Ott 21

L’ho fatto per il 2009, l’ho ripetuto per il 2010: a stagione di fatto conclusa, questo è il momento di tirare le somme e impostare il lavoro e gli obiettivi per il 2012.

I dati

L’handicap è sceso da 4,8 a 4,2, con un massimo di 5,0 e un minimo di 3,9 che ho raggiunto un paio di volte a giugno (e mantenuto per pochissimo tempo, a dimostrazione del fatto che già solo conservare un handicap nella prima categoria reale – ovvero sotto i 4,5 – è complicato; scendere, poi, è un’altra storia ancora).

Ho registrato 43 giri completi, di cui 15 sotto gli 80 in 6 campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2010 e, a seguire, per il 2009):
– colpi: 82,2 (82,8 – 87)
– fairway: 54% (53% – 48%)
– green: 37% (38% – 32%)
– putt: 31,1, di cui 3-putt: 1,3 (30,9, di cui 3-putt: 1,1 – 32, di cui 3-putt: 1,9)
– birdie: 1,4 (1 – 1)
– par: 7,7 (8,5 – 7)
– bogey: 6,4 (5,7 – 7)
– doppi o peggio: 2,4 (2,8 – 3)

(Un paio di eagle lungo il cammino, di cui una hole in one.)

Tre volte non sono riuscito a stare sotto i 90, due delle quali alla preselezione.

L’analisi dei dati

Il giro più basso è stato un 73, nel mio campo di cui conosco ogni centimetro. Questo risultato non è però soddisfacente perché, come dice Butch Harmon,

If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.

Va detto anche che la media colpi dei 17 giri registrati sul mio campo è di 80,4, ovvero non molto distante dalla media generale: il che è la conferma di un fatto che mi è chiaro da tempo, ovvero che il mio handicap è reale e non legato al campo di casa.

Debriefing degli obiettivi 2011

Vediamo ora gli obiettivi che mi ero dato per il 2011 e come sono andato.

– Handicap 3,5 per fine maggio e 3,0 per fine settembre.
Non mi sono avvicinato neanche lontanamente. Il punto è che tra il 4,2 attuale e un 3,0 c’è una distanza notevole: in ogni gara devo fare almeno 35 punti solo per non salire, e ogni punto sopra il 36 vale solo una limata di 0,1 sull’handicap. E io, provenendo da una terra in cui i punti per non salire erano 34 e in cui ciascun punto sopra il 36 valeva 0,2, avevo semplicemente fatto una proiezione sul futuro utilizzando i dati del passato: errore mio.

– Prendere parte alla gara delle Querce a ottobre, non con l’intento di passarla (che lasciamo per il 2012) ma per fare esperienza.
Fatto. Il risultato in sé non è stato esaltante, ma l’esperienza è stata fantastica e me la sono goduta in ogni minuto. Non sono diventato professionista ma ho giocato a diventarlo per mesi interi, e questo è stato entusiasmante. Sono un ragazzo fortunato.

– Vincere almeno una patrocinata (il lordo, ovviamente).
Quasi fatto. A Valcurone sono arrivato secondo, sostanzialmente per demerito mio. In generale i risultati (lordi, ovviamente) per le patrocinate sono stati buoni:
– 13° a Sanremo;
– 2°, come detto, a Valcurone;
– 12° a Cuneo;
– 12° a Castelconturbia;
– 25° (mmm…) alla Margherita.
Mooolto meno buoni per le ufficiali: sono stato a Monticello e Villa d’Este, senza passare il taglio in nessuno dei due casi, ma anzi finendo indecorosamente verso il fondo della classifica.

– Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e, soprattutto, scratch).
Vinte entrambe. Il match play è una gara che mi diverte, mi piace l’aspetto psicologico oltre che quello tecnico.

Gli obiettivi per il 2012

L’obiettivo generale non è più quello di diventare un professionista – troppa è la distanza tra me e loro –, ma di diventare il miglior dilettante che posso diventare.

Nello specifico:
1. Media colpi sotto gli 80.
2. Media putt sotto i 30.
3. Media 3-putt sotto l’1,1.
4. Vincere una patrocinata.
5. Passare il taglio a tutte le ufficiali cui parteciperò (almeno 4).
6. Vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e scratch).

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Ott 14


Che cosa: un concorso a premi, a partecipazione gratuita.

Come: inviando un articolo, un post, un racconto, un saggio, una riflessione di argomento golfistico. Lunghezza fino a 700 parole.

Quando: entro il 31 dicembre 2011.

Dove: i pezzi migliori saranno pubblicati su questo blog a gennaio 2012.

I premi:
1° premio: kit Open Elite, che comprende la tessera Open Elite, un abbonamento a Golf TEE-V Italia e un guanto Antivibrazione Noene (valore complessivo: EUR 394,50)
2° premio: tessera Open Elite (valore: EUR 330)
3° premio: un abbonamento annuale a “Golf Today” (valore: EUR 50)

Chi: i pezzi saranno giudicati da me e da Maria Pia Gennaro, direttrice di “Golf Today”. (Giudizio non sindacabile, sorry!) Devo inoltre un grazie enorme a Bernard Lombard, presidente del Golf Club Cuneo, sia per l’idea che per i premi.

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Ott 07


Gabriele Heinrich, handicap (ancora per poco) +2 o giù di lì, giovane promessa del golf italiano, era a Sutri il mese scorso ed è stato tra i “felici pochi” di morantiana memoria. (Un altro pianeta, per me.) Non mi sono lasciato sfuggire l’occasione per fargli qualche domanda.

Hai passato la preselezione alle Querce. Questo cambia qualcosa per te?
La preselezione alle Querce è stato il primo obbiettivo raggiunto tra quelli che mi sono prefissato. È stato molto importante per me passarla perché mi darà la possibilità in futuro di lavorare al fianco di grandi insegnanti e chissà, magari di crescere qualche futuro campione.

Che ricordi hai di quella settimana? Episodi, aneddoti, curiosità?
È stata una settimana piena di emozioni: la tensione del primo giorno (andato male, 79), la rimonta del secondo e del terzo in condizioni davvero difficili, e l’ultimo giro dove sapevo che se fossi stato attento (salvo impossibili rimonte degli avversari) sarei passato.

Che cosa rappresenta per te, il golf?
È un’ancora di salvezza da tutte le cose brutte che ci sono fuori: quando entro nel club mi sento in un universo parallelo che mi isola dai problemi che ho all’esterno.

Come ti sei avvicinato a questo sport?
Iniziai a 7 anni grazie a mio padre e mio zio che mi portarono a fare una passeggiata in un circolo di golf ad Asiago, dove conobbi il mio primo maestro, Antonello Ballarin, il quale mi insegnò i fondamentali del gioco. Poi, tornato a Venezia con la voglia che tutti i bambini hanno quando giocano a una cosa nuova, io, mio padre e mio zio ci iscrivemmo a Villa Condulmer dove incontrai Davide Villa, che mi fece prendere l’handicap e mi portò a buoni livelli di gioco; ma avevo bisogno di qualcuno che mi insegnasse una tecnica migliore e sapesse controllare il mio carattere molto forte. Mi affidai ad Enrico Trentin che a 11 anni mi prese sotto la sua ala e mi portò ad entrare in nazionale nel 2006 e ancora oggi mi segue e lavora con me sul mio swing, la strategia e mi dà fiducia.

Chi è il golfista cui ti ispiri maggiormente e perché?
Non ho un modello di golfista da imitare, penso che il golf sia uno sport individuale e ogni giocatore ha le sue caratteristiche tecniche, fisiche, e mentali; tuttavia tra i giocatori che mi piacciono molto ci sono Ernie Els, Louis Oosthuisen e Francesco Molinari.

Quali sono i tuoi programmi golfistici per la stagione 2012? E più a lungo termine come ti vedi? Farai il maestro?
Nel 2012 frequenterò la scuola nazionale di golf per diventare maestro e poi inizierò ad allenarmi duramente per prendere la carta del tour nei mesi successivi. Per ora insegnerò golf per mantenermi perché il mio progetto a lungo termine è quello di prendere la carta del tour e fare la carriera da giocatore di torneo.

Ti piace insegnare?
Insegnare mi piace, soprattutto ai bambini che si vogliono divertire e non vedono l’apprendimento come una cosa seria ma un gioco: ecco, a me piace inventare giochi nuovi per farli divertire.

Che cosa pensi dell’aspetto mentale nel golf?
L’aspetto mentale nel golf è il 50% del risultato finale, una buona preparazione mentale è la chiave di un buon golfista. Quando vediamo i giocatori del tour fare la routine prima del colpo non stanno solo guardando dove tirare la palla, ma stanno mettendo in pratica anni di allenamento fisico, tecnico e mentale per far sì che la palla vada esattamente dove vogliono: questa è la grande differenza tra un buon giocatore e un gran giocatore.

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Set 30


No, non è perché contiene una intervista che Alessandra mi ha fatto (sebbene questo faccia assai bene al mio ego).

E nemmeno perché lei ha avuto la bontà – ma dovrei dire l’ardire – di paragonarmi a tanti altri pro che raccontano nell’ebook le loro esperienze (anche se anche ciò non mi dispiace affatto!).

No, è perché questo è un bel libro. Di valore. Un testo che aiuta a capire come i pro ragionano quando sono in difficoltà, come prendono le decisioni, come non si lasciano intimidire dal campo ma al contrario lo attaccano, ricercano la sfida e la vittoria. E nello stesso tempo sono umili, a volte.

L’ho letto nei giorni di Roma, tutto preso dal mio sogno e obiettivo di diventare pro per davvero, e ho apprezzato molte tra le storie qui incluse. Alcune mi sono piaciute più di altre, anche se non farò ora una classifica, perché trovo molto interessante il concetto in sé.

E un grande, grandissimo plauso va ad Alessandra, che ha avuto l’idea di radunare queste storie e poi ci ha messo dentro tutta la passione, il tempo e l’energia necessari per realizzare l’ebook. E poi lo ha messo a disposizione di tutti.

Scaricarlo – e leggerlo, leggerlo e meditarlo, soprattutto – è il prossimo passo.

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Set 23


Forse è strano, o forse no.

Il fatto di non aver passato il taglio alla preselezione, anzi di essere stato certo già dopo il primo giro che non l’avrei passato, non mi ha irritato o deluso. Sì, ho avuto un po’ di frustrazione il primo giorno alla decima e undicesima buca (partivo dalla 10, quindi erano la 1 e la 2) in cui un triplo e un quadruplo mi hanno di fatto tagliato fuori dalla gara; ma io non faccio fatica a dimenticare gli errori, ho lasciato andare tutto con leggerezza.

Insomma ho giocato male e non ci sono scuse. Non il vento, che pure era forte; non il campo, che pure era difficile; non i green, che pure erano velocissimi. Se vuoi diventare pro devi passare da lì, non ci sono scorciatoie. Le condizioni sono chiaramente difficili ma la situazione è equa. Passano i migliori, com’è giusto che sia.

Dopo il secondo giorno, dei 131 partiti ne sono rimasti in gara 52, e di quei 52 solo 26 sono “sopravvissuti”, e oggi si contendono gli otto posti disponibili. Tra di loro c’è anche un hcp 4,3, che non potrà arrivare nei primi otto ma è la dimostrazione del fatto che comunque i giri si possono fare tutti quanti, anche con un hcp alto come il mio.

La settimana sutrese è stata in ogni caso meravigliosa per me. Ho portato via splendidi ricordi, e ho imparato molto. Da ieri ho ricominciato, da ieri si lavora per il 2012.

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Set 16


Maria Paola Fiorio, giovane promessa del golf italiano, si allena spesso ai Ciliegi, dove è seguita dal maestro Diego Fiammengo. Nata il 21/12/1993, ha iniziato a giocare a golf a undici anni grazie alla famiglia. Dopo qualche gara di circolo nelle quali si è abbassata radicalmente, ha iniziato a fare le gare giovanili ottenendo il primo anno il Brevetto, il secondo il Brevetto Giovanile, il terzo il Brevetto Nazionale, per entrare infine nella squadra nazionale con la qualifica di “probabile nazionale”. Il 2011 è stato il suo secondo anno in squadra.

Nella sua carriera golfistica è diventata due volte campionessa regionale sarda quand’era iscritta al Pevero Golf Club. Sempre negli stessi anni è arrivata terza al Trofeo Nazionale Gianluca. Quest’anno è stata scelta per giocare in Francia il Quadrangolare Girls, una gara internazionale che fa da apertura alle gare della stagione. E sempre quest’anno è arrivata in semifinale ai campionati italiani match-play.

Luciano De Stasio, il mio preparatore atletico – che non ringrazierò mai abbastanza, ma questa è un’altra storia -, e io abbiamo preparato alcune domande: ecco a seguire la nostra chiacchierata con lei.

Iniziamo dal soprannome col quale sei conosciuta, “Banana”: ovviamente ricorda lo slice del golf, ma non so se ha a che fare col nostro sport. Puoi raccontarne l’origine e gli sviluppi?
Il mio soprannome è nato quando ero molto piccola, non conosco esattamente le dinamiche. Forse avevo appena un anno quando mio papà mi chiamò Banana per la prima volta e da quel momento non me lo sono più tolta. Alcune persone che mi conoscono da quando sono piccola non si ricordano neanche il mio vero nome…

Come e quando hai iniziato a giocare a golf?
Prima di iniziare a giocare a golf correvo in pista con il go-kart. Poi un giorno il go-kart viene venduto e in cambio ricevo una sacca da golf. Avevo 11 anni, ne avrei compiuti 12 a dicembre. All’inizio i miei genitori me lo imponevano e io l’odiavo ma poi è scattato qualcosa… ora è la mia più grande passione.

Ti vediamo spesso sudare in campo pratica ai Ciliegi col tuo maestro Diego Fiammengo. Puoi descrivere una tua seduta di allenamento tipica?
Beh, diciamo che non ho una “seduta tipica” nel senso che cerco sempre di dividere al meglio il mio tempo tra gioco corto, putting green, campo pratica e campo. Magari ci sono volte in cui mi alleno di più su una parte del gioco perché sento la necessità, ma non ho un programma preciso di allenamento. Sarebbe corretto averlo ma prima di fare un programma di allenamento dovrei capire come vorrei farlo in modo che non diventi noioso e che effettivamente mi aiuti a migliorare.

E ci parli del rapporto col tuo maestro? Che cosa ti ha insegnato, soprattutto, Diego?
Diego è speciale. Adoro allenarmi con lui, soprattutto quando andiamo a fare le sfide in campo. È proprio durante queste che imparo di più… Un bravo maestro non è solo colui che sta in campo pratica a insegnarti lo swing (tutti sono capaci) ma soprattutto colui che ti insegna come ci si muove in campo, che ti insegna diversi tipi di colpi e soprattutto a divertirsi mentre si gioca.

Che cosa diresti a noi comuni mortali che volessimo raggiungere un handicap simile al tuo?
Considerando il fatto che sono anche io ancora una comune mortale (ovvero non ancora pro) da uno/a più forte vorrei sentirmi dire che dopo i sacrifici fatti, l’impegno e la passione impiegati negli allenamenti, alla fine si raggiungono gli obiettivi e se anche non si raggiungono si è dato il massimo e questa è la più grande soddisfazione della vita!

Quale ritieni sia la tua miglior qualità nel golf? E il difetto che vorresti eliminare?
Probabilmente la mia miglior qualità è la tranquillità che però può essere considerata anche il mio più grande difetto. Ci vuole adrenalina per giocare ad alti livelli e a me manca…

Come ti vedi, golfisticamente parlando, tra dieci anni?
Non penso moltissimo al mio futuro ma ultimamente ho un pallino in testa, le olimpiadi 2016! Detto ciò è molto probabile che dopo il college provi a passare pro e magari prendere una carta nel LPGA. Ovviamente vorrei essere una delle donne più competitive al mondo e perché no giocare anche nella Solheim Cup.

Oggi lo sport agonistico ci regala prestazioni eccezionali, gli atleti in molte discipline raggiungono risultati incredibili: che cosa ci dobbiamo aspettare nel golf negli anni a venire?
A mio avviso negli anni a venire ci si può aspettare grandi cose dal golf sia a livello nazionale sia internazionale: a differenza di anni fa dove il golf veniva visto come uno sport per vecchi, oggi è visto come uno sport agonistico dedicato ai giovani appassionati ed è così che questo gioco è ora all’altezza di essere praticato alle Olimpiadi. In più il miglioramento della tecnologia e la continua evoluzione dei materiali ha permesso apprendistato più veloce per i principianti e delle prestazioni maggiori per i giocatori già più esperti.

Quali sono gli aspetti determinanti nell’allenamento del golfista che possono portare a un miglioramento della performance?
Al contrario di quello che è comune pensare, l’allenamento per il miglioramento della performance non è interamente svolto sui campi: la preparazione mentale è altrettanto importante di quella fisica.

Cosa pensi della preparazione atletica e dell’alimentazione nell’ambito dell’allenamento golfistico?
La preparazione fisica sta alla base di tutto l’allenamento golfistico. Con un fisico atletico è molto più semplice dare il 100%, poiché è più facile mantenere la concentrazione. Un’alimentazione corretta è fondamentale per aiutare il fisico a reagire nel migliore dei modi soprattutto durante la competizione.

In Italia spesso i ragazzi che praticano sport agonistico hanno difficoltà a conciliarlo con gli studi e purtroppo non sempre gli insegnanti supportano chi si dedica alle competizioni. Tu come ci sei riuscita? E quanto tempo dedichi al golf?
Questo è un grosso problema; io ho infatti dovuto cambiare scuola a metà della terza superiore proprio per questo motivo. Ora frequento una scuola che mi permette a grandi linee di allenarmi. Purtroppo in Italia non si ha ancora la concezione di sport agonistico come in America, e infatti i grandi giocatori provengono dal continente americano piuttosto che quello europeo. Cerco sempre di dedicare al golf il maggior numero di ore possibili, anche se la qualità dell’allenamento è più importante rispetto alla quantità.

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Set 09


Ho conosciuto Martina Migliori, giovane giocatrice di belle speranze, in una gara recente a Cuneo, che è il mio secondo circolo de facto (anzi, nel periodo estivo è quasi il mio circolo per eccellenza, il luogo dove ho trascorso molte mattine d’agosto a tirare palle come un forsennato alla ricerca del mio swing).

(In quella gara una volta sola sono riuscito a superarla con il drive, e solo di un paio di metri… ehm.)

Curiosamente saremo compagni d’avventura a Sutri tra pochi giorni. Mi è sembrato che le sue qualità golfistiche e il suo saper stare in campo siano doti interessanti da esplorare. Le ho fatto allora qualche domanda: qui a seguire la nostra conversazione.

Come e quando hai iniziato a giocare a golf?
A 13 anni, e nell’agosto 2004 ho preso l’hcp (anche se a 7/8 anni avevo già provato a tirare qualche pallina).

Che cosa rappresenta il golf per te?
Una via d’uscita dalla monotonia della vita quotidiana. Finita la scuola quasi tutti i ragazzi si iscrivono al’università, io invece mi sono data al golf! Diciamo che per me è uno sport, un divertimento ma anche un lavoro.

Sei passata da un handicap di 4.5 a inizio anno ad uno di 1.4 attuale, il che è un salto notevole (la barriera del 4 è uno scoglio grande per quasi tutti i golfisti). Mi racconti come hai fatto?
Nel 2009 avevo già raggiunto un hcp di 2.0, ma a causa della scuola non sono riuscita ad allenarmi come desideravo e sono ritornata a 4.5. Terminata la scuola ho deciso di darmi totalmente al golf, ma ad ottobre 2010 mi sono trovata in una situazione di stallo in cui non riuscivo a giocare neanche un 4 di hcp! Allora insieme a mia mamma ho deciso di provare a cambiare maestro: scelta vincente! Grazie al mio nuovo maestro – Giuseppe Bertaina – sono riuscita a fare un salto tecnico notevole che mi ha portato all’hcp attuale di 1.4. Sono passata addirittura dal giocare i ferri in grafite donna a quelli in acciaio Nippon uomo!

Mi descrivi una tua seduta di allenamento tipica?
Inizia con un bel riscaldamento che mi consenta di effettuare la pratica senza problemi fisici. Poi passo al campo pratica… ormai nei circolo in cui mi conoscono sono diventata una disgrazia perché tiro dalle 400 alle 800 palle al giorno! Finita questa sessione di pratica passo al putting green: al putt dedico circa un’ora, passando a contare quanti putt sbaglio da 1,20 metri (ieri sono arrivata a tirarne 100 di seguito senza sbagliarne nessuno!!!) fino a sfruttare tutto il putting green per i putt lunghi. L’approccio secondo me è la parte più difficile da allenare perché per farlo bene bisogna disporre di un’area approcci adeguata, cosa molto difficile da trovare. Alla fine dell’allenamento (se non è diventato ancora buio!) c’è sempre un po’ di tempo per fare una sfida tra amici.

Quante volte ti alleni la settimana, e per quanto tempo?
Mi alleno sei giorni a settimana e al golf cerco di passare più tempo possibile.

Quale ritieni sia la tua miglior qualità nel golf? E il difetto che vorresti eliminare?
La mia migliore qualità è che dai posti più difficili riesco a fare colpi incredibili… è più facile che mi parta un colpaccio da centro fairway! Una mia qualità è quella di essere medio-lunga con i ferri, cosa che mi permette di attaccare il green con un ferro 8/9 invece che con un 6/7. Un mio grande difetto è il gioco attorno al green, ma ci sto lavorando alla grande!

Mi parli dei tuoi programmi golfistici futuri?
La prima gara prevista nel mio programma è la preselezione presso il golf club le Querce per diventare maestra. A gennaio andrò in spagna a provare le prequalifiche per il LET.

Come ti vedi, golfisticamente parlando, tra dieci anni?
Mi vedo in un sogno! Spero di diventare presto professionista e di poter partecipare alle gare del tour. E nel caso non riuscissi a giocare potrò sempre tentare l’insegnamento!

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Set 02

Be’, non so se il nome sia stato inspirato da questo mio blog, ma ad ogni modo mi fa piacere segnalare Campo pratica, luogo dove Piero Sabellico – docente al Centro Tecnico Federale di Sutri – e altri maestri discutono di tecnica dello swing.

Parallelamente all’ampliamento dell’interesse per questo sport crescono – ed è un gran bene – anche i siti dedicati al golf.

Gli articoli presenti su Campo pratica non sono al momento numericamente elevati, ma tutti di qualità e interessanti. Di facile comprensione, chiari e diretti al punto. Sono dedicati soprattutto al golfista medio, com’è logico che sia.

L’augurio è che il sito vada avanti e che si riempia di contenuti: il fatto di avere un media come Repubblica a fare da amplificatore è un vantaggio non da poco.

Buon lavoro agli autori dunque. E buona lettura!

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Ago 26


È un’americanata, certo.

Lui è Dan McLaughlin, un trentenne ex fotografo commerciale che l’anno scorso ha lasciato il lavoro per imbarcarsi in un progetto che ha del folle (il che lo rende decisamente interessante): diventare un golfista professionista in 10mila ore di pratica, partendo da zero.

Dan pratica il golf per 50 ore la settimana, cosa che gli farà raggiungere l’obiettivo (inteso come numero di ore) ad aprile 2014.

L’idea delle 10mila ore è affascinante: Malcolm Gladwell l’ha resa popolare e io ne ho parlato, tra l’altro, qui. In poche parole, è il numero di ore necessario in qualunque disciplina per diventare un vero virtuoso.

Il piano è presentato in dettaglio nel sito. È possibile seguire Dan anche su Twitter e su Facebook.

Un punto che mi lascia scettico è l’età: tutti i grandi campioni hanno iniziato a praticare il golf da molto piccoli, con l’eccezione di Greg Norman, che iniziò a quindici anni ma il cui talento è pari a quello di pochissimi altri – non più di una manciata di fuoriclasse assoluti – in tutta la storia del golf.

Dan è certamente un pazzo. O forse un poeta. (Del resto aut insanit homo aut versus facit, per dirla con Orazio.) Riuscirà nell’impresa? Non riuscirà? Al momento non è rilevante. Io lo seguirò (con una punta di invidia, ovvio). E farò il tifo per lui.

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Ago 19


Questo post non è scritto per i golfisti.

Non è scritto nemmeno per chi non è interessato al tema.

È pensato per tutti coloro – molti più di quanti possiamo immaginare – che si trovano in qualche parte tra l’uno e l’altro estremo, persone che magari sì, potrebbero essere interessate a provare questo gioco/sport ma i costi sono elevati, ma ci vuole tanto tempo, ma e se poi mi prende? e così via.

Bene, per costoro c’è un punto importante da chiarire.

Il golf può significare cose diverse per persone diverse. Uno degli aspetti magici di questo sport è proprio il fatto che può essere fruito a livelli molto diversi di abilità, età, impegno. È uno sport per tutte le età.

È un fatto che il golf non può – non potrà mai – essere uno sport economico, perché la manutenzione dei campi costa parecchio e perché richiede spazi ampi. Tuttavia si può iniziare a praticare con cifre relativamente contenute, nell’ordine dei 3-400 euro, il che permette di capire se è uno sport che può interessare e quindi poi, eventualmente, procedere con i passi successivi. Si può giocare a golf spendendo mille euro l’anno: certo il calcetto costa meno, ma non è una cifra impossibile.

Ma soprattutto vorrei che fosse chiaro che non vale l’identità (pericolosa, fuorviante e sbagliata) che il golf è uno sport d’elite, praticato da persone con la puzza sotto il naso, da nobili perdigiorno e così via. Questo è un tema che si ripropone più volentieri d’estate, quando è più facile associare per esempio la Sardegna ad un certo tipo di turismo e così via.

Naturalmente il golf è fatto anche di queste situazioni. Ma l’altro ieri, tanto per dire, al mio circolo c’era un ragazzino – dodici anni – che ha passato il pomeriggio da solo in campo pratica, tra swing e approcci e putt. Io ho trent’anni e passa più di lui e faccio la stessa cosa. Per me – e per tanti, tantissimi altri come me – questo è il golf: sportmanship, sfida con se stessi e con gli amici, percorso di tecnica e conoscenza – non aperitivi verso sera in luoghi esclusivi.

Che si sappia.

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