Ott 16

IMG_1398
Strano il mio rapporto col golf.

A maggio ero 3.0, in una gara al mio circolo alla 18 mi sarebbe bastato un par per scendere a 2.9 e feci bogey. Da allora ho preso 9 virgole in 11 gare; e anche se i punteggi non sono mai stati disastrosi (29 punti stableford in un caso, ma la media è 32,8) non è certo un risultato che fa piacere.

Nelle prossime settimane farò un bilancio della stagione (prima devo almeno prendere parte a questa gara), ma già ora so dire che dopo giugno i risultati sono andati peggiorando.

Niente di grave in questo (salvo il fatto che il tempo passa e a me, con i miei 48 anni, non rimane più molto tempo golfistico). Il golf è fatto a cerchi; negli ultimi mesi ho imparato delle cose, soprattutto sul volo della palla, che verranno buone nella stagione che verrà. Sto imparando persino a fare draw, cosa per me del tutto inaudita.

Ieri mi è arrivato questo libro, che ho cominciato a leggere avidamente. Ne dirò nelle settimane a venire (per intanto vale una visita, o anche ben più d’una, il blog collegato), ma so già che è pregno di informazioni. A parlare di pratica si sfonda una porta spalancata, con me. (Ieri dicevo al mio compagno di gioco e amico caro che il motivo per cui ho passato ore infinite in campo pratica è, al di là del divertimento, la vergogna nel farmi vedere in campo a giocare all’army golf.)

Quest’estate vidi dei ragazzi giocare a calcetto e pensai che io a golf non mi divertivo così tanto. La questione è molto più complessa di così – io al golf sono legato a filo doppio fino a che avrò respiro, dopotutto; e ciò per precisa scelta mia –, però certo le motivazioni hanno il loro peso.

Ho cambiato circolo, un anno fa. Da un punto di vista sportivo questo è certamente un passo avanti, un passo che desideravo fare con tutte le mie forze (e lo desideravo da anni; anche se, essendo io lento in qualunque cosa che faccio, non mi è stato chiaro per tantissimo tempo); ma non può essere disgiunto dalle ansie del cambiamento, dall’ambiente differente e così via. I cambiamenti richiedono tempo per essere digeriti: non solo i cambiamenti nello swing, ma anche quelli di ambiente.

Insomma sì, è strano il mio rapporto col golf. Fatto sempre di passione ma a volte con cali di interesse – di motivazione, sostanzialmente. E so bene che le risposte non possono che essere dentro di me; ma essendo lento mi ci va tempo a trovarle. Tutto qui.

Taggato:
Ott 02

http://blog.trackmangolf.com/hit-perfect-draw/

http://blog.trackmangolf.com/hit-perfect-draw/


Può sembrare strano, ma in dodici anni di golf – e quasi cinquemila ore stimate di pratica – io non ho mai imparato a fare draw.

Non so dire con esattezza perché (non) sia successo. E dire che io lezioni ne ho fatte millanta, clinic pure, del leggere non parliamo e così via. Ma in effetti mi sono sempre immaginato il volo di palla “perfetto” come una linea diritta, fors’anche perché il draw è sempre stato un affare complicatissimo, per me.

Ricordo, negli anni, di essermi messo di buona lena, ogni tanto, a cercare di fare draw come insegnava il “vecchio” metodo – linee del corpo a destra e faccia allineata all’obiettivo. Cosa che ora le “nuove” leggi del volo della palla, che non sono altro che le leggi del volo della palla, ci dimostrano non essere corretta (e quindi tanto, ma tanto, di cappello ai “vecchi” maestri che senza avere tutte le informazioni che abbiamo oggi sono riusciti a tirare su generazioni di professionisti o anche di “semplici” golfisti).

Quando Francesco Molinari arrivò con successo sul tour seppi che era uno dei pochi che mirava a tirare diritto, senza effetti particolari. Questo fu una sorta di modello, per me; anche se il volo naturale della mia palla è sempre stato il fade.

Tirando i drive penso in genere al power fade del mio mito, e infatti il drive non mi dà problemi particolari. Anche gli ibridi sostanzialmente funzionano; ma sia col legno 3 da terra che – soprattutto – con i ferri medi (5, 6 e 7 – il 3 non l’ho di fatto mai utilizzato e il 4 l’ho abbandonato l’anno scorso) il fade vira troppo spesso nel territorio dello slice oppure del pull, due risultati assolutamente da evitare.

Questa domenica, durante l’ultima gara (terminata con un anonimo 81) questo mi è stato assolutamente evidente. Vedevo la mia palla partire sostanzialmente diritta o leggermente a sinistra ma poi curvare in maniera inesorabile a destra. E quel che vedevo non mi piaceva per nulla, perché sentivo di non avere controllo su colpi che sono fondamentali.

Ho capito quindi, e precisamente alla 15, quando un inguardabile secondo è terminato nel laghetto di destra a 70 metri dall’asta, che il prossimo passo per me – la prossima frontiera – sarebbe stato quello di imparare a fare draw.

Allora questa settimana mi sono messo di buona lena e ieri, ieri a Chieri ho cominciato a vedere un volo di palla che non conoscevo. Avevo un ibrido, la palla partiva qualche metro a destra e poi curvava a sinistra raggiungendo l’obiettivo desiderato. Colpo dopo colpo; con errori, si capisce, ma in maniera ripetitiva ed efficace. È stata una sensazione strana, perché è un movimento (e un volo, soprattutto) che mi è sempre stato sconosciuto.

Eppure a ben vedere non è tutta sta roba. Ho capito che mi basta modificare alcuni passaggi:
– mano sinistra più verso il centro (ovvero più forte);
– allinearmi a destra dell’obiettivo, con la faccia del bastone chiusa rispetto alle linee del corpo ma aperta rispetto all’obiettivo;
– sentire, nella posizione di partenza, il gomito attaccato al corpo.

Ora sono nella fase di piena sperimentazione. Ho ancora diversi dubbi (per esempio: credo, ma non sono sicuro, di dover tenere la palla leggermente più arretrata e credo, ma non sono sicuro, di dover attraversare bene con la mano destra all’impatto) e il movimento è posticcio. Però ieri sera, con una pioggia leggera e in quel campo pratica silenzioso, vedere la palla avere proprio quel volo desiderato, quella curva che mai mi sarei sognato di poter produrre è stata una gran soddisfazione, già.

Taggato:
Ago 28

Reginu
Al Golf du Reginu, tre anni fa realizzai il sogno di abbinare Corsica e golf. Qui, in un posto decisamente improbabile (ci sono campi pratica molto più attrezzati, anche se forse non tanti così accoglienti), mi tornò la voglia di giocare, smarrita dopo la delusione del 2011 (ma del resto golf is a game of cicles, come ci insegna Mark Guadagnoli); qui ho elaborato una routine del putt; insomma qui ho pensato tanto alla tecnica del golf, in maniera rilassata e per questo produttiva.

(Sono abbastanza sicuro che il lavoro di queste due settimane porterà i suoi frutti nei prossimi sei mesi, ma certo non posso dirlo ora.)

A luglio, come ho detto più volte nelle settimane passate, avevo fatto il pieno di golf e me ne sono voluto staccare per settimane intere (per 34 giorni non sono andato al mio circolo, per dire), tempo lungo il quale non mi è mancato: ho fatto altro, semplicemente. Ma poi scatta qualcosa dentro di te per cui ti rendi conto che tutte quelle migliaia di ore di pratica solitaria hanno un senso complessivo, che a volte può venire smarrito ma che poi, presto o tardi, si ritrova. E io l’ho ritrovato – e non è un caso – qui.

In particolare, ciò che trovo molto utile fare qui è la spaced practice (sempre per citare Guadagnoli), ovvero l’idea che un colpo ha bisogno di essere pensato prima di essere eseguito, e digerito dopo. Ieri l’altro l’atmosfera era perfetta per questo. Innanzitutto era l’ora più bella (secondo me) per la pratica, ovvero le sette di sera. Poi, il campo pratica era deserto – dopo un pomeriggio in cui c’era stato parecchio andirivieni. Il clima era ideale. Era spuntata la luna, là sopra il villaggio di Belgodere. Ho preso ritmo negli swing – pareva che andassero da soli, fossero ferri corti, lunghi, legni o drive. Mi aiutava una canzone (io non posso dirmi tifoso, ma questo inno è legato a un pomeriggio alla stadio con mia figlia piccola; in più, ho sperimentato che il suo ritmo è perfetto per il mio ritmo di allenamento).

Insomma mercoledì ho raggiunto uno stato di assoluto flow, in cui la fatica non si sentiva e non avrei voluto smettere neanche alla palla numero 160. L’autotelismo del golf. Poi, tornando verso casa ho avuto venti minuti per elaborare un pochino i pensieri legati allo swing, e più in generale al golf. Era l’imbrunire, il suggello di un pomeriggio magnifico di pratica golfistica. Vivere per raccontarla.

Taggato:
Ago 07

Un paio di settimane fa parlavo del mio desiderio di staccarmi per un po’ dal golf, di starne lontano per farvi ritorno poi con più desiderio e passione.

Troppo golf in questi mesi, ma soprattutto negli ultimi tempi non l’ho trovato così divertente (e questo è un segnale molto chiaro!).

L’ultima gara non è andata molto bene. Ho anche preso un paio di virgole, ma non è questo il punto fondamentale: l’idea è proprio quella di staccarmi completamente per qualche settimana. Terminata la gara ho “impacchettato” armi e bagagli e ho riposto tutto in garage. Sono passate quasi due settimane da allora ma a dirla tutta non sento il desiderio di andare a riprendere i bastoni, cominciare gli allenamenti (o anche solo andare in campo con gli amici) eccetera.

Insomma questo è ancora il momento di fare altre cose – camminare, camminare soprattutto. Il golf ritornerà, tra una settimana o forse due oppure tre o quattro. Riprenderò tutto: il desiderio di migliorare il gesto tecnico, le gare e tutto ciò che gira intorno a questo mondo fantastico. Ma per ora lo preservo, lo tengo in garage.

Taggato:
Lug 24

Il golf procede a cicli (“golf is a game of circles”, per dirla con Mark Guadagnoli). Le sensazioni che provo in questo periodo rispetto a questa attività che adoro sono le medesime che sentivo uno e due anni fa: ovvero mi rendo conto che ho bisogno di togliere la testa dal dover per forza fare bene, fare score, scendere di handicap.

In questi giorni mi aspetta una gara interessante, a cui tengo e cui non voglio mancare: ma sarà l’ultima per un po’.

Tecnicamente mi sento bene, mi rendo conto che gli aggiustamenti fatti nei mesi scorsi stanno dando risultati. Il grip è cambiato, più uniforme, più un “uno tutto”, per dirla à la Claudio Magris, e il backswing è lievemente più lento, cosa che dà ritmo allo swing. Insomma il movimento mi sembra a posto.

Prenderò parte alla gara suddetta con levità e impegno, desideroso di fare bene ma soprattutto di stare all’interno dei confini del mio benessere. Sì, perché qualche giorno fa ho visto dei ragazzi (“ragazzi” si fa per dire, potevano avere la mia età) giocare a calcetto così felici pur nella loro evidente scarsezza al punto che mi sono sorpreso a pensare che io a golf non mi diverto più così tanto. È il rischio che pavento da tempo, quello che il mio golf diventi una sorta di lavoro e non di gioia e divertimento purissimi.

Per questo voglio ora staccare, cambiare focus, fare una lunga pausa. Questo blog non va in vacanza, ovvio!, si spegne solo per qualche settimana la mia ansia da risultato.

Taggato:
Lug 10

Chieri
La settimana scorsa ho preso parte a questa gara cui tenevo – pur sempre un campionato nazionale, dopotutto.

Il risultato non è stato nulla di speciale (anzi deludente, a dirla tutta), anche se di una regolarità disarmante: 83 – 83 – 83. All’ultima buca dell’ultimo giro sono persino riuscito a far “rimbalzare” la palla in acqua e spedirla in green per il par finale (assolutamente per caso, l’abilità non c’entra nulla).

Gianluca Bolla, naturalmente, ha vinto. E anche se non lo conosco di persona sono contento per lui, perché mi sembra la miglior epitome del golfista dilettante di livello altissimo e non più giovane. Il vero Mid-Am, in una parola.

Come già avevo detto qui l’anno scorso, trovo giusto e lodevole che questi campionati siano dedicati a Mario Camicia e Maria Pia Gennaro, per tutto quanto hanno fatto per lo sviluppo del golf in Italia.

Personalmente ho provato stanchezza per questa gara, e ciò per un insieme di ragioni:
– la mia motivazione complessiva a riguardo del golf: è difficile continuare a tenere la guardia alta quando i risultati non sono con te; senza considerare il fatto che anche qualora io arrivi al mio obiettivo generale (handicap zero entro i cinquant’anni di età), cui prodest?
– il lato economico: una gara così costa, anche contenendo al massimo le spese, non meno di EUR 400, cifra che per le mie dissestate finanze di questo periodo non è esattamente un bruscolino;
– il lato familiare;
– il lato tecnico: ho combattuto per tutte e tre le giornate con i miei fianchi in perenne ritardo, ovvero con una palla che spessissimo partiva dritta per poi curvare a destra, quindi con la faccia perpendicolare all’impatto ma con un limpido movimento esterno-interno (non bello da vedere, ma soprattutto non facile da portarsi dietro);
– infine, devo sottolineare che mi sono trovato in un albergo tristissimo (io in vita mia per il golf ne ho visti parecchi, di alberghi, ma questo è stato di gran lunga il peggiore di tutti – si trova direttamente sulla statale dei Giovi e dormire era di fatto impossibile).

Più in generale, ho capito che devo prendermi una pausa del golf competitivo. Voglio fare altro, portare la mente altrove, lasciare andare. Letting go. Nei prossimi due mesi ci sarà soltanto questa gara; e da metà settembre in poi si vedrà.

Taggato:
Giu 26

FlightScope
Questa settimana ho fatto la mia prima lezione col FlightScope.

È stato affascinante l’impatto con la tecnologia sotto la guida di un maestro super qualificato, vedere i numeri che i miei swing producevano e rapportarli – per avere un riferimento – con le medie del tour. E mi ha dato soddisfazione vedere che, col prosieguo della lezione, i numeri miglioravano e si avvicinavano man mano all’impatto corretto. (Perché gli swing possono essere teoricamente infiniti, ma all’impatto la posizione ottimale della faccia del bastone è una e una soltanto.)

Però la lezione, riflettendoci dopo, mi ha messo anche un velo di tristezza addosso. Perché non è un’ora di misurazioni al mese che farà fare dei progressi decisi: un’ora di lezione ogni tanto sgrossa dei difetti macroscopici, ma non ti porta da 3 a 0 in due anni e mezzo.

Certo, la mia pratica indefessa è un grosso vantaggio in questo: ma quanto è sensata la mia testardaggine nell’andare avanti nella ricerca del mio massimo? Qual è il confine tra determinazione e follia?

Ho pensato anche all’acquisto di questo dispositivo, che potrebbe placare per un po’ la mia sete di conoscenza e di numeri. Ma alla fine dove porta tutto ciò?

Nell’imparare sono un solitario per natura; ma questo vuol dire anche togliersi tante opportunità. Senza contare l’età che avanza, ovviamente. (E magari lasciamo da parte il discorso sul talento, che non credo sia così importante.)

È comunque logico che le risorse vadano là dove c’è il talento, e dunque che ai ritiri della Nazionale ci sia il maestro per la parte tecnica, il preparatore alimentare, il fitter, lo psicologo sportivo eccetera; senza contare ovviamente tutta la tecnologia disponibile; mentre Daviquez continua a praticare in solitaria.

Però alla fine delle fini mi pare che i miei sforzi mirino a cercare una conclusione là dove una conclusione non può esistere. È questo, relativamente al golf, il mio grande mah.

Taggato:
Giu 12

Mercoledì, durante un giro tranquillo con amici alla Margherita, ho provato una sensazione inedita e magnifica: quattro distinti swing con ferri diversi, in buche differenti, che mi hanno lasciato un’impressione decisamente positiva che ora cercherò di descrivere.

Il primo è stato con un ferro 6, il secondo con un 5 (che trovo difficile da controllare), gli ultimi due con un 8. La sensazione è stata identica per tutte e quattro le volte: ho avuto la percezione di un movimento rotatorio pieno e completo, e di conseguenza di un impatto preciso e profondo (testimoniato anche da bisteccone lunghe e un filo troppo profonde), con un finish in perfetto equilibrio. Dei veri swing, in poche parole.

La prova che lo swing funzionasse sta negli 11 green presi: che non sono tanti in valore assoluto, ma lo sono rispetto alla mia media (mediocre) del 2015 (7,4).

Per prendermi in giro mi sovveniva quello spezzone in cui Bush figlio dice, in questo film-documentario:

Did I hear somebody say good shot?

Poi sullo swing perfetto si possono dire mille cose e il loro esatto contrario, e sono tutte vere. Senza contare che lo swing è una parte importante del golf, il quale però è fatto di altri infiniti dettagli. Ma la sensazione è stata magnifica dentro di me, e questo mi rimane. Mi sono sembrati quattro veri swing – e non è cosa da poco.

Taggato:
Mag 08

Sento il bisogno di fermarmi a pensare a dove voglio andare. Il “problema” è che il golf è un processo senza fine: il mio swing è una cosa viva, che cresce con me, ha dei momenti di assoluto flow e altri di stanca, si imbatte in fenditure, a volte fa difficoltà ad andare avanti. Il proprio swing è una sorta di figlioletto, o una proiezione di sé.

Né posso dimenticare il fatto che il mio corpo invecchia, e che all’età mia le tensioni che derivano da questioni extragolfistiche (lavoro, famiglia eccetera) hanno il loro peso nel non farti giocare liberamente. (Nota laterale: giocare, che bella parola. Giocare per la gioia del giocare, come faccio a volano con mia figlia piccola.) Paragone irriverente: la carriera di Ben Hogan fu di fatto abbreviata anche dalla Ben Hogan Company: il desiderio dell’uomo di costruirsi un futuro dopo il golf rese il suo golf giocato più difficile, e quasi superfluo, dopo il 1953.

Mi aiuta il mio “diario di bordo”, ovvero quel luogo dove annoto i miei pensieri tecnici sullo swing, quel che mi accorgo di sbagliare e quel che invece dovrei fare, e come lo dovrei fare. È una sorta di blog privato, che rileggo ogni tanto per capire da dove vengo e – possibilmente – dove posso andare da qui. In questi giorni lo sto leggendo come una sorta di romanzo, sia in senso cronologico che in senso cronologico inverso, e vedere come i difetti fondamentali ritornino e come le soluzioni siano – in teoria, quantomeno – semplici mi aiuta a formarmi un pensiero per il futuro.

Ovviamente dipende da come ciascuno vede il proprio golf: per me è importante, e il mio handicap è pari alla stella da sceriffo che da bambino appuntavo summo cum gaudio sulla camicia a quadrettoni; per altri il golf può essere un sano e lieto passatempo. Insomma non esiste la “risposta” giusta.

Ma ogni tanto occorre fermarsi a pensare: dove vuoi andare da qui? Ho detto e scritto che voglio arrivare a 0 entro i miei cinquant’anni. Cosa che costa – in energia mentale, in tempo, in denaro – e non dà altro beneficio se non la soddisfazione che ne è insita. Cioè, vale la pena?

In una parola: che cos’è il golf?

Rifocalizzare gli obiettivi vuol dire partire con la fine in mente, e da lì tornare a ritroso nel tempo. Ebbene, gira e rigira io ritorno sempre alla mia idea centrale, quella che consciamente o no ha da sempre guidato il mio golf: io voglio diventare il golfista migliore che posso diventare perché l’idea di vedere che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno, il pensiero di superare i miei limiti, di andare oltre, mi guida. È qualcosa che non servirà a niente e a nessuno, ma mi dà e darà gioia enorme. Questo è.

Taggato:
Mag 01

Non ho passato il taglio al Mattone d’oro.

Non è un dramma, ma era una gara cui tenevo e dopo il primo giro avevo tutte le carte in regola per passare. Sarebbe stato un fatto normale, perché avevo un cuscino di colpi notevole. Ma forse ho anticipato mentalmente le sensazioni che avrei provato nel sapermi a giocare il terzo e quarto giro, o forse – più semplicemente – ciascun giro di golf fa storia a sé. In sostanza sono partito con un doppio bogey rocambolesco alla 1, dove ho fatto tutti gli errori possibili e ho finito per imbucare da fuori green; in seguito mi sono ripreso, ma lasciando troppi colpi gratuiti al campo.

Il risultato finale è stato un inguardabile 84 (dopo il 79 del giorno prima), che mi ha lasciato fuori di un colpo. Un colpo è poco, è pochissimo, ma ad un certo punto il taglio cade – ed è caduto lì.

Non dico di essere contento di non aver giocato l’ultimo giorno, ma per il gioco espresso sabato è certamente meglio e più giusto così: non sarebbe stato corretto che qualcuno che ha giocato come me passasse alla fase successiva.

Ho totalizzato cinque doppi bogey [sic], un numero che mi lascia molto più attonito e sorpreso che dispiaciuto. La causa è comunque certamente mentale: non ero allineato con me stesso e col mio gioco, gli errori tecnici sono stata semplice conseguenza di una mente che non ha funzionato come dovrebbe e come sa fare in questi casi.

Pensando al singolo colpo che avrei potuto risparmiare, e che mi avrebbe portato alla fase successiva (lo so che la dietrologia non serve a nulla, ma dovrò pur elaborare in qualche modo!), mi viene in mente il green della 17. Avevo un putt in salita di 5-6 metri, e guardando la linea ho dimenticato la forza. Ho fatto tre putt!

Ci sono anche gli aspetti positivi, però – perché come dice il mio amico Stefano, “qualcosa si porta via sempre”. Ho ritoccato l’handicap verso il basso, sia pure lievemente (3,2 quello attuale), in virtù del bel primo giro dove il CBA è stato di +4. E poi l’esperienza acquisita ha un valore notevole, è stata una bella lezione di umiltà di cui farò tesoro per il futuro.

E al di là di questo è una gara bellissima in un campo splendido: avervi partecipato è dunque un onore e un piacere. Altre gare attendono già dietro l’angolo: faccio tesoro delle lezioni apprese, e si prosegue.

Taggato:
preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons