Ago 12


Io il mio programma l’avevo fatto: arrivare alle Querce il venerdì precedente la gara (che inizia martedì 20 settembre), provare il campo per tre giorni e – nella mia ingenuità – sarei stato a posto.

Poi però Andrea, il mio maestro, mi ha gentilmente “ordinato” di andare a provare il campo prima, perché – è stato il suo ragionamento – “quando arriverai là per la gara dovrai già essere preparato e conoscere il campo”.

La prima volta che sono finito in rough, questa mattina alla buca uno, ho capito che aveva ragione. E come! Insomma ho ascoltato il suo suggerimento e sono qui per un paio di giri, oggi e domani. Prendo appunti, faccio foto. Non penso al fatto che tra 39 giorni me la farò sotto e sarà bellissimo. È bellissimo già così.

Sono arrivato ieri sera, con la famiglia, l’aria tranquilla e limpida verso il tramonto, ho incontrato persone gentili, avevo e ho sensazioni molto positive dentro di me.

Questa mattina andavo lentissimo, provavo e riprovavo tutti i colpi e soprattutto dal rough. Perché ho capito subito che quando finisci nel secondo taglio già solo trovare la palla è un’avventura. È un campo (giustamente) molto difficile, questo; e questa mattina, man mano che le buche scorrevano, mi vedevo letteralmente imparare dei fatti, assimilare delle sensazioni.

Mi vedevo dal di fuori e mi pensavo in quel territorio in cui mi trovo ora, dove magari la definizione di dilettante mi sta stretta ma non sono certamente un professionista.

A fine giro ero stanchissimo, ma non pensavo a come saranno i giri di settembre, ero pienamente soddisfatto e basta.

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Ago 05


Dopo tre settimane intere in cui non ho toccato un singolo bastone, questo lunedì ho ripreso la preparazione in vista della gara di Roma.

Qualche settimana fa avevo fatto il clubfitting, la cui utilità è difficile da comprendere per il golfista medio; occorrerebbe della promozione a livello generale, in maniera che chi vuole informarsi possa farlo con facilità e senza avere l’idea di stare facendo qualcosa da iniziati, sulla scia per esempio della serie di articoli dedicati al tema da “Golf Digest” di questo mese.

Questa settimana mi sono anche arrivati i bastoni nuovi: ferri Mizuno MP-58, gli “eredi” degli MP-57 che ho usato con estrema soddisfazione per tre anni interi (e che avevo comprato su Internet senza mai averli toccati né provati, solo perché rapito dall’aspetto e convinto da questa recensione), canna stiff ma un po’ più leggera rispetto alla precedente e driver Titleist 910D2, 10,5 di loft e canna stiff. (Sui 10,5 gradi ho i miei dubbi, ma il tempo dirà.)

Li ho scartati lentamente, e lentamente ho iniziato a provarli. Mi sovvenivano le sensazioni di quella volta in cui, da piccolo, avevo ricevuto in regalo – per Natale, credo – una scatola di gianduiotti e con calma avevo cominciato ad assaporarli. Ho iniziato a colpire palline e mi sembrava di non essermi mai fermato. Luciano, il mio preparatore atletico (grande plauso a lui, by the way) dice che in tanti casi succede che dopo una pausa si cominci bene ma poi si vada avanti con difficoltà. Vedremo. (Ma intanto ieri li ho inaugurati con un eagle alla seconda buca del mio circolo: ibrido in centro pista e ferro 8 dritto come una lama che è atterrato in green 4 metri dopo la bandiera, ha spinnato ed è entrato.)

Per quanto riguarda la preselezione alle Querce (o “i giri”, come viene comunemente definita tra i golfisti), a oggi le cose stanno così. Gli iscritti maschi sono 104, dei quali 96 in regola con l’handicap (gli altri hanno un handicap superiore a 4,4). Di questi 96, io mi trovo in ottantatreesima posizione a pari merito (per handicap).

Anche se, va detto, una volta che la gara inizierà l’handicap non conterà assolutamente nulla, conterà solo il mal di pancia. Del resto, come dice Lewis Hamilton citato da Alex Zanardi sull’ultimo “Wired”,

il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto.

Ecco, martedì 20 settembre – tra 46 giorni – io mi sveglierò e me la farò sotto. E sarà comunque splendido: avrò fatto tutto quello che volevo e dovevo e sarò in pace con me.

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Lug 29


Il periodo di vacanza richiede un post leggero. Oggi parliamo dei giochi di golf per computer.

Da ragazzo ammattivo per Tetris, poi ho dimenticato di giocare per secoli. Qualche anno fa, visto che il golf stava diventando importante nella mia giornata, ho cominciato a cercare qualche gioco su computer – soprattutto per i giorni in cui il circolo era chiuso! 🙂

Io ne conosco tre. (Ne ricordo un altro, anni fa, sul sito di Emanuele Canonica, il primo che ho conosciuto in tema. Ma credo non esista più, o almeno io non sono stato capace a ritrovarlo.)

1. Quando ho pochi minuti utilizzo 3D Championship golf: molto semplice, senza particolari pretese ma d’effetto e con risultato immediato.

2. Per giochi di durata maggiore (almeno mezz’ora) ho un paio di scelte. La prima è ShotOnline, molto realistico e complesso.

3. Recentemente ho scoperto un gioco simile a questo: World Golf Tour, che mi ha impressionato soprattutto per il realismo dei campi. Scegli St Andrews e ti sembra di essere lì.

Unico problema: questi giochi sono un po’ troppo addictive. Meglio smettere in fretta e correre in campo!

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Lug 22


Sabato scorso, quando ho visto che Clarke sarebbe partito in testa all’ultima giornata del British Open ho sperato, sperato, sperato che non facesse sciocchezze e che gli altri non facessero miracoli.

Nelle prime nove Mickelson faceva paura, poi per fortuna si è autoescluso. Quando Johnson ha sparato il secondo fuori alla 14 come niente fosse – scene già viste, ma questa è un’altra storia – ho pensato ‘è fatta’.

È stato assolutamente mitico. E, poiché Clarke è simpatico a tutti, tutti sono stati contenti: Poults ad esempio ha scritto su Twitter che “the night sounds young where he is”.

E, la sera, chissà quanti avrebbero pagato una cifra per far festa con lui. Per avere un po’ di craic in sua compagnia: divertimento, come dicono in Irlanda. Guinness and craic, qualcosa del genere.

Già, perché al di là di questa vittoria viene da pensare cazzo, che vita la sua!

La vita di una persona normale, di qualcuno che la sera della vittoria, la Claret Jug al suo fianco, ha detto:

I guess I’m a bit of a normal bloke, aren’t I really? I like to go to the pub and have a pint, fly home, buy everybody a drink, just normal. There are not many airs and graces about me. I’m just a normal guy playing golf, having a bit of fun.

Ben detto e ben fatto. Chapeau, Mr Clarke.

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Lug 15


È cominciato tutto tanto tempo fa. Intorno a ottobre dello scorso anno mi è stato chiaro che avrei voluto farlo, così, per me soltanto. Insomma ero (e sono) io che mi motivavo. Null’altro. Nessun’altro.

Sto parlando dell’idea – balzana e peregrina, forse (ma se anche fosse, che importa?) – di diventare pro. A quasi 44 anni, avendo preso in mano un bastone poco più di sette anni fa, con un lavoro, una famiglia da mantenere, dei genitori anziani? Ma stiamo scherzando?

Beh, la vida es sueño y los sueños sueños son, potrei dire calderondelabarchianamente.

E comunque l’idea è diventata reale nel momento in cui, all’ufficiale di Villa d’Este della settimana scorsa (una gara in cui sono stato irriconoscibile e ne ho tirati mille per giorno) un amico mi ha detto che il bando era uscito.

Già, il bando è uscito. E io mi sono iscritto. Alea iacta est. Il programma ora è di una semplicità disarmante:

– da qui a fine mese niente golf, solo preparazione atletica (questo perché la Corsica è l’unico luogo al mondo per il quale posso rinunciare al golf);
– dal 1° agosto a metà settembre farò quattro ore di campo pratica al giorno al mio circolo, martedì esclusi, con poche gare qua e là;
– il 16 settembre parto per Nepi.

Comunque vada, sarà un’esperienza fantastica. Già solo il fatto di esserci è per me una vittoria, tutto quel che viene in più è grassissimo che cola. Sì, perché che io diventi professionista oppure no è – dal mio punto di vista – assolutamente irrilevante, perché quello che è veramente fondamentale è il percorso che ho fatto e sto facendo per arrivarci e gli obiettivi che mi sono dato.

E poi, se penso a ciò che il golf mi ha dato in questi anni in termini di conoscenza di me stesso sono assolutamente estatico. Tutto questo, in breve, è molto più che sufficiente.

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Lug 08


Castelconturbia, domenica scorsa, secondo giorno della patrocinata. Il primo giorno era stato discreto, mentre il secondo inizia alla grande con birdie – par – birdie. Le prime nove buche scorrono in the flow, col risultato lordo di -1 (ho aggiunto uno stupido bogey – ma quando mai i bogey sono intelligenti? – alla 5, un par 5 senza particolari difficoltà).

Inizio le seconde nove, più difficili (il percorso rosso), con un paio di bogey e proseguo non bene. Con errori di diverso tipo (uno paio di strategia, un paio di tecnica, uno di misclubbing, uno di semplice stanchezza) cerco di portare avanti il giro al meglio che posso, e sono sul tee delle 18 con 35 punti stableford e +7 sul giro.

A quel punto il mio obiettivo è l’handicap: con un par scenderei di 0,1, con un birdie di 0,2. Ma il birdie è un pensiero azzardato, penso ad assicurarmi il par senza fare errori. (E penso anche a tutta la fatica per un misero 0,1 – but that’s golf! :-))

La 18 è un par 5 facile: un tee shot che richiede un carry di 200 e pochi metri sull’acqua, un green raggiungibile con un bel legno 3 (a condizione, ovviamente, di mettere il tee shot in fairway). Così avevo fatto il giorno prima, chiudendo col birdie.

Ma il golf è fantastico anche per questo: ciascun giorno è diverso dall’altro. Il mio tee shot risente della stanchezza, forse più mentale che fisica, e in questi casi tendo ad aprire il colpo: un fade molto pronunciato, al limite dello slice, fa atterrare la pallina nel rough di destra. A quel punto il green è da dimenticare. Ai lati del fairway ci sono due grossi bunker, uno a 180 (a destra) e uno a 200 metri (a sinistra) da me. Un ibrido tirato così così finisce nel rough di sinistra, a 100 metri esatti dalla buca.

Non mi preoccupo di quello che potrebbe essere considerato army golf (un colpo a destra e uno a sinistra, come quando sei a militare), corro letteralmente invece fino al green per vedere la situazione. Il pitch è il bastone da usare.

Il colpo parte bene, incito la palla a volare, e lei si ferma a quattro metri abbondanti dall’asta. Esamino con cura il putt da entrambi i lati, mi distendo anche dietro alla pallina (un gesto che ho visto fare all’ex-caddie di Robert Rock e che domenica – giorno in cui i putt sono stati complessivamente 24 – è stato particolarmente fruttuoso). Il putt è in leggerissima discesa, ha una lieve pendenza verso destra all’inizio e poi verso sinistra nei pressi della buca. Decido la linea: bordo sinistro interno.

Il colpo parte esattamente come l’avevo immaginato, quando arriva a 30 centimetri dalla buca capisco che entrerà. Alzo la testa del putt di una trentina di centimetri verso la buca in segno di esultanza. La palla entra, io mi dico “38!” (i punti fatti, ovvero -0,2 sull’handicap) e – pensando alle magie di Seve, colui per il quale queste cose erano il pane quotidiano – sono molto soddisfatto di me.

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Lug 01


Questo libro – che ho comprato usato per una sterlina e poco più (per dire che a leggere non ci vogliono davvero tanti soldi) – è il racconto esilarante dell’avventura dell’autore verso il professionismo.

Già il sottotitolo – My Year of Swinging Dangerously on the Pro Golf Tour – è autoesplicativo. Cox racconta, con molta autoironia, i suoi tentativi (che spesso finiscono in disastro) di diventare un pro.

C’è il lieto fine, comunque, e anche se non corrisponde all’obiettivo iniziale non è detto che non sia la scelta migliore per il protagonista.

Una citazione (p. 135):

When you play the kind of golf Westwood and Woosnam do, everyone wants a piece of you – whether that piece is in the shape of a photo sanctified with your handwriting, or one of your broken tee pegs, or the more transient confirmation that you’re all right or that you’ll take every shot as it comes and see what happens and that it’s all about holing some putts, in the end.

In poche parole una lettura leggera e anche umoristica, sulla scia di The Green Fine Line e Paper Tiger, l’ideale per giornate luminose come queste.

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Giu 24


Domenica 19 giugno, secondo giorno di gara della patrocinata al Golf Club Cuneo. Il bilancio del giorno prima era stato positivo (a parte un drive che non voleva saperne di andare dritto) ed ero sesto in classifica generale. Il secondo giorno parto in maniera disastrosa: bogey – doppio – bogey, così che sul tee della 4 sono già a +4; gli obiettivi a quel punto cambiano per forza.

Vado avanti con qualche par, un birdie e un bogey. Arrivo sul tee della 9, un par 3 di 206 metri che ho sempre trovato ostico, questa volta anche con vento contro. Prendo il mio fedele legno 3: la palla parte assolutamente dritta verso l’asta, batte a inizio green e poi rotola, rotola, rotola… fino a scomparire dentro la buca. La mia prima buca in uno.

Sono contento, naturalmente. È una sensazione strana – del resto si tratta di qualcosa che potrebbe anche non capitarti mai nella vita – ma decisamente positiva.

Una buca in uno aggiusta la giornata, diciamo.

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Giu 17

Adoro l’atmosfera silenziosa e concentrata dei tornei professionistici di golf! Venerdì scorso ero all’Open, ecco qualche impressione.

Se chiudo gli occhi il ricordo primo che ho dentro di me è sonoro: il suono delle palline scagliate con perizia e precisione a rompere il silenzio. Già, perché una palla presa nello sweet spot fa una bella differenza: il suono è pieno e definito, dà soddisfazione anche solo a sentirlo.

Non ho voluto seguire i grandi nomi perché mi pare scontato: ho scelto una terna – Joel Sjöholm, Mikko Korhonen e Mark Haastrup – di sconosciuti al grande pubblico, e li ho seguiti per le seconde nove.

Nessuno di loro ha passato il taglio, sia pure di poco. La cosa che più mi piaceva era che per la maggior parte delle buche sono stato l’unico spettatore.

Alla 15 Sjöholm spedisce il suo drive un chilometro sulla destra, di fatto sul tee della 4, tant’è che ha dovuto aspettare che si liberasse per poter fare il secondo colpo; e ricordo distintamente il caddie che correva verso la zona dove la palla era atterrata, sulle spalle la sacca da tremila chili, per evitare che qualche spettatore la prendesse con sé come souvenir. Ottimo recupero da 130 metri (non dobbiamo mai dimenticare che una delle differenze tra noi e loro è che loro possono mandare la palla in bosco, ma il par salta fuori praticamente sempre).

Alla 17 ancora Sjöholm sbaglia il putt per il par e scaglia arrabbiato la palla in rough.

Sul tee della 18 siamo quasi amici, anche se non ci siamo mai parlati. Il caddie di Haastrup
mi lancia la ProV1x del suo giocatore. Sorrido come un bambino felice.

Finito il loro giro mi siedo davanti al putting green. Entra Manassero con due palline e le mette giù. Sbaglia *8 putt di fila* da tre metri. E io penso che qualche speranza per noi c’è ancora.

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Giu 10


Il numero di giugno di “GolfDigest” contiene un articolo, a firma di Max Adler, dedicato a quei golfisti abbastanza bravi per essere considerati delle “stelle” nel loro circolo ma che, nell’universo golfistico, sono mooolti gradini sotto il golf professionistico: How Low Can You Go? Di fatto l’articolo finisce per essere una galleria ben articolata di ciò che diversi professionisti pensano sul tema. Riporto a seguire, commentandoli (e inserendo la mia traduzione di seguito tra parentesi quadre), alcuni punti che reputo degni di nota.

Intanto, il concetto di “scratch golfer” è variato col tempo: il livello scratch, o handicap zero, è stato misurato come il gioco espresso dalla metà migliore dei partecipanti allo US Amateur tra il 1977 e il 1981. Oggi, usando gli stessi criteri si ottiene un livello di +3: ovvero, la concorrenza (per via del progresso tecnologico nei materiali, della preparazione atletica e probabilmente per altri fattori) è molto più agguerrita.

Poi, bisogna distinguere tra colui che gioca scratch sul proprio campo e colui che fa la stessa cosa in giro per campi diversi tra di loro – sono due giocatori mooolto diversi. Dice Butch Harmon:

A good amateur’s handicap is based on travelling to different courses and competing. If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.
[L’handicap di un buon dilettante è dato dal gioco su diversi campi e dal competere su di essi. Se non sei quattro o cinque sotto ogni volta che giochi sul campo di casa, dove conosci ogni minima pendenza, allora non puoi essere considerato bravo.]

Qual è la differenza tra uno scratch golfer e un professionista? Sentiamo Matt Kuchar:

A scratch has a consistent swing and can put together very good rounds, but too often he makes that double bogey or multiple bogeys in a row. A pro learns to eliminate them.
[Un giocatore scratch ha uno swing ripetitivo e può mettere insieme giri molto buoni, ma troppo spesso fa quel doppio bogey di troppo o più bogey di fila. Un professionista impara a eliminarli.]

Dettagli piccoli ma significativi, quindi. E anche l’aspetto mentale ha la sua importanza (ovviamente), come illustra Martin Laird:

I jumped to another level when I realized that getting frustrated and angry on the course doesn’t help.
[Sono passato al livello superiore quando mi sono reso conto che essere frustrato e arrabbiato sul campo non aiuta.]

E lo stesso Laird parla di un altro aspetto rilevante, la strategia di gioco:

You can’t underrate course management. I learned that I don’t have to go at every pin just because I have a wedge in my hand. Sometimes 15 feet is OK.
[Non si può sottovalutare la gestione del campo. Ho imparato che non devo mirare a tutte le bandiere solo perché ho un wedge in mano. A volte cinque metri va bene.]

Scrive l’autore dell’articolo:

“Make fewer errors and do everything a little better” is probably not the revelation holding back your scratch friend. However, perhaps there’s something to be gleaned from how pros react to errors.
[“Fare meno errori e fare tutto un po’ meglio” non è probabilmente la rivelazione che impedisce al tuo amico scratch di passare al livello successivo. Tuttavia, forse c’è qualcosa che si può apprendere da come i professionisti reagiscono agli errori.]

Sì, credo proprio che qui stia il punto fondamentale: come si reagisce all’inevitabile errore. Dice Bob Rotella, uno che di psicologia dello sport due o tre cose le conosce:

Tour players make bad swings and miss greens, too, but they tend not to get bothered by anything or anyone. […] They get up and down more often, they chip in more often. They just have this ridiculous confidence.
[Anche i giocatori del tour fanno brutti swing e mancano i green, ma tendono a non farsi infastidire da nulla e nessuno. […] Fanno up and down più spesso, imbucano con un chip più spesso. Hanno semplicemente questa ridicola sicurezza di sé.]

Questa ridicola sicurezza di sé, ovvero la confidenza nella propria abilità golfistica, spiega molte cose. Anche Anthony Kim ha un suggerimento per gli aspiranti professionisti:

Even when you don’t want to hit that last bucket or two of range balls, physically you can, and then maybe you find something in that last part of the session. After a while, those somethings add up.
[Anche quando non vuoi tirare l’ultimo secchio o paio di secchi di palle, fisicamente ti è possibile, e poi può essere che trovi qualcosa in questa ultima parte della sessione. Dopo un po’, tutte queste piccolezze si sommano.]

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