di più? Perché?

Baldo: Io sono del ’52, ho iniziato a giocare agli inizi degli anni Sessanta…

Rob: … ecco, adesso con Internet, la televisione, i giornali che girano è più facile ispirarsi a Bubba Watson piuttosto che a Tiger Woods, ma all’epoca…

Baldo: All’epoca i nomi che giravano erano quelli del personaggio che ha creato il golf professionistico negli Stati Uniti, ovvero Arnold Palmer, e poi era nota la sua rivalità con Jack Nicklaus.

Rob: Le informazioni arrivavano…

Baldo: … le informazioni arrivavano solo ed esclusivamente attraverso “Golf Italiano”, che era l’unica rivista del settore in Italia, rivista gestita a Roma da Franco Bevione, un famoso giocatore dilettante di quell’epoca.

Rob: È una domanda che ti avranno fatto mille volte, ma puoi raccontare i tuoi ricordi della vittoria all’Open d’Italia del 1976?

Baldo: Fu molto piacevole, anche perché venivo dalla vittoria due settimane prima del Dunlop Masters in Galles, ed era la prima volta che un giocatore italiano vinceva nei paesi anglosassoni. Per cui sono arrivato a Is Molas, campo che non conoscevo (era appena stato aperto), abbastanza fiducioso nelle mie possibilità, molto positivo – e in effetti poi ho vinto.

Rob: Parliamo adesso di Tour: com’è cambiato dal periodo tuo a oggi?

Baldo: È cambiato tutto. È cambiata la quantità di soldi.

Rob: Adesso hanno le courtesy car e tutte queste cose qui.

Baldo: È cambiata moltissimo l’organizzazione, nel senso che quando tu fai parte del Tour oggi tutti i problemi inerenti agli spostamenti, alla logistica eccetera sono risolti dal Tour stesso: per cui è molto più facile organizzare la tua attività. All’epoca il Tour si svolgeva in meno paesi ed era molto meno organizzato.

Rob: Anche gli spostamenti…

Baldo: … gli spostamenti erano a carico tuo, dovevi organizzarti. Io facevo migliaia di chilometri, perfino in macchina; pensa solo a quanto costavano i voli all’epoca, per cui volare diventava anche un impegno economico non indifferente. Mi ricordo che l’Alitalia per un certo periodo – meno male – ci aveva dato una mano.
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Rob: Sempre a proposito di cambiamenti, veniamo ai nuovi materiali. Hanno contribuito a rendere più facile il gioco, ma anche – però è una mia opinione personale – a cambiarlo radicalmente. Tu che cosa ne pensi?
Baldo: Come in altri sport, tipo il tennis, i materiali hanno cambiato in modo molto importante il golf odierno. Tanto per darti un’idea: ai miei tempi quando un professionista giocatore aveva la sventura di danneggiare il driver, che all’epoca era di legno con shaft solo ed esclusivamente di acciaio…

Rob: Prima di ritrovarne uno uguale…

Baldo: No, era impossibile ritrovarlo uguale, anche perché la testa veniva rifinita a mano da persone specializzate. I più famosi driver dell’epoca per la piacevolezza del design e per la qualità del legno che usavano erano i famosi Mac Gregor e subito dopo i Toney Penna. Se si rompeva il driver era una tragedia: c’erano giocatori che nel momento in cui rompevano il driver lo tenevano insieme con una serie di viti degna del miglior mobiliere di Cantù; se invece era irrecuperabile era una danno paragonabile alla perdita del coniuge [ride]. Quindi oggi hai una tale possibilità di attrezzarti con materiale che va incontro alle tue caratteristiche che mi vien da ridere solo all’ipotesi di poter fare un paragone.

Rob: Anche perché i materiali nuovi danno delle prestazioni migliori. Non c’era gente che faceva trecento e passa metri: ma non perché non erano capaci, perché…

Baldo: La preparazione fisica non era prioritaria come oggi, dopodiché esistevano per vocazione o per natura dei professionisti che indubbiamente già all’epoca erano degli atleti. Il Greg Norman di vent’anni non aveva niente da invidiare a moltissimi giocatori di oggi di vent’anni; anzi forse era ancora meglio. Veniva dal nuoto e aveva quindi un fisico eccezionale e una potenza spropositata.

Rob: Tra l’altro se non ricordo male Norman era uno di quelli che aveva iniziato il golf non da piccolo.

Baldo: Più avanti, sì. Leggevo proprio un articolo in tempi recenti, non mi ricordo dove, dove qualcuno secondo me intelligente sostiene che fino a una certa età non è assolutamente necessario dedicarsi al 100% a uno sport come il golf, ma è anzi bene praticarne altri che ti formano molto di più sia sotto il profilo mentale che sotto quello fisico. Lo stesso Spieth ha praticato a livello serio sport come baseball e basket, come normale in America.

Rob: Succede in America. Lì partono che sono potenzialmente dei buoni giocatori per due o tre sport, poi a una cera età scelgono…

Baldo: … scelgono dove finire. Però il fatto di averne praticati altri li avvantaggia, proprio perché fisicamente sei più preparato. Nicklaus comunque, con i materiali di una volta, dallo stesso tee di oggi alla 18 di Sant Andrews, e questo me lo ricordo benissimo, si levò il maglione – aveva bisogno di far 3 per andare al playoff contro Dough Sanders, che aveva sbagliato un putt da un metro all’ultima buca – e drivò nel raffetto oltre il green con le palle di allora: perché oggi si parla tanto di bastoni, ma un ferro 7 di oggi grossomodo equivale a un ferro 6…

Rob: Sono cambiati anche i loft.

Baldo: Sì, sono cambiate anche le lunghezze degli shaft, quindi diciamo un ferro 5 e mezzo dell’epoca, ma la vera differenza – quei dieci/quindici metri in più – la fa la palla.

Rob: A parte che questa cosa dei materiali va a impattare anche sui campi. Io ricordo per esempio quella celebre fotografia che qualsiasi golfista conosce del ferro 1 di Hogan alla 18 di Merion: dopo tanti anni, Merion hanno cominciato a riutilizzarlo solo qualche anno fa, quando hanno fatto le modifiche per allungarlo Nello US Open in cui ha vinto Justin Rose ha giocato driver e ferro 5, Hogan all’epoca aveva giocato driver e ferro 1. Da lì, appunto con l’avvento dei nuovi materiali, tanti campi come Merion – che era un campo famosissimo – non sono più stati usati, perché sarebbero stati ridicolizzati.

Baldo: Sì, anche Augusta hai visto che hanno spostato i tee molto indietro.

Dopodiché cosa succede? Che gli score salgono solo in occasione dei major dove, al di là dei metri, il campo è reso praticamente impossibile con la larghezza dei fairway, l’altezza del rough, la velocità dei green e altri elementi. È chiaro che quanto un professionista tira un drive a 300 metri e fa le distanze che fa con tutti i ferri nella sacca, la distanza è l’ultimo dei problemi, cioè non frega niente. Nel golf professionistico moderno, innanzitutto, dovrebbero scomparire i par 5.

Rob: Come fanno allo US Open, che prendono un par 72 e due par 5 li fanno diventare par 4.

Baldo: Già. Ma in teoria potrebbero essere quattro. Anche perché tutte le buche sotto i 560 metri – calcolando un secondo di 260 metri – dovrebbero essere par 4. Cioè non vedi mai un professionista di oggi che a un par 4 ha in mano un ferro lungo, a meno che non ci sia il vento a 100 all’ora. Anzi devo dire che, un po’ per il modo in cui si gioca, dove la priorità è data dalla distanza, e anche in parte per il fatto che la palla moderna è un po’ meno manovrabile che quella in balata di una volta (spinna meno), la gente tende a tirarla dritto per dritto e massacrarla anziché lavorarla. Una volta col drive in legno e il vento contro o tu la tiravi col volo destra sinistra o perdevi troppi metri. Se poi per assurdo la tagliavi un po’ ti tornava sui piedi. Proprio non era previsto.

Rob: Cosa pensi della tecnologia applicata al golf? E qual è, a tuo parere, il confine tra arte e scienza/tecnica in questo sport?
Baldo: È una bella miscela. La tecnologia odierna permette sia all’atleta di alto livello che all’allenatore di avere la conferma precisa della diagnosi che fa, cosa che ai miei tempi si basava sul volo della palla e basta, per di più con la premessa che si attribuivano al volo della palla elementi diversi di quelli di oggi.

Rob: La tecnologia è quello che ci ha portato a capire il D-Plane, che per certi versi ci ha sconvolto…

Baldo: Certo. Per anni si è sostenuto che la palla partiva in direzione della traiettoria del manico e poi era la posizione della faccia che influiva sull’effetto; oggi quando si dice che la palla parte all’85% in relazione alla posizione della faccia e la palla gira ovviamente quando il manico diverge da quella posizione, è ben diverso il ragionamento! Questo diventa un aiuto incredibile, specialmente a livello mentale per il professionista giocatore, diventa un aiuto enorme per l’allenatore che lavora con gente i cui errori a occhio non li percepisci assolutamente. Quando hai davanti a te un professionista che non sta giocando bene sfido chiunque a fare una diagnosi così scontata. Col cavolo! Dopodiché resterà sempre un’arte: perché tu puoi mettere insieme uno swing che è corretto sotto il profilo tecnico, ma poi devi giocare. Tra swingare e giocare c’è un abisso, e molta gente forse non capisce quello: che il golf non è mettersi in campo pratica.

Rob: Possiamo dire che è come la differenza che c’è tra sapere a memoria le note e suonare una sinfonia: suonare il pianoforte non vuol dir sapere a memoria una serie di note.

Senti, e invece per quello che riguarda la tua attività di progettazione campi?
Baldo: Grazie alla situazione economica ha avuto un bello stop! [ride]

Rob: È quello che stavo pensando esattamente in questo momento.

Baldo: Devo dire che io in pratica ho smesso di giocare dopo che avevo provato a fare il Senior Tour nel 2003 con risultati non certo eclatanti (ma comunque ero rimasto nei primi venticinque, avevo rischiato di vincere un torneo, insomma ero relativamente soddisfatto anche perché erano quindici anni che non giocavo più sul serio), e non ho giocato l’anno successivo per costruire il campo all’Argentario sperando che mi avrebbe dato un po’ di visibilità e quindi incarichi successivi; sono riuscito addirittura a vincere la gara indetta dalla Federazione per il campo che avrebbe dovuto essere il campo federale a Roma, che poi non è stato purtroppo mai realizzato perché è iniziato il periodo difficile; e il mio lavoro si è abbastanza interrotto.

Rob: Sono iniziato gli anni bui.

Baldo: Sì, ho lavoricchiato a livello di modifiche.

Rob: Cervia, no? Se mi ricordo bene.

Baldo: Ma era precedente. Tutta roba precedente all’argentario che ho costruito insieme a Brunico. Ecco, Brunico l’ho costruito insieme all’Argentario nel 2004: è stato l’ultimo anno in cui ho fatto qualcosa.
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Rob: Cambiamo argomento. Che cosa si può fare, a tuo avviso, per rendere il golf più popolare, più diffuso? Una volta forse era meno conosciuto, più elitario, una volta forse i campi prima di entrarci a giocare c’erano difficoltà…
Baldo: Guarda, è strano. Una volta certamente era più elitario nel senso che giocava meno gente; ma che fosse poi costoso come accade in alcuni posti oggi no, non lo era.

Rob: Cioè tu dici che era difficile accedervi, però una volta che eri riuscito a entrare non era poi una cosa…

Baldo: Era difficile perché… prima di tutto non sapevi cosa fosse – non so, sarebbe come parlare della pelota basca in Italia oggi (ammesso che ci giochino) –, era uno di quegli sport che se tu chiedevi a dieci persone che cos’era, probabilmente sette non sapevano nemmeno che cavolo fosse. Quindi era molto elitario in quel senso. Poi si è cominciato a vendere la pubblicità in televisione agganciata al golf dipingendolo come il gioco della gente che poteva, che faceva, che dava sta patina di figosità. E allo sono stati aperti molti campi con un’impostazione diversa, costosa, elitaria più che altro nel senso economico. Mentre prima era elitaria nel senso che per entrare in un clubbino, che poteva essere Stresa piuttosto che altri all’epoca, dovevi essere votato.

Rob: È quello che succede anche adesso, solo che adesso si va più per scontato – nel senso che ci deve essere la presentazione di due soci, però i due soci sono i primi due che passano di lì adesso.

Baldo: Esatto. All’epoca era lo stesso, nel senso che se tu non eri Vallanzasca non vedo perché avrebbero dovuto votarti contro. Non c’era ragione. Ma era soprattutto un gioco di veri appassionati: non c’era una gran ostentazione. Quindi le club house erano relativamente modeste. I servizi: io ho cominciato a giocare all’Ugolino, dove i miei genitori erano diventati soci pur non essendo a livello economico assolutamente miliardari, ma nessuno si sognava di avere quattro persone in segreteria, quello che puliva le scarpe, tre persone in livrea al ristorante… Tutte cose che ho visto dopo senza neanche capirne l’esigenza. Non c’entra niente: io immagino che al giorno d’oggi quel tipo di impostazione da appassionati si noti ancora in altri settori. Io mi immagino che nei posti dove vanno gli appassionati di cavallo non chiedano il cameriere in giacca bianca.

Rob: Quello fa parte del corollario che purtroppo poi eleva i costi alla fine.

Baldo: Non solo, ma ti fa arrivare in molte strutture della gente che arriva lì per della ragioni che con la passione del golf non c’entrano niente. E son quelli che alla fine ti rompono anche le scatole: son quelli che si lamentano, che se la tirano, non ti portano niente.

Rob: Come vedi il golf professionistico in Italia? I giovani? Quali opportunità abbiamo?

Baldo: Io vedo tanti ragazzi che hanno un bel potenziale di gioco. Gente che ormai non conosco più per ragioni anagrafiche, perché sono tanti, perché si gioca un po’ ovunque. Chiaramente ho visto giocare in televisione i vari Molinari, Manassero, quelli che sono sul Tour maggiore. Conosco meno quelli che giocano sul Challenge o addirittura sull’Alps. Però indubbiamente abbiamo dei bellissimi potenziali e direi di riflesso, giudicando i risultati, vuol dire che abbiamo dei tecnici più che validi, perché non è che questi giocatori nascono tutti baciati dal talento. Quindi vuol dire che sono seguiti e ben gestiti nella loro formazione come giocatori. Da lì a riuscire a stare tra i primi al mondo è dura: cioè capisco che tutto il mondo è abbastanza grande, si gioca a golf ormai un po’ dappertutto – se non sbaglio c’è addirittura un giocatore indiano che è diventato fortissimo – quindi nei paesi emergenti – Russia, Cina – immagino che nel prossimo futuro usciranno dei fenomeni, come le ragazze coreane che in America stanno sbancando abbastanza. E quindi se un italiano, giudicando poi come è esiguo il nostro parco giocatori, riesce a essere nei primi cento al mondo è un marziano.

Manassero ha ottenuto dei risultati straordinari, ha battuto tutti i record per un ragazzo della sua età: veramente eccezionale.

Rob: Lui ha avuto adesso un periodo di calo, non ho capito bene se fisiologico o dovuto a che cosa.

Baldo: Non lo so.

Rob: Lui ha iniziato praticamente a tre anni, quando aveva il biberon in una mano e il bastone nell’altra e poi magari arrivi a un certo punto che è fisiologico che si prenda un attimo una pausa.

Baldo: Ti dico, per dire qualcosa dovrei conoscerlo meglio. Io l’ho incontrato tre volte, mi è sembrato una bella persona, equilibrato, una persona molto solida a livello mentale, l’ho visto giocare pochissimo però i risultati parlano: quello che ha fatto lui nei primi anni da professionista è impressionante. Veramente. Questa flessione nel suo rendimento non so a che cosa attribuirla. Per quanto ne so potrebbe essere dovuta anche a delle ragioni che nulla hanno a che vedere col golf.

Rob: È quello che pensavo anch’io: nel momento in cui ha mollato un attimo la pressione…

Baldo: Non lo conosco, quindi non lo so. Ci sono tanti componenti (guarda il rendimento di Tiger dopo il divorzio): uno può andare in crisi non per come stacca il bastone nel backswing, ma per delle ragioni che col golf non c’entrano niente.

Volevo ancora spendere qualche parola su quel che mi avevi chiesto prima, che cosa si può fare per aumentare il gioco. Partiamo dal presupposto che non siamo un gran paese di sportivi.

Rob: Siamo un paese di tifosi…

Baldo: Siamo un paese di tifosi, e mi sembra ci sia una bella differenza. Sedersi allo stadio è molto meno faticoso che stare in campo, in qualunque sport. Non c’è tutta sta passione, forse mancano le strutture. Io ho sempre attribuito questa nostra formazione scarsamente sportiva alla scuola: nel nostro sistema educativo, a differenza dei paesi anglosassoni, lo sport non ha mai avuto una posizione significativa.

Rob: Noi abbiamo l’ora di ginnastica, ma è più vista come un’ora di tempo libero.

Baldo: Sì, equivale a un’ora di religione. Poi non so che cosa venisse, forse storia dell’arte. Quindi cosa ci si aspetta? Per anni si è detto che ci voleva il personaggio trainante. Ma abbiamo avuto un Rocca che ha fatto miracoli, abbiamo avuto i due Molinari in Ryder Cup, abbiamo vinto la Ryder Cup.

Rob: I Molinari che vincono la World Cup…

Baldo: Che cosa ci vuole, che il Papa cominci a giocare a golf? Forse il nostro è un paese dove l’unica speranza è che il papa si dia al golf, che prometta il paradiso a tutti quelli che prendono l’handicap! [ride di gusto]

Rob: Io direi che sei stato più che gentile a prestarti a questa cosa, e ti ringrazio.

Dic 11

Quando ho preso per la prima volta in mano un bastone da golf, il 7 febbraio 2004, avevo la testa sgombra da qualunque pensiero. C’era l’imbarazzo di trovarmi in un luogo sconosciuto a compiere un gesto del tutto innaturale, certo; e c’era il ritorno, dopo tanti anni, a qualcosa che assomigliava ad uno sport; ma per il resto la situazione era come la pagina bianca per lo scrittore.

Poi col tempo sono venute tante altre – mille – cose che del golf fanno contorno. Ad un certo punto, dopo l’estate del 2009, mi è stato chiaro che non mi bastava più fare del golf un bel gioco, ma volevo andare oltre, pavesianamente volevo mangiarmi una collina, volevo essere bravo, volevo diventare bravo, volevo diventare il golfista migliore che avrei potuto diventare.

E a quel punto sono cambiati i confini del mio golf, perché inevitabilmente sono venute tante altre attività collaterali che sono di fatto necessarie per raggiungere il tuo massimo teorico. Ne elenco qualcuna.

L’aspetto psicologico. Fondamentali sono state in questo senso per me le clinic tenute da Andrea De Giorgio, dove Roberto Cadonati ha portato certamente un valore aggiunto – grande. (Oggi ricordo con grandissima nostalgia e piacere immenso le clinic di Agadir, un misto di amicizia, competizione e tecnica, una delle espressioni più belle del golf secondo me.) Poi naturalmente un grande supporto me lo hanno dato i vari Rotella, Csikszentmihalyi, Guadagnoli, Cohn, Bell eccetera.

Il pilates. Luciano!

La forma fisica in genere. Se io potessi fare oggi una gara di corsa o di bici con il me di vent’anni fa, quand’ero al mio teorico massimo fisico, vincerei io – per distacco o per abbandono – dieci volte su dieci.

Il clubfitting. (Federico Panetta, ovvio.)

Et cetera.

Be’, questo lunghissimo preambolo per dire che ieri ho aggiunto un altro tassello: una visita dall’osteopata. È qualcosa che sta ai confini tra il golf e la salute, o meglio abbraccia entrambi gli aspetti. Degli effetti e dei benefici non so ancora dire ora, e del resto dell’osteopatia conosco pochissimo, ma mi è sembrato che potesse essere qualcosa che in qualche modo sarà utile.

Ne dirò in futuro, certamente; ma per ora ho scoperto alcune cose interessanti. Che ho una leggera scoliosi verso dx nella parte alta della colonna, e di conseguenza, che la spalla dx è più alta rispetto alla sx (dovrebbe essere il contrario). (Ho pensato ai miei genitori, bravissime persone, e alla differenza con cui queste cose sono state trattate in me bambino rispetto a quello che noi facciamo per le nostre figlie. Non gliene voglio per questo, sono cose differenti, generazioni differenti, accenti differenti sulle stesse cose.) Che l’anca e il piede sx lavorano male. Che ho una metatarsalgia.

Sono cose interessanti. Scoperte che si fanno. Anche questo è golf, dopotutto.

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Dic 04

Oggi la prendo un po’ da lontano, ma è che vorrei capire. Quindi avverto il lettore che questo è un post lungo, molto personale e che potrebbe risultare noioso. Ma è importante per me, per cercare di dare un significato al golf, a qualcosa che a volte pare sfuggirmi dalle dita.

La mia tecnica si affina costantemente e me ne rendo conto. Non è la tecnica il problema. Sto diventando bravino, sto facendo i passi giusti, entro i 55 anni arriverò all’agognato handicap zero. (Perché quella è la mia meta, una meta che non ha significato per nessun’altro che per me, ma ciò mi basta. Autotelicamente parlando sono a posto.)

Ieri ho guardato questo video di Jonathan Wallett, il quale dice che la falsa credenza di cui fu vittima, trent’anni fa, quando stava tentando di prendere la carta per il tour europeo, fu quella di ritenere che tirare milioni di palle dall’alba al tramonto per costruire uno swing assolutamente ripetitivo fosse la strada verso il successo. Tuttavia ciò non funziona, prima di tutto per gli aspetti mentali del golf giocato. E la soluzione sta nella pratica creativa; ma io in questo sono abbastanza a posto, e per questo dico che non è questo il problema. (Certo, mi manca un milione di cose circa – un coach che mi segua, la tecnologia adatta, il Trackman sotto il cuscino eccetera –, però questa è un’altra storia e ne parlerò in un altro momento.)
ricominciare
Ma la testa a volte non è sgombra. In parte probabilmente è questione di carattere: i problemi di lavoro o personali sono inevitabili (sono segni che siamo vivi, dopotutto – chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia), ma io tendo a prendere tutto di pancia, a interiorizzare qualunque cosa, a immaginarmi paure e così via. Il risultato è che ogni tanto delle piccolezze condizionano la mia pratica, o più in generale il mio tempo al golf, o più in generale ancora il mio rapporto col golf.

Mi viene in mente il mio dolce mito, che dopo il 1953 – se dovessi scegliere una data precisa direi dopo il 22 luglio 1953, giorno della famosa parade in Manhattan – aveva nei fatti terminato la sua carriera. (Ed era ben più giovane di quanto sia io ora!) Vinse ancora un paio di volte in seguito, ma di fatto quella parata fu il riconoscimento di qualcosa di compiuto, terminato, concluso; poi ci fu la Ben Hogan Company, e il golf professionistico (pare quasi un sacrilegio a dirsi, ma è così) passò in seconda linea nella sua vita.

(E io quando penso al mio golf non penso solo al golf giocato, ma penso anche al golf scritto, a quel che posso dare come penna.)

In sostanza ritorno al discorso delle motivazioni di cui parlo ogni tanto qui. E ne parlo perché è centrale per me. E non potrebbe essere diversamente, visto il numero di ore e di pensieri che dedico al golf. Detto in maniera differente e ridotto all’osso, il discorso relativo alle motivazioni è questo: è sensato, in un pomeriggio qualunque, prendere la strada che mi porta a Carmagnola più di quanto non sarebbe sensato che so, andare a fare la spesa con mia figlia, passare del tempo con i miei genitori e più in generale occuparmi d’altro? Ecco, io una risposta precisa a questa domanda non l’ho. O meglio, in alcuni giorni trovo difficile rispondere. (In alcuni giorni la risposta è chiara: non vale la pena, e infatti faccio altro.) Questo è il problema nella sua essenza.

Un indizio: il circolo è a 20-25 minuti di macchina, ovvero un tempo non lungo ma nemmeno minimo. (Fino all’anno scorso i minuti erano 10-15, e la differenza può non apparire grande cosa: ma se moltiplichi 10 minuti per millanta giorni ottieni qualcosa con un peso specifico.) In macchina da solo mi sento quasi prigioniero, mi sembra tempo buttato proprio. (Sono sensazioni, non è detto che la cosa debba avere valenza generale ovvero essere vera – è soggettivamente vera per me.)

Altro indizio: quello era il mio circolo, questo è il mio. E il mio circolo di oggi mi piace, è molto competitivo (che è la ragione essenziale per cui ho cambiato), ma le connessioni richiedono tempo (per me tanto tempo, essendo la mia natura lenta).
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(Vorrei una zona approcci più stimolante, e un driving range con più target più visibili. C’è molto lavoro da fare in questo ambito, ma qui vado fuori tema. Anche questo è argomento per un altro post.)

Cioè in parole povere giro intorno alle mie motivazioni e non riesco mai ad andare davvero alla radice dei motivi. Continuo a pensarci, a scriverne ma giro in tondo.

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Nov 27

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Il golf, in questo periodo dell’anno, giocoforza rallenta. Diminuisce la temperatura, diminuiscono le ore di luce, aumenta in parallelo lo sforzo necessario per uscire di casa e affrontare i rigori dell’inverno. Insomma devi essere molto motivato per tenere alta la guardia.

La luce, soprattutto. Ricordava Ben Hogan:

The only thing golfers really need is more daylight. There isn’t enough time during the day to practice and play, to key one’s game up to where it should be.
[La sola cosa di cui il golfista ha realmente bisogno sono più ore di luce. Non c’è abbastanza tempo durante il giorno per praticare e giocare, per portare il proprio gioco dove dovrebbe essere.]

In più mi accorgo che col passare degli anni anche il freddo diventa meno sopportabile. Certo, alla fine sono tutte scuse, si capisce; ma scuse che hanno un perché.

E poi mi sembra che questo periodo dell’anno renda tutti più malinconici. David Owen:

Quite a few members of my golf club think our course is closed for the season. That’s good, because it keeps most of the complainers at home, but even without them golf is becoming problematic. By the time the frost has melted, there’s not a lot of daylight left.
[Un numero significativo di membri del mio circolo pensa che il percorso sia chiuso per l’inverno. Questa è una buona cosa, perché tiene molti piagnoni a casa, ma anche senza di loro il golf è problematico: quando la brina si è sciolta non rimane molta luce del giorno.]

John Updike aveva scritto cose interessanti. Io avevo scritto qualcosa qui.

Sta finendo la mia stagione di golf numero dodici, inizierà presto la numero tredici; ma da qui a inizio marzo sarà lunga… Prossima fermata Sanremo, a fine gennaio. Per il resto, quando la temperatura lo permette (almeno 5 gradi, al di sotto non è produttivo né divertente), quel po’ di pratica che basta – quella che la poca luce permette – e qualche partita con gli amici: il golf invernale è questo.

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Nov 20

Edoardo Molinari
Be’, io ho provato un’emozione, ieri.

Quel che ha fatto Edoardo Molinari – prendere l’ultimissimo posto dell’ultimo treno per l’European Tour – dice tanto del carattere del giocatore. È una bella storia da raccontare e da ricordare. Ieri aveva segnato un doppio bogey alla sua quinta buca, il che lo poneva di cinque colpi fuori dal taglio. Cinque colpi da recuperare in tredici buche… non bruscolini. Ma ha subito reagito con un birdie alla buca successiva, e poi con altri quattro nelle sue seconde nove per entrare nel taglio col numero massimo di colpi necessari.

Su Twitter ha chiosato:

Call it destiny, guts, hard work, desire or simply luck…but this 32 on the back nine is second only to my back nine in Gleneagles in 2010!

E il commento più bello a mio avviso è stato quello di Gonzalo Fernández Castaño:

As I told you a few weeks ago: form is temporary, class is permanent. #bravo

Un giorno un amico mi disse di averlo incontrato al supermercato, e ovviamente avergli fatto i complimenti per il gioco. Ecco, con un personaggio così mi piacerebbe passare del tempo, sentirlo raccontare di golf ma non solo. Perché ieri ha fatto molto di più di un giro di golf: ha segnato una strada, ha dato l’esempio per tutti noi, ha fatto vedere che il lavoro duro paga.

E poi mi è anche venuto in mente quel giorno di sei anni fa, un’altra bella pagina di golf. Ma del resto la sua carriera è lunga e contiene tanti episodi significativi. Alti e bassi, ma sempre con emozione e partecipazione.

Edoardo Molinari, grande talento e soprattutto grande lavoratore. Call it a day.

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Nov 13

Oggi propongo ai miei venticinque lettori un altro interessante pezzo di Roberto Guarnieri (sul quale si veda qui e qui) alle prese con uno strumento di chiaro futuro per il golfista, il K-VEST. La parola a Roberto.


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Era da un po’ di tempo che volevo trovare qualcosa che fugasse i dubbi – ricorrenti – sul mio swing.

Quando le cose vanno bene non ci preoccupiamo, anzi crediamo di essere pronti per giocare sul tour; ma appena incappiamo in qualche giro fatto male ricadiamo nel baratro e riemergono i soliti dubbi su tecnica, sequenza, elasticità, forma fisica eccetera. Anch’io sono così, e forse mi sono messo nei pasticci da solo: perché durante una stagione golfisticamente decorosa ho voluto migliorare il migliorabile senza aspettare il solito calo di performance.

Come? Ho scoperto che un circolo a pochi chilometri da casa utilizza il K-VEST del quale ho sentito spesso favoleggiare. Dopo un paio di telefonate per raccogliere informazioni e qualche chiacchierata fatta con i soliti fidati amici professionisti per sentire le loro opinioni il risultato era più o meno unanime: da prendere non come se fosse il vangelo, non ti servirà per giocare qualche colpo in meno ma per avere una miglior conoscenza del tuo swing – insomma me lo consigliavano tutti. Telefono e prendo appuntamento con Giovanni per una sessione di un’ora.

Prima di iniziare a parlare della “lezione” vera e propria è opportuno e interessante spendere due parole su cosa è e cosa fa il K-VEST. Sostanzialmente consiste in una serie di sensori che inviano segnali al computer; questi sensori vengono attaccati al corpo per mezzo di una cintura per la misurazione pelvica, un top da mettere sulle spalle per la misurazione del torso e un sensore da infilare sotto il guanto sul dorso della mano. I dati che se ne ricavano sono la velocità di rotazione espressa in gradi delle parti misurate e gli angoli del corpo partendo dallo stance per tutta la durata del movimento. Una vera montagna di informazioni.
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La calibrazione del sistema richiede una decina di minuti circa, in piedi di fronte al sensore che riceve i dati collegato al computer. In pratica il tutto serve a far capire al computer dove mi trovo esattamente rispetto a lui, cioè a fare una specie di perimetro del mio corpo, identificando la mia sagoma e quindi dove sono collocati i sensori che mi sono stati applicati rispetto a questa sagoma e che poi si muoveranno.

Fatta questa calibrazione, sullo schermo appare la sagoma colorata del torso, delle gambe e delle mani che effettivamente inizia a muoversi in sincronia con me. Da notare che abbinate al K-VEST ci sono anche un paio di telecamere che registrano il mio swing, sia dalla front view che down the line.

Inizio a tirare qualche palla non tanto per scaldarmi (mi ero già scaldato prima), quanto per abituarmi a swingare con tutti quei sensori addosso. Confesso che mi ci sono voluti almeno una decina di swing prima di cominciare a sentirmi a mio agio e poter fare un paio di colpi che valessero la pena di essere analizzati: tanto che i primi tre colpi sono stati tre orrendi shank che mi hanno fatto pensare “ma che ci sono venuto a fare qui”. Guardo atterrito Giovanni che mi rassicura con un “tranquillo, succede a tutti”.
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Acquisiti i dati di qualche colpo fatto in maniera decente passiamo all’analisi, oddio chissà che esce fuori, la macchina sarà impietosa… Ascolto con curiosità e interesse Giovanni che con pazienza mi sciorina l’analisi dettagliata di una dozzina e più di grafici i quali contengono i movimenti di bacino, tronco e mani. Il risultato finale è più o meno quello che i miei amici pro avevano previsto dicendomi che non potevo discostarmi più di tanto da un movimento dalla sequenza corretta.

In un’altra pagina vengono riportati i dati dei punti chiave del mio swing di fianco a quelli della finestra di riferimento, che non è altro che la media dai giocatori del PGA Tour. Il paragone lo fa subito il computer, se il dato è all’interno della finestra ė in verde e se invece è fuori appare in rosso. Giovanni mi tranquillizza facendomi notare che parecchi numeri “rossi” in effetti si discostano di qualche grado se non addirittura di uno solo. La percentuale di numeri verdi è di circa il 70%, e molti dei rossi sono fuori di poco.

Cosa fare? Lavorare come un matto per inseguire la chimera di avere tutti i numeri in verde oppure decidere che tutto sommato va bene così e focalizzare l’attenzione sul parametro che si discosta maggiormente? Il buon senso vuole che opti per la seconda soluzione: dall’analisi risulta che il mio Upper Body Turn all’impatto è di soli 8° mentre la finestra dei pro è 26° – 34°. Prima di andarmene Giovanni mi da un paio di drill sui quali avrò da lavorare per i prossimi mesi prima di ritornare per un’altra sessione con il K-VEST e verificare se il lavoro ha dato i risultati sperati.
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Ora ho due serie di dati da incrociare che riguardano il mio gioco: quelle del K-VEST e quelle del Trackman fatto l’estate scorsa. Del Trackman posso dire che misura circa una ventina di dati, ma tutti riferiti dal momento dell’impatto in avanti sia della testa del bastone che della palla. In buona sostanza è ottimo per misurare il risultato finale dello swing (il famoso “moment of truth” – perfetto per il fitting dei bastoni), mentre il K-VEST non dice niente di quest’ultimo ma dice tutto o quasi su quel che succede prima e dopo.
A mio parere l’abbinamento di queste due apparecchiature è eccezionale per chi ha voglia di approfondire la conoscenza del proprio swing. Ovviamente bisogna affidarsi ad un professionista qualificato in grado di leggere tutte le informazioni prodotte dai due sistemi.

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Nov 06

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Puntuale come le tasse, terminata la stagione a inizio novembre arrivano le considerazioni sul mio anno golfistico appena trascorso. (Qui il 2014, che contiene anche i rimandi agli anni precedenti.)

L’handicap è rimasto sostanzialmente stabile (3,6 a inizio anno, 3,9 il dato attuale), ma con una stagione a due facce: ottima fino a giugno, con una discesa costante fino a 3, e deludente per il resto, con troppe virgole e motivazione altalenante.

A seguire gli obiettivi che mi ero dato per quest’anno, e considerazioni relative:

– handicap 2 virgola stabile
NO: ho avuto la possibilità di arrivare a 2,9, ed è tutto. Vale per il 2016.

– riprendere l’ordine di merito
NO: e nemanco mi ci sono avvicinato. Lo riproponiamo nell’anno che verrà.

– predominanza di giri col 7 davanti
SI: 26 volte su 44 ne ho tirati 79 o meno.

– media putt sotto i 30.
NO: 31,2. Uff.

Da questi pochi dati si deduce che l’anno non è stato un granché quanto a risultati. Soprattutto ho faticato con le motivazioni (ieri pomeriggio ho scelto di camminare per i boschi rispetto a tre ore di campo pratica, per dire), il che è in parte conseguenza del cambio di circolo e in gran parte frutto della consapevolezza che l’obiettivo di arrivare allo 0 di handicap entro i miei 55 anni è splendido in sé ma al momento mi attrae meno di un tempo.
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Ecco il dettaglio dei 44 giri completi registrati (tra parentesi i dati per il 2014 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 79,8 (80,4 – 81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
[per la prima volta la media complessiva sta sotto gli 80, il che è comunque un ottimo segno]

– fairway: 67% (63% – 64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
[in parte ciò è frutto del lavoro sul drive, dove lo slice ora è molto più occasionale rispetto agli anni passati, e in parte deriva dal fatto che i fairway della Margherita sono decisamente ampi]

– green: 41% (39% – 40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
[un po’ meglio rispetto agli anni precedenti, ma ancora troppa poca precisione]

– up and down: 41%
[di cui 19% dal bunker – un disastro, sebbene sia un colpo che mi fa sentire sicuro – e 74% col putt – buono, migliorabile]

– putt: 31,20 (30,95 – 30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
[sul putt devo lavorare tanto, perché mi accorgo di aver in parte smarrito la capacità che avevo acquisito di leggere le linee]

– di cui 3-putt: 1,0 (1,1 – 0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)
[0,98 il dato preciso: meno di un 3-putt a giro è accettabile]

In generale, per quanto riguarda le statistiche vale ciò di cui mi sono convinto da tempo, che quelle classiche non sono adatte per registrare ciò che accade: danno un’idea e poco più, ma possono pure essere molto fuorvianti. Ho iniziato a utilizzare anche il foglio Excel di Andrea Zanardelli, modificandolo in base alle mie esigenze (delle modifiche dirò più avanti, perché le sto ancora sperimentando), che dà delle indicazioni pratiche su che cosa occorre lavorare.

Gli obiettivi 2016 rimangono i medesimi di quest’anno, fatta salva la predominanza di giri sotto gli 80 colpi che ormai prendo come un dato.

Complessivamente:

– la tecnica è diventata più piena, rotonda e completa, il che significa che mi sto avvicinando alla maturità golfistica. Il che ha sia una valenza positiva (insita nella sicurezza di gioco) che negativa (dopo la maturità inizia il declino);

– le motivazioni sono altalenanti, il mio progetto delle 10mila ore mi piace ma tenere alta la guardia non è semplice: troppe volte mi pare di essere Don Chisciotte, il che per carattere mi si addice ma può diventare pesante da sostenere nel lungo periodo.

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