Ott 30

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Questo post è l’ideale completamento di quello della settimana scorsa. Qui in particolare racconto il secondo giorno della gara.

Iniziamo dal risultato: un discreto 79 (il campo è un par 73). Sono stato in the zone per buona parte della gara. Dopo le prime nove ero a +1 (un bogey e tutti par): non ho avuto reali possibilità di birdie, ma – come è nel mio stile, ovvero nel DNA – ho sempre giocato a evitare problemi e le cose sono andate bene. Ho cominciato le seconde nove con due par, cui è seguito un bogey (sopportabile, avevo messo il drive in un bunker di percorso e poi preso il green ma lontanissimo dalla buca) e altri due par (uno quasi di routine e il secondo splendido: drive chiuso che tocca le piante e fa non più di 70 metri, ibrido 19° lievemente toppato che finisce in rough a 195 metri, legno 3 impugnato corto che disegna la buca – un colpo splendido, diciamolo, forse il migliore dell’intero giorno – e finisce a pochi metri dal green con bandiera corta, approccio e putt). Alla 15 ho fatto un bogey che aveva un senso (drive aperto in bunker di percorso, di conseguenza ho giocato in difesa). Alla 16 ho fatto tre putt da non più di sei metri (ho lasciato corto il primo); alla 17 sono finito in bunker e ho cercato di salvare il par ma senza successo; alla 18 sono finito lungo oltre il green e di lì il bogey era praticamente scritto.

Quindi +2 nelle prime quattordici buche e +4 nelle ultime quattro. Questo non mi lascia l’amaro in bocca (anche se alla 18 ho imbucato un putt da oltre un metro che di fatto mi ha impedito di prendere la virgola), perché ho avuto sensazioni splendide lungo tutti e tre i giorni. Non sono riuscito a tenere, è vero; ma questo è un mio limite mentale di difficile superamento: ci posso lavorare, certo, ma alla meglio arginerò qualcosa che di fatto è insito in me. La cosa importante, invece, quella che mi dà soddisfazione, è rendermi conto che il gioco c’è.

Un paio di considerazioni generali che discendono da questo racconto:

  1. per avere uno score basso è molto più importante evitare le disaster holes che non puntare ai birdie. Venerdì, ad esempio, ho fatto triplo e doppio in sequenza, cosa che mi ha di fatto tagliato le gambe; sabato nelle prime nove ho giocato in sicurezza senza prendere alcun rischio e pur contando diversi errori ho di fatto sempre recuperato, solo sbagliando un putt da poco più di un metro;
  1. parimenti, è molto più redditizio lavorare a migliorare i propri punti di forza che non correggere i propri difetti. Quel che dicevo prima della mia tenuta mentale nelle ultime buche, ad esempio, è un tratto che mi contraddistingue da sempre, sin da bambino, e dunque è chiaro che fa parte della mia natura e non può essere cambiato. Al più, con anni di durissimo lavoro può essere attenuato, ma chi nasce tondo non potrà morir quadrato; e allora ha decisamente più senso puntare a migliorare ciò che in maniera naturale già si fa bene, perché lì il grasso colerà sempre e comunque di più.

In poche parole, ho fatto pace completa col golf: mi sono divertito tantissimo a provare il campo, poi a tirarne 89 il primo giorno e infine 79 il secondo. È stata un’esperienza piena e completa di golf, una che da tanto tempo non provavo.

E come corollario dirò che il sugo di tutta la storia sono le sensazioni: è questo ciò che voglio ricercare fino in fondo, a partire dal golf ma anche andando oltre, andando più in là: esplorare i confini del golf. Vivere per raccontarla.

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Ott 23

CGD
La versione corta è che ne ho tirati 89 e sono contento.

La versione lunga è (ovviamente) più articolata.

La gara è questa. L’obiettivo massimo (ambizioso, ma possibile) era ottenere punti per l’Ordine di merito.

Le prime buche hanno avuto un andamento discreto, poi ho iniziato a perdere colpi, troppi colpi – soprattutto nel gioco corto impreciso, ma non ho brillato in nessun settore. (Alla 14, un par 3 che è la buca più facile del campo, dopo aver messo la palla in bunker ci ho messo quattro [sic] colpi per arrivare in green.)

Però la cornice è splendida, e non sono affatto scontento o scorato o frustrato. Da una parte ho sempre bene in mente, sempre davanti a me l’obiettivo importante di lungo periodo (handicap zero entro i miei 55 anni di età); e dall’altra sto maturando una sensazione piacevole, del golf fatto per amore del golf e per nessun altro motivo. Insomma io alle cose ci arrivo sempre con la mia calma olimpica – lo so che tante volte è verissimo il detto “o sei veloce o sei morto”, ma mi viene da replicare con quel proverbio cinese: “Chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva”. Su questo concetto – il golf come strumento per avere più armonia con sé stessi – tornerò di sicuro in futuro, perché lo ritengo fondamentale per lo sviluppo dell’equilibrio tra mente e corpo.

Ma poi non è soltanto questo, non è tutto qui: pensando che il golf, salute permettendo, mi accompagnerà lungo tutto l’arco della vita, mi viene da accettare serenamente gli errori che commetto, perché fanno parte del gioco, anzi forse ne sono il sale.

Da un punto di vista tecnico devo aggiungere che il cambiamento dello swing in atto rende i colpi lunghi meno stabili del solito. Oggi dopo le prime 9 ero +7, e allora ho cominciato a fare esperimenti. Certo una gara non sarebbe il luogo deputato agli esperimenti; ma non c’è differenza alcuna tra un 83 e un 89, per dire. Mentre sono sicuro – assolutamente sicuro – che nei prossimi mesi il gioco tornerà, e l’handicap scenderà a due virgola. Questo è ciò che accadrà.

Ieri durante la prova campo, complice anche il fatto che per la prima volta mi accompagnava mia figlia piccola, ho vissuto momenti bellissimi per il solo fatto di essere lì, in quel momento e in quel sole, con mia figlia a fare una cosa che adoro. Oggi era diverso, si capisce, ma le sensazioni positive sono rimaste.

Ricordo una pubblicità di qualche anno fa su “Golf Digest” – era un invito a visitare la Scozia, o forse l’Irlanda – che diceva qualcosa come “8, 5, 9, 7, 8, 6 – but happy”. Ecco, oggi il mio golf lo descrivo così. Tirarne mille ed essere felici – non è poco.

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Ott 16

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Strano il mio rapporto col golf.

A maggio ero 3.0, in una gara al mio circolo alla 18 mi sarebbe bastato un par per scendere a 2.9 e feci bogey. Da allora ho preso 9 virgole in 11 gare; e anche se i punteggi non sono mai stati disastrosi (29 punti stableford in un caso, ma la media è 32,8) non è certo un risultato che fa piacere.

Nelle prossime settimane farò un bilancio della stagione (prima devo almeno prendere parte a questa gara), ma già ora so dire che dopo giugno i risultati sono andati peggiorando.

Niente di grave in questo (salvo il fatto che il tempo passa e a me, con i miei 48 anni, non rimane più molto tempo golfistico). Il golf è fatto a cerchi; negli ultimi mesi ho imparato delle cose, soprattutto sul volo della palla, che verranno buone nella stagione che verrà. Sto imparando persino a fare draw, cosa per me del tutto inaudita.

Ieri mi è arrivato questo libro, che ho cominciato a leggere avidamente. Ne dirò nelle settimane a venire (per intanto vale una visita, o anche ben più d’una, il blog collegato), ma so già che è pregno di informazioni. A parlare di pratica si sfonda una porta spalancata, con me. (Ieri dicevo al mio compagno di gioco e amico caro che il motivo per cui ho passato ore infinite in campo pratica è, al di là del divertimento, la vergogna nel farmi vedere in campo a giocare all’army golf.)

Quest’estate vidi dei ragazzi giocare a calcetto e pensai che io a golf non mi divertivo così tanto. La questione è molto più complessa di così – io al golf sono legato a filo doppio fino a che avrò respiro, dopotutto; e ciò per precisa scelta mia –, però certo le motivazioni hanno il loro peso.

Ho cambiato circolo, un anno fa. Da un punto di vista sportivo questo è certamente un passo avanti, un passo che desideravo fare con tutte le mie forze (e lo desideravo da anni; anche se, essendo io lento in qualunque cosa che faccio, non mi è stato chiaro per tantissimo tempo); ma non può essere disgiunto dalle ansie del cambiamento, dall’ambiente differente e così via. I cambiamenti richiedono tempo per essere digeriti: non solo i cambiamenti nello swing, ma anche quelli di ambiente.

Insomma sì, è strano il mio rapporto col golf. Fatto sempre di passione ma a volte con cali di interesse – di motivazione, sostanzialmente. E so bene che le risposte non possono che essere dentro di me; ma essendo lento mi ci va tempo a trovarle. Tutto qui.

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Ott 09

Roberto Guarnieri aveva parlato qui di alimentazione e fitness. (Personalmente trovo semplicissima e geniale l’idea di alimentarsi con le mele durante una gara; e grazie al suo suggerimento l’ho sperimentata con soddisfazione.) Qui a seguire racconta oggi di una sua esperienza in qualità di caddie in una gara del Challenge Tour.

Quante volte ci è capitato, guardando la TV, di pensare magari con un pizzico di invidia quanto sarebbe bello fare il giocatore professionista, sia per il livello di gioco, assolutamente invidiabile, che per la vita che immaginiamo conducano.
Probabilmente dovremmo correggere il tiro e invidiare solo i primi cinquanta del ranking; per gli altri la vita non è poi così semplice come sembra.

Qualche tempo fa ho avuto la fortuna di fare da caddie a un amico che gioca sul Challenge Tour; il giocatore cui faccio riferimento quando parlo di mele e programma di allenamento, per coloro che hanno letto il mio precedente post su fitness e alimentazione.
La cosa è nata per caso. Da tempo mi ero ripromesso di seguirlo da vicino in qualche open come spettatore ma a un certo punto è arrivata la proposta “perché non mi fai da caddie?”
Da caddieeee? Caddie è una parola grossa, io al massimo posso fare servizio di facchinaggio e portarti la sacca in giro per il campo! Lusingato accetto e liberatomi dagli impegni di lavoro eccomi sul volo che mi porta a Madrid. Arrivo la sera prima dell’inizio del torneo, ahimè senza poter fare un giro di prova. Ovviamente per ragioni logistiche trovo un alloggio vicino a quello del mio amico giocatore, una spartana residenza per universitari a prezzi ultramodici.
mappa 10
A cena mi spiega come leggere la mappa delle buche, niente a che vedere con quelle che alcuni circoli vendono a noi dilettanti. Questa è dettagliatissima, piena di numeri e distanze anche da appositi segni variopinti fatti sul fairway con della vernice spray. Inoltre va abbinata alla carta che indica la posizione esatta delle bandiere in green che ci verrà data giorno per giorno. Per ogni buca sono segnati a matita i bastoni usati nei due giri di prova e le relative distanze fatte. Trovo anche segnato nella prima pagina l’elenco dei ferri con annotata di fianco la distanza media. Infatti Madrid ė a circa 600 metri sul livello del mare e questo influenza il volo della palla e di conseguenza le distanze dei vari bastoni.
Domani sveglia all’alba, il tee time ė alle 8.20.

L’indomani arriviamo in campo pratica presto con una luce appena sufficiente che ci consente di vedere a malapena dove vanno a finire le palle. A proposito di palline anche qui come sul tour maggiore si pratica con le palle “vere”, e nel nostro caso si tratta di Titleist Pro V1. Mi si illuminano gli occhi solo al vedere quelle casse piene. Fa freddo, ė quasi buio e io ne approfitto per andare a scaldarmi in club house e fare colazione: lo so, non ė un gesto molto professionale per un caddie ma io dopotutto sono alle prime armi, chiedo il permesso per congedarmi e vado. Al ritorno vado a bagnare lo straccio che mi servirà in seguito, e nel frattempo ne approfitto per pulire i bastoni usati per il riscaldamento e le palline che man mano gli passo mentre tira gli ultimi colpi con il driver. Lasciamo il campo pratica e andiamo sul putting green dove rimaniamo per un tempo equivalente a poco meno della metà di quello utilizzato per praticare il gioco lungo.
pin position
E finalmente è giunto il momento, si comincia. Probabilmente sono più emozionato io che loro. Con il flight precedente impegnato nel tee shot ci dirigiamo sul tee di partenza. Lì di fianco trovo la tenda dello starter dove mi consegnano la pettorina che i caddie devono indossare; la indosso, recupero un paio di bottiglie d’acqua dal frigorifero e un paio di banane messe a disposizione per i giocatori e mi metto a lato del tee pronto a fare il mio lavoro.
buca 10
Iniziamo dalla 10, un par 4 di 396 metri che oggi con l’asta lunga gioca qualcosina di più. Legno 3 per evitare una fila di bunker e ferro 6 in green ad altezza asta, due putt e usciamo con un par sfiorando il birdie. La strategia comune a tutti ė quella di tenersi lontano dagli ostacoli anche a costo di sacrificare la distanza, lesson learned.
Se mai potessi avere avuto un dubbio ora ne ho la certezza: “questi” giocano un altro gioco!

Una cosa, oltre al gioco, mi colpisce fin dalle prime buche: la velocità con la quale si cammina sia fra un colpo e l’altro che durante i trasferimenti fra una buca e l’altra. In confronto noi guerrieri del weekend sembriamo un’allegra famigliola intenta a gustarsi il gelato mentre passeggia serenamente sul lungomare.

Dopo alcune buche prendo il ritmo – all’inizio ero costantemente in ritardo –, e apprendo le prime regole non scritte dei caddie. Ad esempio la bandiera la toglie il caddie del giocatore che gioca da più lontano, e poi ce la passiamo finché rimane in mano al caddie dell’ultimo giocatore che imbuca. A lui sta il compito di rimetterla a posto, e ovviamente gli altri non ti stanno ad aspettare: sono già partiti. Altra regola non scritta che ho ingenuamente disatteso sono i pantaloni corti. A dire il vero non me lo ha fatto notare nessuno, me ne sono accorto da solo dopo un po’ osservando i miei “colleghi” che avevano tutti rigorosamente la stessa tenuta indipendentemente dalla temperatura. Vabbé, vuol dire che la prossima volta so qual è la prima cosa da mettere in valigia.

Durante il giro usiamo una palla nuova ogni quattro buche, e tutte le volte che arriviamo in green il mio compito oltre a passare il putter è quello di prendere in consegna la palla e usare lo straccio per lavarla e poi asciugarla per riconsegnarla perfettamente pulita. Per quel che riguarda l’alimentazione confermo quanto scritto nel precedente post: una mela ogni 4 o 5 buche e poco meno di un paio di litri d’acqua.

Durante i quattro giorni si alternano vari compagni di squadra, giocatori con diverse qualità e caratteristiche di gioco. Da ognuno ho avuto la possibilità di imparare qualcosa anche solo guardandoli. Per esempio da Jesus, un giovane spagnolo dotato di un incredibile gioco corto: quando era attorno al green riusciva a mettere la palla in asta da qualsiasi posizione, con la palla che volava così lenta che si sarebbe quasi potuto leggere la marca mentre era in volo. O da un veterano del tour come Philip Archer dal carattere un po’ ruvido: a vederlo giocare sembra che il tempo per lui non sia passato. A quarantasette anni gioca ancora lo stesso golf dei suoi compagni con vent’anni di meno.
Un episodio su tutti mi ha meravigliato: in un par 3 col vento contro ho sorpreso uno dei giocatori a sbirciare nella “mia” sacca per vedere che ferro avevo tirato fuori visto che stava a noi tirare per primi: sorridendo ho pensato che tutto il mondo è paese.
FAH
Passando di fianco al putting green alla fine di un giro riconosco un giocatore ed incredulo chiedo conferma al mio giocatore: “Ma è lui?” Lui mi fa un cenno di conferma. Era Fredrik Andersson Hed, vincitore dell’Open d’Italia nel 2010 a Torino, che ora stava giocando una gara del Challenge. Dura la vita del golfista professionista.

Il quarto giorno ad un certo punto da una buca vicina sento provenire urla e applausi, probabilmente ė successo qualcosa; poi verrò a sapere che si trattava di un double eagle alla buca 4, un par 5 di 533 metri. Noi la 4 l’abbiamo giocata una mezz’oretta prima e in effetti c’era un po di vento dietro, avevamo valutato un ferro di meno. L’ace lo ha messo a segno tirando drive e ferro 5 direttamente in buca Nacho Elvira che poi vincerà il torneo con -21, che dire… un marziano!

Ė domenica primo pomeriggio, conclusa la 72esima buca restituisco la pettorina, vado a caricare sacca e bagagli in macchina, il volo che ci riporta a casa parte fra poche ore. Arrivati in aeroporto mentre scarichiamo i bagagli al mio amico arriva un sms, mi guarda e mi dice: ė del PGA Tour, mi hanno comunicato la vincita… 470 €. Lo guardo e mentalmente faccio un rapido calcolo: albergo, macchina a noleggio, biglietto aereo andata e ritorno per Madrid e ristoranti vari durante la settimana. Mi sa che se ė andata bene ė andato pari, la cosa mi fa pensare a quei ragazzi che ho conosciuto questa settimana in club house che non hanno passato il taglio e che sono rimasti lì ad allenarsi. Quando avevo loro chiesto meravigliandomi perché non rientrate a casa venerdì mi avevano risposto che ormai l’albergo era pagato e il biglietto aereo non lo potevano spostare: quindi tanto valeva rimanere lì a praticare che sia campo pratica che palle erano migliori rispetto a quello che avrebbero avuto a disposizione a casa.

Una cosa è certa: dopo questa fantastica esperienza quando guarderò il golf in TV continuerò ad invidiare i giocatori per il loro livello di gioco ma non certo per la vita che fanno.

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Ott 02

http://blog.trackmangolf.com/hit-perfect-draw/

http://blog.trackmangolf.com/hit-perfect-draw/


Può sembrare strano, ma in dodici anni di golf – e quasi cinquemila ore stimate di pratica – io non ho mai imparato a fare draw.

Non so dire con esattezza perché (non) sia successo. E dire che io lezioni ne ho fatte millanta, clinic pure, del leggere non parliamo e così via. Ma in effetti mi sono sempre immaginato il volo di palla “perfetto” come una linea diritta, fors’anche perché il draw è sempre stato un affare complicatissimo, per me.

Ricordo, negli anni, di essermi messo di buona lena, ogni tanto, a cercare di fare draw come insegnava il “vecchio” metodo – linee del corpo a destra e faccia allineata all’obiettivo. Cosa che ora le “nuove” leggi del volo della palla, che non sono altro che le leggi del volo della palla, ci dimostrano non essere corretta (e quindi tanto, ma tanto, di cappello ai “vecchi” maestri che senza avere tutte le informazioni che abbiamo oggi sono riusciti a tirare su generazioni di professionisti o anche di “semplici” golfisti).

Quando Francesco Molinari arrivò con successo sul tour seppi che era uno dei pochi che mirava a tirare diritto, senza effetti particolari. Questo fu una sorta di modello, per me; anche se il volo naturale della mia palla è sempre stato il fade.

Tirando i drive penso in genere al power fade del mio mito, e infatti il drive non mi dà problemi particolari. Anche gli ibridi sostanzialmente funzionano; ma sia col legno 3 da terra che – soprattutto – con i ferri medi (5, 6 e 7 – il 3 non l’ho di fatto mai utilizzato e il 4 l’ho abbandonato l’anno scorso) il fade vira troppo spesso nel territorio dello slice oppure del pull, due risultati assolutamente da evitare.

Questa domenica, durante l’ultima gara (terminata con un anonimo 81) questo mi è stato assolutamente evidente. Vedevo la mia palla partire sostanzialmente diritta o leggermente a sinistra ma poi curvare in maniera inesorabile a destra. E quel che vedevo non mi piaceva per nulla, perché sentivo di non avere controllo su colpi che sono fondamentali.

Ho capito quindi, e precisamente alla 15, quando un inguardabile secondo è terminato nel laghetto di destra a 70 metri dall’asta, che il prossimo passo per me – la prossima frontiera – sarebbe stato quello di imparare a fare draw.

Allora questa settimana mi sono messo di buona lena e ieri, ieri a Chieri ho cominciato a vedere un volo di palla che non conoscevo. Avevo un ibrido, la palla partiva qualche metro a destra e poi curvava a sinistra raggiungendo l’obiettivo desiderato. Colpo dopo colpo; con errori, si capisce, ma in maniera ripetitiva ed efficace. È stata una sensazione strana, perché è un movimento (e un volo, soprattutto) che mi è sempre stato sconosciuto.

Eppure a ben vedere non è tutta sta roba. Ho capito che mi basta modificare alcuni passaggi:
– mano sinistra più verso il centro (ovvero più forte);
– allinearmi a destra dell’obiettivo, con la faccia del bastone chiusa rispetto alle linee del corpo ma aperta rispetto all’obiettivo;
– sentire, nella posizione di partenza, il gomito attaccato al corpo.

Ora sono nella fase di piena sperimentazione. Ho ancora diversi dubbi (per esempio: credo, ma non sono sicuro, di dover tenere la palla leggermente più arretrata e credo, ma non sono sicuro, di dover attraversare bene con la mano destra all’impatto) e il movimento è posticcio. Però ieri sera, con una pioggia leggera e in quel campo pratica silenzioso, vedere la palla avere proprio quel volo desiderato, quella curva che mai mi sarei sognato di poter produrre è stata una gran soddisfazione, già.

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Set 25

Dan
Un anno fa intervistai Dan McLaughlin per Campo pratica. Sin dall’inizio mi ha attratto la sua storia, quella determinazione ad andare avanti nel suo progetto nonostante le difficoltà e i pareri contrari. È sempre stato una grande fonte di ispirazione per me, anche perché ha capito prima di tante altre persone che ciò che conta è stabilire un obiettivo e poi dare l’anima per raggiungerlo, mentre l’obiettivo di per sé non è poi così determinante.

In ogni caso ho ritenuto opportuno chiedergli la disponibilità per rispondere a qualche altra domanda, un anno dopo le prime. Ecco a seguire le sue considerazioni.

– What is your current handicap?
[Qual è il tuo handicap attuale?]

My registered handicap is a 4.5 right now, but as I have been sidelined with a lower back injury since late April I would say that if I went out and tried to play right now I would be closer to a 12 as I am limited in my movements and a little rusty all around.
[Il mio handicap ufficiale è 4,5 al momento; ma poiché sono stato di fatto messo fuori gioco da un infortunio alla parte inferiore della schiena dalla fine di aprile, direi che se andassi a giocare ora sarei più vicino a un 12, per come sono limitato nei movimenti e in generale un po’ arrugginito.]

– Which system do you use to count the practice hours? When do you plan to pass the 10k mark?
[Quale sistema utilizzi per contare le ore di pratica? Quando prevedi di raggiungere quota 10mila ore?]

I use my own system to count hours and log them every day that I practice. My goal was to hit the 10,000 hours around April 2017, but am just beyond 6,000 now and it all depends on when I can get back out there and practice again once the back is fully healed. If I start back up full time in the spring I would assume that it will be about three years from that date until I cross 10,000.
[Utilizzo un mio proprio sistema per contare le ore e registrarle per ogni giorno in cui pratico. Il mio obiettivo iniziale era quello di arrivare a 10mila intorno ad aprile 2017, ma al momento sono poco oltre 6mila e tutto dipende da quando potrò tornare là fuori a praticare, una volta che la schiena sarà guarita completamente. Se potrò riprendere a tempo pieno in primavera, presumo che ci vorrranno circa tre anni da quel momento per arrivare a quota 10mila.]

– Are you satisfied with the sales of your ebook?
[Sei soddisfatto per le vendite del tuo ebook?]

The ebook was posted really just so people who were new to the site could download something to catch up on the project to date as many readers said it was difficult to go back to the first post and navigate through all of them. There is a sale or two every day and sometimes a good bump when bigger press comes out. For me it is just an easy solution to the reader’s difficulties.
[L’ebook è stato pensato in maniera specifica per le persone che erano nuove al sito, e che in questa maniera possono scaricare qualcosa per capire come si è sviluppato il progetto fino ad oggi: questo perché tanti lettori mi hanno detto che era difficile cominciare dal primo post e navigare attraverso tutti i successivi. C’è una vendita o due ogni giorno, e talvolta un buon picco quando esce un articolo su un media importante. Per me si tratta solo di una soluzione facile per venire incontro a una difficoltà dei lettori.]

– How do you see your plan now? After all these years of practice, fatigue, efforts and sweat, are you happy with it?
[Come vedi il tuo piano ora? Dopo tutti questi anni di pratica, fatica, impegno e sudore, ne sei soddisfatto?]

I was very happy with it up until the injury. Before that progress was relatively smooth and there were a few bumps in the road, but all in all I was steadily improving. I am excited for the time when I can get back out there, catch up to where I was and surpass that point. There is plenty of fatigue in a pursuit like this, but those times pass and the energetic moments always trump the down times.
[Ne sono stato molto soddisfatto fino a quando non mi sono fatto male. Prima di quel momento i progressi erano relativamente regolari: c’è stata qualche asperità lungo la strada, ma tutto sommato ero in costante miglioramento. Non vedo l’ora di poter tornare là fuori, riprendere il livello che avevo raggiunto e andare oltre. Ci sono tante difficoltà in un’avventura come questa, ma poi passano e i momenti di piena energia superano sempre i tempi difficili.]

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– How do you reply to people who minimize the importance of your project and don’t believe in its success?
[Come rispondi a coloro che minimizzano l’importanza del tuo progetto e non credono nel suo successo?]

I think that progress is the proof. I don’t tend to personally respond to that kind of negativity. If someone wants to believe it is impossible then that person most likely will not accomplish much in their own life.
[Credo che il miglioramento costante sia la vera prova. Io non tendo a rispondere personalmente a quel tipo di negatività. Se qualcuno vuole credere che sia impossibile, allora quella persona molto probabilmente non combinerà molto nella propria vita.]

– How is your relationship with your readers?
[Com’è il rapporto con i tuoi lettori?]

Honestly I don’t know. I have a large number that I correspond with regularly and have made many friends through this journey, but I am not sure how my relationship is on a whole with the majority of the readers.
[Onestamente non lo so. Ho un grande numero di lettori coi quali corrispondo con regolarità, e mi sono fatto molti amici attraverso questo viaggio, ma non sono sicuro di come il mio rapporto sia nel complesso con la maggior parte dei lettori.]

– Looking back, are you happy with your decision of leaving your job and dedicate yourself 100% to this project?
[Se ti guardi indietro, sei soddisfatto della tua decisione di lasciare il tuo lavoro e dedicarti al 100% a questo progetto?]

I am definitely happy with my decision. It has taken me to countless places both mentally and physically that I never imagined I would experience before this started. The beauty of this life is our ability to change directions and see where the road takes us. At least that is what I like to think.
[Sono pienamente soddisfatto della mia decisione. Mi ha portato in innumerevoli luoghi, sia dal punto di vista mentale che fisico, che non avrei mai immaginato di sperimentare prima che quest’avventura avesse inizio. La bellezza di questa vita è la nostra capacità di cambiare direzione e vedere dove la strada ci porta. Almeno questo è ciò che mi piace pensare.]

– Looking ahead, how do you see your professional life five years from now?
[Se guardi al futuro, come vedi la tua vita professionale tra cinque anni?]

I honestly have no clue. I don’t even know what my life will look like next month; just taking it day to day as I have always tried to do.
[Non ne ho assolutamente idea. Non so nemmeno che aspetto avrà la mia vita il mese prossimo; la prendo giorno per giorno, come ho sempre cercato di fare.]

Set 18

247
Più volte ho riflettuto (per esempio qui) sulle maniere e sugli strumenti utili per diffondere in golf in Italia. È un argomento che mi sta molto a cuore perché ne intravedo e immagino le enormi possibilità, che vanno di pari passo con gli enormi benefici fisici e psichici per i praticanti. Qui ne ho data una piccola risposta pratica.

Ora il CUS Torino ci fa sapere che per i prossimi quattro lunedì, presso il Golf Colonnetti, c’è la possibilità per i neofiti di provare gratuitamente il golf per un’ora, dalle 20 alle 21 (il campo pratica è illuminato il lunedì e il giovedì fino alle 22, fatto che di per sé è già un incentivo allo sviluppo di questo sport).

I maestri: Marta Cagnacci e Massimo Valvassori.

In pratica: basta contattare Marta (anche per telefono: 339 762.08.46) e prenotare una prova. La prova consiste in una di lezione di gruppo (max 12 partecipanti), di cui mezz’ora dedicata allo swing e mezz’ora al gioco corto. Il materiale è ovviamente fornito dal CUS.

Una buona maniera per avvicinarsi al golf. Da far sapere ai propri amici.

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Set 11

10yards
Ogni tanto, puntuale, mi ritorna il pallino delle statistiche. Il fatto è che siamo ai confini tra arte e scienza, e una soluzione definitiva non può esistere, anche se probabilmente l’app di Mark Broadie (se mai vedrà la luce) potrebbe dare un aiuto notevole.

Lo spunto attuale mi viene dal sempre ottimo Andrea Zanardelli, che qualche giorno fa ha pubblicato le sue considerazioni, insieme a un foglio Excel che ha elaborato proprio per cercare di aumentare la validità dello strumento, posto che le statistiche classiche danno qualche indicazione ma a volte sono fuorvianti.

Anch’io un anno fa circa, con la lettura del libro di Mark Broadie, avevo immaginato di trovare una strada più efficace. Rendendomi conto che le statistiche classiche possono essere molto bugiarde, avevo iniziato a elaborare delle mie statistiche, che seguivano sì i dettami di Broadie ma avrebbero di fatto richiesto un caddie sempre con me a prendere le misure per ogni singola distanza di ogni colpo. (L’ho fatto qualche volta in campo, ma con due controindicazioni evidenti: il ritmo di gioco ne risultava spezzato, e quando non ero solo i compagni si spazientivano parecchio). Ho lasciato perdere.

Ora Andrea con suo file Excel fa delle considerazioni interessanti, e soprattutto rende la cosa fattibile. Sì, perché lui fa leva su qualcosa che a me viene naturale da anni:

Alla fine di ogni gara, dopo aver bevuto qualcosa ed essermi rilassato, rivivo mentalmente il giro prendendo nota di tutti i colpi che avrei voluto rigiocare. Ossia tutti i colpi che mi hanno veramente messo in difficoltà e che spesso mi sono costati un colpo o più.

Rivivere il “film” della gara è utile e molto naturale, per me. Ma ovviamente non basta rivedere i colpi e trarre delle indicazioni su cui lavorare, occorre andare più in profondità, più nello specifico (sempre tenendo ben presente il limite di questa operazione, che è quello detto sopra – e non superabile – del confine tra arte e scienza).

Io ho iniziato a utilizzarlo. Certo occorrerà un numero congruo di giri per notare delle tendenze; ma alcune (slice col drive, per esempio) sono evidenti anche dopo un giro solo. Ovvero, nello specifico questo è un punto che sarebbe chiaro anche senza fogli Excel: semplicemente il foglio Excel rimarca una realtà che a volte può essere più o meno sfumata (nel mio caso, la distanza coi mezzi colpi e i ferri medi che sono rimasti corti in un paio di casi).

In due parole: statistiche come queste non sono sostituto di nulla, né posso essere considerate panacea di qualcosa. Semplicemente possono essere uno strumento utile per capire le proprie debolezze e capire dove è più conveniente (o necessario) lavorare.

Set 04

cp
Mercoledì ero in campo pratica al Golf du Reginu, un luogo spelacchiato che però io adoro perché mi permette di stare in pace con me stesso e di provare allo sfinimento i colpi. (So che appare quasi sacrilego pensare che qualcuno si diverta in campo pratica da solo: ma per me è così, è un fatto. Se appaio strano pazienza, ci ho fatto il callo – e alle 10mila ore di pratica entro i miei 55 anni ci arrivo non perché mi conviene ma perché mi va.)

Stavo pensando che molto probabilmente quello sarebbe stato l’ultimo giorno della mia vita in cui sarei stato lì, avrei praticato in quel luogo, quando un signore mi si presenta. Iniziamo a parlare, e scopro che è il nuovo maestro del circolo, lì per il suo primo giorno di lavoro.

Mi è sembrata strana – ma solo fino a un certo punto – la circolarità delle cose, l’inizio e la fine che si intrecciano in maniera assolutamente casuale. Mi è sembrato un momento in cui il golf e la vita si sono attorcigliati senza soluzione di continuità, mi sono sentito bene senza un motivo reale.

Poi ho seguitato a praticare; e all’imbrunire ho chiuso il campo pratica, per così dire. Sono passato oltre, passerò oltre, ma quel luogo che forse non rivedrò mai più mi è rimasto nel cuore.

Ecco, volevo solo che si sapesse.

Ago 28

Reginu
Al Golf du Reginu, tre anni fa realizzai il sogno di abbinare Corsica e golf. Qui, in un posto decisamente improbabile (ci sono campi pratica molto più attrezzati, anche se forse non tanti così accoglienti), mi tornò la voglia di giocare, smarrita dopo la delusione del 2011 (ma del resto golf is a game of cicles, come ci insegna Mark Guadagnoli); qui ho elaborato una routine del putt; insomma qui ho pensato tanto alla tecnica del golf, in maniera rilassata e per questo produttiva.

(Sono abbastanza sicuro che il lavoro di queste due settimane porterà i suoi frutti nei prossimi sei mesi, ma certo non posso dirlo ora.)

A luglio, come ho detto più volte nelle settimane passate, avevo fatto il pieno di golf e me ne sono voluto staccare per settimane intere (per 34 giorni non sono andato al mio circolo, per dire), tempo lungo il quale non mi è mancato: ho fatto altro, semplicemente. Ma poi scatta qualcosa dentro di te per cui ti rendi conto che tutte quelle migliaia di ore di pratica solitaria hanno un senso complessivo, che a volte può venire smarrito ma che poi, presto o tardi, si ritrova. E io l’ho ritrovato – e non è un caso – qui.

In particolare, ciò che trovo molto utile fare qui è la spaced practice (sempre per citare Guadagnoli), ovvero l’idea che un colpo ha bisogno di essere pensato prima di essere eseguito, e digerito dopo. Ieri l’altro l’atmosfera era perfetta per questo. Innanzitutto era l’ora più bella (secondo me) per la pratica, ovvero le sette di sera. Poi, il campo pratica era deserto – dopo un pomeriggio in cui c’era stato parecchio andirivieni. Il clima era ideale. Era spuntata la luna, là sopra il villaggio di Belgodere. Ho preso ritmo negli swing – pareva che andassero da soli, fossero ferri corti, lunghi, legni o drive. Mi aiutava una canzone (io non posso dirmi tifoso, ma questo inno è legato a un pomeriggio alla stadio con mia figlia piccola; in più, ho sperimentato che il suo ritmo è perfetto per il mio ritmo di allenamento).

Insomma mercoledì ho raggiunto uno stato di assoluto flow, in cui la fatica non si sentiva e non avrei voluto smettere neanche alla palla numero 160. L’autotelismo del golf. Poi, tornando verso casa ho avuto venti minuti per elaborare un pochino i pensieri legati allo swing, e più in generale al golf. Era l’imbrunire, il suggello di un pomeriggio magnifico di pratica golfistica. Vivere per raccontarla.

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