Giu 03


Domenica scorsa, Valcurone. Sono in ultima partenza alla patrocinata, primo in classifica e con cinque colpi di vantaggio sul secondo.

Il giorno prima avevo fatto una gran gara, una di quelle in cui ti entra tutto (un paio di putt imbucati da otto-dieci metri e un approccio da cinquanta metri che nemmeno se lo riprovo altre cento volte), per un 76 finale e l’handicap sceso a 4.0.

La domenica però ho commesso un grosso errore, ovvero fare la gara su quello che presupponevo essere il mio avversario (colui che alla fine ha vinto). Anziché pensare al mio gioco mi sono messo in difesa, col risultato di tirarne 82 e perdere per un colpo.

(Ricordo un particolare con molta vividezza: sul green della 10 avevo un putt da 6 metri, e anziché concentrarmi sulla buca ho guardato un paio di volte di troppo il marchino dell’avversario. Risultato: tre putt.)

Secondo classificato a una patrocinata non è un cattivo risultato, tutt’altro. Però soprattutto mi resta la lezione imparata, ovvero che bisogna sempre giocare all’attacco e – in una gara a colpi – fare solo il proprio gioco, ovvero giocare contro il campo e non contro un avversario.

Non importa, ho imparato la lezione. Sto giocando tanto in questi giorni, è inevitabile che faccia errori ma prendo appunti, questo conta.

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Mag 27

Ho chiesto a Guido Rolando, compagno di gioco ai Ciliegi e probabile compagno nell’avventura romana di questo autunno (un amico, insomma, con due grossi difetti: avere l’handicap di gioco mooolto più basso del mio ed essere figlio di un maestro – è chiaramente l’invidia che mi fa parlare :-)), di scrivere un articolo sul come riparare i pitch mark. Detto, fatto. Ecco qui il primo guest blogger di Campo pratica.

Guido Rolando dixit:

Quante volte vi sarà capitato, spesso in gara, di pattare dopo aver analizzato minuziosamente la linea, il taglio dell’erba, la pendenza e a un certo punto, magari in prossimità della buca, vedere la pallina saltellare e cambiare direzione…

Ecco: se vi è successo, vuol dire che siete stati vittime di un pitch mark mal riparato.
Il pitch mark è quel segno, scavo o piccola fossetta che provoca la pallina quando atterra sul green. I giocatori più bravi e che imprimono più spin alla palla a volte fanno veri e propri buchi; i giocatori meno bravi invece lasciano dei segni più lievi, che comunque disturbano se mal riparati o addirittura lasciati così come sono.

Il pitch mark può essere sistemato utilizzando l’apposito attrezzo, l’alzapitch: sì, proprio quello che assomiglia ad una forchetta da aperitivo per prendere le olive… Questo oggettino va puntato nel terreno direttamente dietro il segno lasciato dalla pallina, piantato in modo obliquo e infine tirato verso l’erba del green in modo da far alzare la terra compressa dalla pallina… Una volta che vedremo emergere quel piccolo “vulcano”, esso andrà schiacciato con delicatezza col putter, in modo da uniformarlo col resto del green.

Ecco, così deve essere riparato un pitch mark… Occorre ricordarsi di ripararlo sempre, anche se non è sulla nostra linea (e anche se non fosse nostro): un giocatore della squadra che segue potrebbe averlo sulla sua…

Alzare i pitch mark è anche una regola basilare dell’etichetta golfistica, che purtroppo in questi ultimi anni non è molto rispettata, sia dai neogolfisti che dai giocatori di prima categoria…

Mag 20

Visito più volte la settimana l’area approcci del mio circolo. Troppo spesso la trovo in condizioni del genere:


Mentre dovrei – dovremmo tutti – trovarla più o meno così:


Partiamo dalle definizioni. L’etichetta dice:

Prima di lasciare un bunker, i giocatori dovrebbero accuratamente riempire e livellare tutte le buche e le tracce dei piedi fatte da loro e quelle vicine fatte da altri. Se c’è un rastrello ad una distanza ragionevole dal bunker, lo si dovrebbe usare per questo scopo.

Vediamo allora come rastrellare un bunker.

1. La cosa più importante è trovare un punto basso da cui entrare nel bunker: è opportuno non entrare da una sponda alta perché questo vuol dire causare erosione e comunque muovere più sabbia del necessario; senza contare il fatto che rastrellare zone piatte è più semplice.

2. È possibile (è ammesso dalle regole) portare il bastone con sé nel bunker. In alternativa, va comunque avvicinato al punto di uscita (per non rallentare il gioco).

3. Una volta eseguito il colpo e preso in mano – senza troppa pressione – il rastrello, bisogna iniziare a rastrellare dal divot e poi verso il punto di entrata/uscita. Il bunker, una volta rastrellato, deve avere una superficie uniforme, senza segni di impronte o divot e minimi segni di scavo o solchi. I solchi causati dai denti del rastrello sono accettabili: non si può far nulla al riguardo.

4. Dopo aver finito, il rastrello va messo nella posizione raccomandata dal circolo (dentro oppure fuori dal bunker, non c’è consenso sul punto e ciascuno circolo ha le sue regole).

5. Non bisogna di dimenticarsi di dare un’ultima occhiata al bunker per apprezzare il lavoro fatto e dirsi un “bravo” finale! 🙂

Mag 13


Avevo parlato qui di Golf TEE-V Italia, “un canale web che ha come obiettivo quello di creare una maggiore cultura del gioco del golf e contribuire allo sviluppo del turismo golfistico in Italia”.

Ora Bernard Lombard, presidente del Golf Club Cuneo e anima dell’iniziativa, ha lanciato un nuovo prodotto per il golfista, Open Elite.

In pratica, versando una quota di EUR 330 è possibile giocare per un anno in diversi campi francesi e italiani.

Qui l’elenco dei circoli che aderiscono all’iniziativa. In questa brochure una descrizione più dettagliata del servizio.

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Mag 06


Sì, sono stati tre giorni intensi di golf. (E allegria con amici vecchi e nuovi: io penso sempre di essere alle Olimpiadi, per dirla alla Cadonati, ma i momenti di relax sono importanti quanto le mille palline tirate.) Campo pratica a gogò, qualche lieve correzione allo swing (piccolezze, anche se i difetti rimangono sempre due o trecento), una maggior sicurezza nel gioco.

Ma soprattutto, quest’anno, la clinic è stata – al di là degli ovvi benefici per lo swing – una gioia per i sensi.

Un paesaggio incantevole: un’immagine per tutte, il panorama che si gode dal tee della 18, con la mia seconda patria (la Corsica) sullo sfondo, talmente vicina che ti pare di toccarla allungando una mano.

I suoni: il canto degli uccelli, una melodia che mette pace; e il soffio leggero del vento, di quando in quando.

I profumi della macchia mediterranea, in particolare all’imbrunire: una gioia per il naso.

Insomma un senso di completezza e di quiete: il golf e non solo.

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Apr 29


Sarà un po’ perché mi ci vedo riflesso, ma mi interessano tantissimo le storie dei professionisti di golf – ci sono molte lezioni da imparare. Ho conosciuto Marta Cagnacci da poco tempo, grazie a mia figlia che ha iniziato il corso ai Ciliegi. Allora ho colto al volo l’occasione per farle qualche domanda.

Intanto, eccone una breve autobiografia:

Sono nata nel 1989, ho iniziato a giocare a golf a 6 anni perché giocava la mia famiglia. A 10 anni ho preso l’hcp alla Margherita; nell’estate del 2000 ho fatto le prime gare giovanili e con quelle mi sono appassionata sempre di più.
Nel 2001 ho preso il Brevetto e partecipato ai miei primi campionati nazionali; nel 2002 ho ottenuto il Brevetto Giovanile, e nel 2005 il Brevetto Nazionale; in quello stesso anno ho vinto il Pallavicino (campionato nazionale a squadre under 18) per il golf Margherita.
Nel 2006 ho vinto il ranking nazionale under 18 e sono entrata nella nazionale dilettanti.
Nel 2008, dopo aver preso la maturità linguistica, mi sono preparata per andare alla gara di preselezione per accedere al corso per diventare professionista.
Da gennaio ad aprile 2009 ho frequentato la scuola nazionale professionisti ottenendo la qualifica di tirocinante. Da quando sono professionista lavoro al GC Colonnetti; ho lavorato al GC La Margherita seguendo il club dei giovani e a Bardonecchia presso un piccolo campo pratica estivo.
Nel 2010 ho ottenuto la qualifica di assistente B sempre presso la scuola nazionale professionisti.
Oggi insegno al Colonnetti e ai Ciliegi (dove mi occupo del club dei giovani) e sono iscritta alla PGA italiana.

Ed ecco a seguire l’intervista. Tra parentesi quadre alcuni miei commenti.

Come e a che età ti sei avvicinata al golf?
A 6 anni: la mamma e i nonni giocavano al golf Girasoli, così io ho iniziato a frequentare il club dei giovani.

Perché hai deciso di fare del golf la tua professione?
Perché credo che non ci sia niente di meglio che fare della passione di una vita un lavoro!

Sei soddisfatta della tua scelta?
Assolutamente sì, non tornerei mai indietro; e soprattutto insegnare mi piace più di quanto mi sarei immaginata quando ho deciso di intraprendere questo percorso.

Nel tuo futuro golfistico vedi più l’insegnamento o i tornei?
Senza dubbio l’insegnamento! Diciamo che aspirare ai tornei sarebbe un po’ surreale – e comunque avrei dovuto pensarci prima!

Nei quattro giorni della tua gara per diventare professionista hai avuto risultati altalenanti (cosa che credo peraltro comune), ma con esito positivo. Puoi raccontarmi i tuoi ricordi e le tue sensazioni di quei giorni?
Mi ricordo perfettamente ciò che disse la mamma appena finita la gara: “I tuoi score sembravano un elettrocardiogramma, ci hai fatto patire!” E aveva ragione (85-74-82-76)!
Il primo giorno ero tesissima… me la tiravo nei piedi! I due giorni centrali ricordo di aver giocato (per quanto possibile!) tranquilla, mentre l’ultimo giorno ero di nuovo abbastanza tesa (avrei dovuto fare 79 per passare). E devo ammettere che il mio caddie, nonché carissimo amico, Alessandro Palomba, è stato fondamentale: ha saputo esattamente come muoversi per non darla vinta alla tensione (sempre punto debole nella mia carriera golfistica!).

Hai un tuo maestro? Se sì, quali sono gli aspetti più positivi dal lavoro che svolgi con lui/lei?
Il mio maestro è Andrea Aghemo, lavoriamo insieme dal 2005. Ultimamente vado a trovarlo poco e soprattutto sono molto indisciplinata nel mettere in pratica i suoi consigli (non faccio mai i compiti a casa)… diciamo che ora come ora sono una pessima allieva!
Comunque, tornando a quando mi allenavo un po’ più seriamente, non saprei dire su che cosa abbiamo lavorato meglio… non c’è un aspetto migliore di altri, abbiamo svolto – credo – un ottimo lavoro su tutto… gioco corto, lungo, tattica, strategia, preparazione atletica, aspetto psicologico, emotività (quest’ultimo con pessimi risultati!).

Qual è il campo che preferisci?
Scelta difficile… ce ne sono tanti splendidi… da Milano, al golf Torino, a Castelconturbia, al Gardagolf… anche se forse sul gradino più alto del podio metterei la Margherita: ci ho giocato per dieci anni e non mi sono mai annoiata.

Qual è il tuo colpo preferito?
Il drive.

E qual è, invece, quello che ti dà più ansia?
Il putt da 80 cm! [non mi sorprende: a parere di Dave Pelz, uno che la sa golfisticamente mooolto lunga, il putt corto è in assoluto il colpo più difficile nel golf]

Quanto conta a tuo parere l’aspetto mentale nel golf?
Sicuramente troppo!

Qual è il colpo più sottovalutato dal golfista medio, ovvero quello al quale dovrebbe dedicare più cura rispetto a quanto fa?
Tra approcci e putt si sprecano troppi colpi… quante volte capita di vedere giocare a ping pong intorno al green o alla buca? Mentre è già più difficile vedere giocare a flipper da una parte all’altra del fairway. E in ogni caso non si dice niente di nuovo, il golfista medio lo sa, è solo che non è divertente dedicarsi al gioco corto!!! [mi permetto di dissentire: tra le ore migliori che trascorro al golf ci sono senz’altro i momenti passati nella zona degli approcci e sul putting green; anzi, onestamente non so dire quale dei due preferisco… “perfect practice makes perfect”, per dirla con Vince Lombardi]

Grazie Marta!

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Apr 22


Sette pagine (96-102). A tanto ammonta lo spazio dedicato sull’ultimo “Golf Digest” a Matteo Manassero (l’articolo non è disponibile sul sito, ma qui ci sono alcuni scatti correlati).

Ora, noi non scopriamo nulla di nuovo, ma è significativo che la rivista di golf più diffusa al mondo dedichi tanto spazio ad un giovane emergente, a qualcuno che proviene da un paese che, visto dall’America, era fino a ben poco tempo fa era assai lontano e comunque in nessuna maniera associato al golf.

E si tratta di una notizia non di poco conto, se Alberto Croze gli dedica l’intero editoriale dell’ultimo “Il mondo del golf”, ponendo il luce l’aspetto sportivo (ovviamente), ma anche le ricadute in termini di sponsorizzazioni per i giocatori e, più in generale, i benefici derivanti al golf italiano nel suo complesso:

La prospettiva che i nostri giocatori migliori producano guadagni simili a quelli dei giocatori di Paesi evoluti è una cosa che fa bene in primis al loro portafoglio, ma soprattutto al nostro sport, che è in crisi e ne ha un bisogno pazzesco.

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Apr 15


Segnalo questa interessante rivista digitale, giunta al secondo anno di vita.

Racconta il mondo del golf professionistico attraverso notizie, commenti e interviste ai protagonisti, e ha il pregio non indifferente di essere gratuita (richiede un semplice abbonamento). Esce ogni domenica, cinquanta domeniche l’anno.

La trovo ben disegnata, anche perché offre un’esperienza online notevole per l’utente tramite link esterni, video di approfondimento e così via. Non richiede applicazioni particolari (si fruisce direttamente dal proprio browser) e funziona con la maggior parte degli apparecchi mobili.

La pubblicità c’è (ovviamente), ma non è fastidiosa. I contenuti sono nel complesso di qualità.

Il mondo evolve rapidamente, l’analogico diventa digitale. Nel complesso vale un’occhiata.

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Apr 08

Il golf è uno sport noioso.

Noioso nel senso che richiede dei gesti il più possibile ripetitivi e uguali a se stessi. Il che si traduce di fatto nella routine: la routine è una procedura utilissima per fare in maniera che i nostri colpi (il putt soprattutto, ma non solo) siano il più possibile ripetitivi.

Vediamo quel che ne pensa Tiger (in How I play golf, pp. 30-31, traduzione mia):

Non importa quale sia esattamente la tua routine (le variazioni possibili sono molte): il punto è compiere sempre gli stessi gesti su ogni singolo putt.

La cosa importante riguardo alla mia routine è che non la cambio mai. La eseguo sempre alla stessa velocità e con gli stessi passi ogni singola volta. Non solo raccolgo tutte le informazioni di cui ho bisogno per il putt stesso, ma anche mi dispongo nel miglior stato mentale per pattare. Quando porto il putt all’indietro per eseguire il colpo sono in pieno flow, sia fisico che mentale. Ecco quel che una buona routine fa per me e può fare per te.

Ricordo anche di aver letto, su un “Golf Digest” di qualche anno fa, il padre Earl che descriveva ad un giornalista la routine del figlio nel putt. La cosa interessante era che mister Woods era di spalle al figlio e descriveva esattamente al giornalista i gesti che il figlio stava compiendo nel momento esatto in cui li faceva. E questo perché il suo è un esempio fantastico di routine.

Il putt, naturalmente, è solo un esempio, anche se il più evidente. Ma il discorso si può allargare in più direzioni. Vediamole.

Si applica, ovviamente, agli altri colpi: è scontato che la routine è importante per tutti i colpi che facciamo durante una gara (o anche un semplice giro con gli amici). La routine per un drive o un ferro sarà differente rispetto a quella per il putt, ma è importante che esista e che ne si sia consapevoli (o anche inconsapevoli, ma solo dopo averla appiccicata a noi stessi come un vestito che si adatta perfettamente a noi, ovvero come qualcosa che facciamo in automatico senza nemmeno rendercene conto).

Si applica alle ore che precedono una gara, a partire dalla sera prima fino all’arrivo al campo, alla preparazione mentale, al riscaldamento e così via: si veda ad esempio come il giovane professionista Alessandro Grammatica descrive la sua routine pre-gara.

Si applica, infine, anche a gara conclusa. In questo caso le regole sono meno fisse, ma è importante, a gara finita e in un momento di tranquillità, rivedere nella propria mente i colpi tirati, esaminarli, soprattutto individuare gli errori compiuti e quali sono stati i punti di debolezza per poterci poi lavorare in seguito.

Apr 01


La serie di interviste di Campo pratica si arricchisce oggi con la conversazione avuta con Mimmo Garibbo, che è l’anima che sta dietro a Webgolf, un servizio gratuito riservato ai golfisti dilettanti. Qui informazioni più dettagliate.

(In precedenza ho parlato con Bernard Lombard, Antonio Burzio e Alessandra Donati. Altre interviste seguiranno nei mesi a venire.)

Gianni: Quali sono i benefici per i Webgolfer?

Mimmo: Con la registrazione gratuita il golfista dispone prima di tutto di un archivio completo e sistematizzato dei risultati ottenuti in gara. Dove ho giocato, in quali campi, quante volte, quando ho fatto il mio massimo stableford e qual è la media stableford dei risultati: questi sono alcuni esempi delle risposte che il sistema mette immediatamente a disposizione del WebGolfer fin dal momento stesso della registrazione.
Ma come tutti sappiamo i golfisti amano confrontarsi, discutere all’infinito delle rispettive prestazioni, e sopratutto sfidare i propri compagni di gioco: ed è qui che WebGolf risulta veramente innovativo. Come su Facebook il Webgolfer può crearsi delle amicizie con cui condividere e confrontare grafici e statistiche di gioco, e sopratutto lanciare sfide virtuali (anche giocando in tempi e campi diversi).
Come in qualunque sfida, anche qui c’è qualcosa in palio: i WBG Coins, che sono la moneta virtuale del sistema e sono ottenuti dai golfisti in proporzione al proprio curriculum all’iscrizione e ai propri risultati di gioco effettivo, e poi utilizzati come posta in gioco sulla sfida.
Quindi ogni WebGolfer dispone di un portafoglio di WBG Coins e di un estratto conto che traccia tutte le variazioni del proprio gruzzolo di WBGCoins a seguito di guadagni (risultati i gara) e spese (sfide perse).
Il progetto è partito solo pochi mesi fa, ma presto i WBGCoins potranno essere “spesi” anche per partecipare a operazioni a premio, convenzioni e offerte rese disponibili dagli sponsor e dai circoli che stanno aderendo al progetto.
Sul sistema, tutt’ora in corso di sviluppo, sono poi disponibili molte altre funzionalità tra cui schede dei campi da golf preferiti, calendari gare e sopratutto speciali classifiche che premiano bimestralmente i WebGolfer con le migliori prestazioni. Un blog aggiornato con articoli tecnici di professionisti e ospiti vari completa attualmente l’offerta.

G: Qual è il profilo-tipo dei vostri utenti?

M: Coincide con il profilo tipico dei golfisti dilettanti: 70% uomini, con prevalenza di età da 30 a 60 e con una territorialità molto ben distribuita.

G: Quali sono i progetti per l’immediato futuro, relativamente al sito?

M: Creazione squadre e relativi leaderboard; sfide ricorrenti automatiche; caricamento score buca per buca; statistiche di gioco (fairways presi, numero di putt, green in regulation, sand saves e così via) e gestione giri allenamento.

G: E per il futuro a lungo termine?

M: Servizi web per i circoli e soprattutto tanti accordi, convenzioni e concorsi con gli sponsor per una buona convertibilità dei WBG Coins.

G: Ora qualche domanda più generale sul golf. Come vedi le prospettive dello sviluppo del golf amatoriale in Italia?

M: Un generale (e salutare) ricambio generazionale, una modifica del profilo tradizionale del golfista (oggi troppo elitario e snob), una gestione più manageriale/commerciale dei circoli, (purtroppo) non un gran aumento dei golfisti in valore assoluto.

G: Le tue impressioni sul Circolo degli Ulivi. (Te lo chiedo perché per me personalmente è uno degli emblemi del golf italiano.)

M: Un gran bel campo che impressiona per l’abilità del progettista che in una tale orografia è riuscito a fare stare un campo divertente, sempre impegnativo e che quindi non annoia mai. Uno staff tecnico professionale e gentilissimo con un servizio quasi introvabile in altri campi.

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