Lug 08


Castelconturbia, domenica scorsa, secondo giorno della patrocinata. Il primo giorno era stato discreto, mentre il secondo inizia alla grande con birdie – par – birdie. Le prime nove buche scorrono in the flow, col risultato lordo di -1 (ho aggiunto uno stupido bogey – ma quando mai i bogey sono intelligenti? – alla 5, un par 5 senza particolari difficoltà).

Inizio le seconde nove, più difficili (il percorso rosso), con un paio di bogey e proseguo non bene. Con errori di diverso tipo (uno paio di strategia, un paio di tecnica, uno di misclubbing, uno di semplice stanchezza) cerco di portare avanti il giro al meglio che posso, e sono sul tee delle 18 con 35 punti stableford e +7 sul giro.

A quel punto il mio obiettivo è l’handicap: con un par scenderei di 0,1, con un birdie di 0,2. Ma il birdie è un pensiero azzardato, penso ad assicurarmi il par senza fare errori. (E penso anche a tutta la fatica per un misero 0,1 – but that’s golf! :-))

La 18 è un par 5 facile: un tee shot che richiede un carry di 200 e pochi metri sull’acqua, un green raggiungibile con un bel legno 3 (a condizione, ovviamente, di mettere il tee shot in fairway). Così avevo fatto il giorno prima, chiudendo col birdie.

Ma il golf è fantastico anche per questo: ciascun giorno è diverso dall’altro. Il mio tee shot risente della stanchezza, forse più mentale che fisica, e in questi casi tendo ad aprire il colpo: un fade molto pronunciato, al limite dello slice, fa atterrare la pallina nel rough di destra. A quel punto il green è da dimenticare. Ai lati del fairway ci sono due grossi bunker, uno a 180 (a destra) e uno a 200 metri (a sinistra) da me. Un ibrido tirato così così finisce nel rough di sinistra, a 100 metri esatti dalla buca.

Non mi preoccupo di quello che potrebbe essere considerato army golf (un colpo a destra e uno a sinistra, come quando sei a militare), corro letteralmente invece fino al green per vedere la situazione. Il pitch è il bastone da usare.

Il colpo parte bene, incito la palla a volare, e lei si ferma a quattro metri abbondanti dall’asta. Esamino con cura il putt da entrambi i lati, mi distendo anche dietro alla pallina (un gesto che ho visto fare all’ex-caddie di Robert Rock e che domenica – giorno in cui i putt sono stati complessivamente 24 – è stato particolarmente fruttuoso). Il putt è in leggerissima discesa, ha una lieve pendenza verso destra all’inizio e poi verso sinistra nei pressi della buca. Decido la linea: bordo sinistro interno.

Il colpo parte esattamente come l’avevo immaginato, quando arriva a 30 centimetri dalla buca capisco che entrerà. Alzo la testa del putt di una trentina di centimetri verso la buca in segno di esultanza. La palla entra, io mi dico “38!” (i punti fatti, ovvero -0,2 sull’handicap) e – pensando alle magie di Seve, colui per il quale queste cose erano il pane quotidiano – sono molto soddisfatto di me.

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Giu 24


Domenica 19 giugno, secondo giorno di gara della patrocinata al Golf Club Cuneo. Il bilancio del giorno prima era stato positivo (a parte un drive che non voleva saperne di andare dritto) ed ero sesto in classifica generale. Il secondo giorno parto in maniera disastrosa: bogey – doppio – bogey, così che sul tee della 4 sono già a +4; gli obiettivi a quel punto cambiano per forza.

Vado avanti con qualche par, un birdie e un bogey. Arrivo sul tee della 9, un par 3 di 206 metri che ho sempre trovato ostico, questa volta anche con vento contro. Prendo il mio fedele legno 3: la palla parte assolutamente dritta verso l’asta, batte a inizio green e poi rotola, rotola, rotola… fino a scomparire dentro la buca. La mia prima buca in uno.

Sono contento, naturalmente. È una sensazione strana – del resto si tratta di qualcosa che potrebbe anche non capitarti mai nella vita – ma decisamente positiva.

Una buca in uno aggiusta la giornata, diciamo.

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Giu 03


Domenica scorsa, Valcurone. Sono in ultima partenza alla patrocinata, primo in classifica e con cinque colpi di vantaggio sul secondo.

Il giorno prima avevo fatto una gran gara, una di quelle in cui ti entra tutto (un paio di putt imbucati da otto-dieci metri e un approccio da cinquanta metri che nemmeno se lo riprovo altre cento volte), per un 76 finale e l’handicap sceso a 4.0.

La domenica però ho commesso un grosso errore, ovvero fare la gara su quello che presupponevo essere il mio avversario (colui che alla fine ha vinto). Anziché pensare al mio gioco mi sono messo in difesa, col risultato di tirarne 82 e perdere per un colpo.

(Ricordo un particolare con molta vividezza: sul green della 10 avevo un putt da 6 metri, e anziché concentrarmi sulla buca ho guardato un paio di volte di troppo il marchino dell’avversario. Risultato: tre putt.)

Secondo classificato a una patrocinata non è un cattivo risultato, tutt’altro. Però soprattutto mi resta la lezione imparata, ovvero che bisogna sempre giocare all’attacco e – in una gara a colpi – fare solo il proprio gioco, ovvero giocare contro il campo e non contro un avversario.

Non importa, ho imparato la lezione. Sto giocando tanto in questi giorni, è inevitabile che faccia errori ma prendo appunti, questo conta.

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Mag 06


Sì, sono stati tre giorni intensi di golf. (E allegria con amici vecchi e nuovi: io penso sempre di essere alle Olimpiadi, per dirla alla Cadonati, ma i momenti di relax sono importanti quanto le mille palline tirate.) Campo pratica a gogò, qualche lieve correzione allo swing (piccolezze, anche se i difetti rimangono sempre due o trecento), una maggior sicurezza nel gioco.

Ma soprattutto, quest’anno, la clinic è stata – al di là degli ovvi benefici per lo swing – una gioia per i sensi.

Un paesaggio incantevole: un’immagine per tutte, il panorama che si gode dal tee della 18, con la mia seconda patria (la Corsica) sullo sfondo, talmente vicina che ti pare di toccarla allungando una mano.

I suoni: il canto degli uccelli, una melodia che mette pace; e il soffio leggero del vento, di quando in quando.

I profumi della macchia mediterranea, in particolare all’imbrunire: una gioia per il naso.

Insomma un senso di completezza e di quiete: il golf e non solo.

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Mar 25


A volte penso alle brutte gare che ho fatto: domenica al mio circolo, per dire, ne ho tirati 89 – di cui 49 nelle seconde, con un quadruplo alla 18. Non è stato piacevole.

A volte penso ai miei anni: 43 non sono pochi, per qualcuno che vuole diventare professionista e si dovrà confrontare con colleghi che potrebbero essere suoi figli e che probabilmente hanno cominciato a giocare a golf all’età della sua figlia più piccola (che è alla scuola materna).

A volte penso che nessuno mi ha obbligato o mi obbliga a incaponirmi su questo percorso, al fatto che quando sarò professionista mi mancheranno le gare di circolo eccetera.

A volte penso anche che chiacchiero troppo, mentre non servono (tante) parole per far vedere che sei un professionista; e che alla fine nel golf you are your numbers.

Ma questi pensieri, lo confesso, mi durano poco. Così come vengono, altrettanto leggermente se ne vanno. Io voglio diventare pro, voglio continuare ad apprendere i segreti di questo sport e poi trasmetterli a chi avrà la pazienza di starmi ad ascoltare.

(Tenendo presente quel che dice Rudy Duran, primo maestro di Tiger, sull’ultimo “Golf Digest”:

Tiger showed me that golf is learned, it isn’t really taught. I just tried to provide a setting in which he could discover.)

Nella prossima vita devo ricordarmi di prendere un bastone in mano a tre anni. Per questa va bene così.

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Feb 18


Le sensazioni… sono le sensazioni, soprattutto, che i miei maestri Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati mi hanno insegnato a ricercare, in questi due anni e più di lavoro con loro. E allora questa settimana agadiriana la racconto tramite le sensazioni provate.

1. Il senso di appagamento, nella solitudine silenziosa dell’ora del meriggio, dato dal tirare ferri in libertà, nel sole pieno del Soleil.

2. Il senso di controllo del colpo in fade, con un ferro 8 oppure un 5. Allinearsi col corpo a sinistra, piazzare il ferro in direzione dell’obiettivo, fare lo swing tagliando leggermente la palla e vederla partire a sinistra e poi, come per magia, curvare verso destra e atterrare proprio là dove avevi immaginato. Sì, c’è qualcosa di magico in questo. (Sarà perché ho imparato il fade al mio ottavo anno di golf.)

3. Il senso di stanchezza che mi ha preso al risveglio del secondo giorno, dopo un martedì furioso passato a tirare palline in campo pratica. Le mani mi facevano male, e la cosa mi piaceva. (Ho conosciuto per caso proprio quel mattino David Carvallo, maestro cileno a Cherasco, il quale mi ha detto: “Se alla sera le mani e la schiena non ti fanno male non puoi diventare professionista”.)

4. Il senso di missione compiuta, al ritorno, l’idea di aver fatto quello che volevo e allo stesso tempo le tante indicazioni su cui lavorare. Arrivare fino a qui è stato uno scherzo. Adesso inizia il vero divertimento.

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Feb 11


Agadir, Golf Du Soleil e Golf Les Dunes, 7-14/02/2011

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Feb 04


Domenica sera sono arrivato a casa con un risultato che gonfiava d’orgoglio il mio petto di golfista in erba: 13° nel lordo e 10° nel netto al Trofeo Sanremo; 79 e 75 i colpi tirati nei due giorni e handicap ritoccato verso il basso (4,7).

Della seconda giornata, soprattutto, conservo due sensazioni dominanti che descrivo a seguire.

La prima è relativa al tempo, che mi pareva non trascorrere: l’impressione è che la gara sia durata non più di mezz’ora. E qui probabilmente Einstein e la sua teoria della relatività avrebbero molto da insegnarmi.

La seconda è stata la mia calma olimpica dopo i colpi sbagliati. Non ho mai perso l’autocontrollo, e mi sono sempre messo di santa pazienza sul colpo dopo. In particolare il par 5 della 15 (la mia terza buca di giornata) – dove ho fatto doppio bogey con un paio di errori di troppo – avrebbe potuto essere fatale. Invece non mi sono innervosito, ma ho anzi proseguito con determinazione (nonostante un bogey alla buca dopo) con un birdie e una bella striscia di par. E a tale proposito mi sovviene Jovanotti che in Temporale dice:

L’invincibile non è quello che vince sempre
ma quello che anche se perde non è vinto mai

Questo perché gli errori sono inevitabili nel golf, ma il punto centrale è come noi reagiamo agli errori: passiamo subito allo stato dissociato, come se ci guardassimo da di fuori (“Sei uno stupido! Era il caso di buttarla in bunker proprio adesso? Scemo!”), oppure dimentichiamo quel che è stato, visto che al momento non c’è più nulla che possiamo farci, e ci concentriamo sul colpo successivo?

Fatto importante della gara di domenica: i salvataggi. Un punto fondamentale nel golf è salvare il par, ovvero usare il proprio piano B quando l’A non funziona. Ricordo in particolare due colpi: alla 5 col secondo sono andato lungo al green, il colpo era difficile perché la bandiera era di pochi passi dentro al green e in discesa. Lob e putt da un metro e rotti proprio davanti alla casa di Casera. Altro colpo, la buca dopo. Ho messo un ferro 9 da centro pista in bunker (sciocchezza, ok), un bunker altissimo da cui sono uscito col lob e poi ho salvato il par da un metro e mezzo in discesa. Daviquez!

Detto tutto questo, mi rendo conto che per me Sanremo – per tanti un campo normale – è un vero tempio del golf. (Mi sono fermato qualche secondo – c’era da aspettare – ad ammirare la scultura dedicata ad Aldo Casera all’uscita della 5.)

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Ott 31

A stagione finita (analogamente a quanto fatto l’anno scorso), tiro le somme di quanto ho realizzato quest’anno e penso al prossimo. Prima i dati, poi le sensazioni e infine gli obiettivi.

I dati

L’handicap è sceso da 7,6 a 4,8 (mi ero dato un obiettivo di 5,5).

Ho registrato 41 giri completi, di cui 12 sotto gli 80 in 4 campi diversi; uno tra questi è stato in par lordo nel mio campo. Ecco le medie (tra parentesi i dati per il 2009):
– colpi: 82,8 (87)
– fairway: 53% (48%)
– green: 38% (32%)
– putt: 30,9, di cui 3-putt: 1,1 (32, di cui 3-putt: 1,9)
– birdie: 1 (1)
– par: 8,5 (7)
– bogey: 5,7 (7)
– doppi o peggio: 2,8 (3)

Le sensazioni

L’anno scorso ero cresciuto moltissimo quanto a sicurezza mentale. Questo è stato invece l’anno della tecnica: per esempio, ho imparato a usare con sicurezza e precisione il legno 3 – per anni, uno dei miei tanti talloni d’Achille.

Nel contempo, questi miglioramenti mi danno una misura più precisa di quelle due o trecento cose che ancora mi mancano per diventare un “vero” giocatore: un drive veramente affidabile, l’abilità di dare con sicurezza effetto alla palla quando necessario, una maggior precisione nel gioco dai 50 ai 20 metri dal green (ovvero la capacità di mettere la palla data nella maggior parte dei casi quando sono a quelle distanze), il rendere i 3-putt un fenomeno occasionale (una media di 1,1 3-putt a giro è tutto tranne che fenomenale).

In ogni caso, i miglioramenti sono tangibili e il bilancio è dunque molto positivo.

Gli obiettivi

Come ho detto qui, l’obiettivo generale è diventare professionista nel 2012.

Gli obiettivi specifici per l’anno veniente sono invece:

– handicap 3,5 per fine maggio e 3,0 per fine settembre;
– prendere parte alla gara delle Querce a ottobre, non con l’intento di passarla (che lasciamo per il 2012) ma per fare esperienza;
– vincere almeno una patrocinata (il lordo, ovviamente);
– vincere la gara di match play al mio circolo (pareggiato e, soprattutto, scratch).

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Ott 13


Due mesi fa mi ero dato degli obiettivi (mooolto ambiziosi) a breve termine: arrivare a 4,4 di handicap entro il 30 settembre per andare da 12 al 15 ottobre a Roma per la gara che è di fatto il primo passo per diventare professionista (passo che fa tremar le vene e i polsi, visto che ieri – primo giorno di gara – ci sono stati un paio di 96).

Non ce l’ho fatta per una differenza di 0,6 (5,0 era l’handicap alla data), che potrebbe apparire poco ma è in realtà tantissimo – forse 10mila swing di differenza, qualcosa del genere.

Allora sto articolando meglio il progetto, che ha un nome (Eagle! – e il segno di punteggiatura è parte integrante del nome) e una durata (due anni da ora).

Innanzitutto, perché? Perché non limitarsi a figurare come un brillante giocatore dilettante, fare le patrocinate e le ufficiali, essere il numero uno al tuo circolo anziché un oscuro professionista (e tutt’altro che giovinotto)? La risposta è, chiara e limpida, dentro di me; ma la dirò meglio prendendo a prestito le parole di Cesare Pavese, che il 19 gennaio 1949 annotò sul suo diario (Il mestiere di vivere):

Sei consacrato dai grandi cerimonieri. Ti dicono: hai 40 anni e ce l’hai fatta, sei il migliore della tua generazione, passerai alla storia, sei bizzarro e autentico… Sognavi altro a vent’anni?
Ebbene? Non dirò ‘tutto qui e adesso?’ Sapevo quel che volevo e so quel che vale ora che l’ho. Non volevo soltanto questo. Volevo continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina.

Si parva licet, naturalmente: ma è soltanto per essere chiaro. Lo faccio perché il mio inner self, il fuoco che è dentro di me mi impone di farlo. Lo faccio perché lo desidero, perché è un sogno che diventerà realtà.

O potrei dirlo anche con le parole di un vero poeta, Pierangelo Bertoli:

Che musiche ti spingono, che forze ti sorreggono, che limiti?

Che cosa farei, adesso, se non avessi più nessuna paura? Ecco, questa è una delle cose che farei. E dato che ho abbandonato le paure, è una delle cose che farò.

Poi, come? Be’, intanto inizio – ho già iniziato, in effetti (“ce la stiamo già facendo”, direbbe il mio amico Domenico Torta, sia pure parlando di tutt’altro) – e i dettagli li vedo man mano. Ma, spannometricamente, vuol dire – oltre agli ovvi allenamenti, clinic (Andrea!), palestra – presentarsi alle Querce a ottobre 2011 per provare e ripresentarsi l’anno successivo facendo sul serio. Avrò 45 anni allora e sarò senza rete di protezione – non vedo l’ora!

Insomma si inizia, poi le cose succedono.

Infine, con chi? Questo è un progetto articolato ed è chiaro che non posso farcela da solo. Cercherò quattro sponsor tecnici talmente fuori di testa da credere ad un progetto concepito da un sognatore, ma soprattutto talmente poco realisti da credere nel sognatore che ha pensato quel progetto.

Gli aggiornamenti, sempre su questo canale.

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