Apr 24

Questa è una gara cui tengo particolarmente. Vi partecipai due anni fa e poi di nuovo l’anno scorso, e serbo ottimi ricordi di entrambe le esperienze.

Scrivo queste note dopo il primo giro di oggi: sono dunque pensieri “provvisori”, per così dire. Il numero è 79, che non è certamente un risultato super ma è comunque qualcosa di onesto: i giri si possono infatti analizzare e spiegare allo sfinimento, ma alla fine conta solo il numero. Sono secondo a pari merito sulle quarantotto partenze del mattino; occorre tenere conto del fatto che i pezzi da novanta hanno giocato soprattutto al pomeriggio e dunque è tutto relativo, ma comunque sono soddisfatto.

Del resto oggi non mi sono curato del risultato, e nemmeno il doppio bogey della 16 mi ha tolto il sorriso e la sensazione della gioia del giocare. Ovviamente il mio obiettivo è passare il taglio; ma questa è una gara che mi mette allegria, e se non accadrà non ne farò un dramma. Sono già assolutamente contento di essere qui, quel che è successo e succederà è comunque positivo.

Alcuni numeri:
– fairway: 12 su 14
– green: 5 [sic]
– putt: 27
– up&down: 7 su 13

Sul versante negativo devo mettere il prezzo da pagare dal punto di vista fisico: gare come questa mi prosciugano, e alla sera sono tutto “scombinato”. Dovessi passare il taglio chissà come arriverò a domenica!

In ogni caso sono qui, e questo mi piace.

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Apr 17

Cattura
Sabato scorso, al termine della gara alla Margherita, provavo un sentimento che stava tra lo scoramento e la frustrazione, misti a un senso di stanchezza.

Un po’ pensavo alle barriere che ancora non sono riuscito – non ancora, perlomeno – a superare, alle tendenze che si ripetono. Il risultato finale (77) di per sé non è malaccio, ma di nuovo non sono riuscito a tenere nel finale, e in più ho fatto tre volte tre putt, fatto per il quale ero più attonito che deluso.

Ero stanco morto. Pensavo a Butch Harmon, che dice che nel tuo campo devi giocare *sempre* sotto par, altrimenti sei scarso (“If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.”). La mia autostima golfistica non era di conseguenza ai massimi livelli.

Sono andato in campo pratica, ho tirato quaranta ferri 5 pensando al ritmo e al finish.

Ho pensato a Ben Hogan – Ben Hogan c’entra sempre –, e alle distrazioni occorsegli dopo il suo anno magico (principalmente i problemi e le preoccupazioni legati alla nuova azienda, sorta di sublimazione del figlio che, per amore del golf, non ebbe mai).

Conseguentemente e sommando il tutto, sono ritornato – anche nei giorni successivi, riflettendoci e dormendoci sopra – alla radice, ovvero alla motivazione. Perché faccio tutto questo, mi isolo in campo pratica e sul putting green rinunciando a sane e divertenti partite con gli amici (anche se alla Margherita questa rinuncia è sempre più difficile, e questo è un problema nel problema), “soltanto” per raggiungere un obiettivo elusivo, una meta frutto della mia testardaggine che mi sono dato per mia personale soddisfazione e per nessun’altro motivo? Quand’è che la determinazione diventa illogica e insensata?

Sia detto incidentalmente: se io oggi chiudessi del tutto con il golf libererei una quantità spropositata di ore, e un ammontare di denaro non indifferente. O, anche, potrei “semplicemente” fare il giocatore di circolo, quello bravo che incontri in ogni club, la “stella” locale; e giocare con gli amici, e questo potrebbe anche bastare.

Ma in realtà no. Questo non mi basta. Perché questo mio misurarmi con me stesso, questa ricerca senza soste di andare oltre i miei propri limiti ha un senso che travalica il presente – e anche il golf. La ricerca del superamento dei propri limiti è autotelica, ovvero trae in sé la sua propria ragion d’essere.

In soldoni: per quanti 77 possa avere, lo faccio perché dentro di me so che è quello che voglio fare, e per nessun altro motivo.

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Apr 03

Sabato, prima gara della stagione alla Margherita, ne ho tirati 75. E nel golf you are your numbers e 75 è un numero rispettabile, per un dilettante. Tuttavia non ero molto soddisfatto.

Non lo ero per via di due mancanze, una mentale e una tecnica:

– quella mentale, ovvero il tenere il risultato quando stai giocando bene, cosa che sabato non sono riuscito a fare: infatti se dopo 9 buche ero -3, nelle seconde ho fatto +6;

– quella tecnica, più facilmente risolvibile, ovvero gli approccini dal rough dai 30-50 metri, quando occorre alzare la palla e farla fermare in uno spazio breve.

La parte tecnica non è così importante. O meglio, ha la sua rilevanza ma si cura con lunghe sessioni all’area approcci (cosa che naturalmente sto già facendo) e poi portando tale esperienza in campo. La parte mentale, invece, in questo caso viene prima.

Faccio un passo indietro. Le prime 9 sono state pressoché perfette:
score
Noto, su tutto, gli undici putt (due volte ho fatto due putt). Tutto funzionava. Il -3 può essere considerato un risultato molto vicino a un mio teorico massimo.

Poi, dalla 10, mi sono fatto influenzare da fattori esterni, e ho perso smalto. Soprattutto nel finale, con quattro colpi persi nelle ultime quattro buche. Ho ripensato più che tutto a questo, alla gestione mentale di una gara, perché qui ci sono grandi spazi di miglioramento.

Le lezioni apprese (o ricordate), dunque, sono:

– quando sei in the flow dimenticati di qualunque fattore esterno e pensa soltanto al colpo che stai facendo;

– la gara è fatta di 18 buche, e non è finita fino a quando l’ultimo putt non è imbucato: quindi, di nuovo, il colpo più importante è sempre quello davanti a te, e dello score non deve importarti nulla mentre stai giocando.

E poi c’è un altro punto: a trovarsi in posizioni “scomode” ci si abitua, a gestire il risultato si impara facendolo. Quindi questa occasione colta solo a metà è un ottimo viatico per il futuro: la prossima volta che mi troverò lì saprò pensare un po’ meglio; e il risultato si prenderà lui medesimo cura di sé.

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Mar 20

BHNY
Quando Ben Hogan nel 1953 vinse la Triple Crown (prese parte a tre major e ne vinse tre – il quarto, il PGA Championship, non sarebbe stato possibile sia per la logistica che per la formula match play che drenava troppe energie alla sua salute precaria) era arrivato all’apice della sua straordinaria parabola golfistica: il che vuol dire che da quel momento ebbe inizio il declino.

È un paragone irriverente, lo so. Ma è per dire che temo il momento in cui arriverò al mio massimo golfistico, al mio minimo handicap di sempre, e da lì i drive cominceranno – magari in maniera poco percettibile – ad accorciarsi, i ferri saranno (di poco) meno diritti, gli approcci solo mezzo metro più in là, i putt sborderanno lievemente, ogni tanto, anziché entrare dead center.

Già ora le difficoltà non sono poche: la vista mi è calata, per dire. Lunedì in palestra facevo molta più fatica del solito a fare le cose di sempre. Del resto ho l’età in cui la stragrande maggioranza dei miei coetanei pensa al golf come a un magnifico gioco, uno splendido passatempo, un’attività ludico-motoria estremamente godibile. E non è una scusa – non avrebbe senso cercare scuse in un progetto in cui mi sono avventurato solo per dimostrare qualcosa a me stesso –, piuttosto una mera constatazione.

Mi mancano tre colpi al mio progetto. Mi sovviene il padre di Rita Levi Montalcini, che quando il medico gli diagnosticò non so più quale malattia disse “Tre anni dottore, mi servono solo più tre anni…” Ma non poté portare a compimento il suo progetto.

Keep grinding, certo. Ma temo quel momento.

Io, comunque, sono ancora qui. Posso ancora farlo. Keep grinding.

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Mar 13

Gianni
Ho fatto il punto sul mio golf. Ogni tanto ci vuole, occorre fermarsi a pensare a quel che abbiamo fatto, a quel che stiamo facendo e a quel che vogliamo fare.

Negli ultimi mesi ho lavorato tanto sullo swing, a fare modifiche piccole e grandi. È un processo senza fine, perché lavorare sullo swing è come andare in cantina: c’è sempre qualcosa da fare.

Il mio diario è pieno di note. Ormai è un’abitudine, arrivato a casa, scrivere quel che ho pensato e scoperto nel giorno, gli errori e gli spunti, il fatto e il da fare (quando c’è da scrivere, chiaramente, non tutti i giorni). È un’idea suggerita tra gli altri da Ben Hogan nelle Five Lessons. Poi lo rileggo ogni tanto e lo trovo utile. Altrimenti non saprei dove mi trovo.

Credo di essere migliorato nel lag. Parlando di lag, nei mesi scorsi avevo cercato millanta drill, e trovato utile principalmente questo (e questo, suo simile); interessanti anche questo facile esercizio e questo, per l’idea che il braccio destro predomina quando lo si apprende bene. Non, invece, nel backswing (allo stacco il bastone è già chiuso, e così rimane all’apice): ma ho capito che non è poi così importante. Perché non dobbiamo guardare lo stile ma la sostanza, ovvero il momento della verità, ovvero l’impatto. E all’impatto la faccia del mio bastone è sostanzialmente diritta.

Il difetto che sto correggendo ora è l’arrivare con i ferri un po’ troppo dall’esterno: come ci insegna il D-Plane (a proposito: ottimo questo video del sempre ottimo Andrea Zanardelli), il ferro deve arrivare lievemente dall’esterno, ma nel mio caso a volte questo accade un po’ troppo, il che credo sia retaggio di swing antichissimi ma ancora presenti in me. Il risultato è uno slice molto leggero: la palla parte dritta ma poi curva lievemente a destra, oppure faccio pull. Ciò significa che il movimento è corretto ma la faccia lievemente aperta nel primo caso, oppure che arrivo troppo dall’esterno ma la faccia si è già richiusa ed è dunque perpendicolare al bersaglio nel secondo caso, bersaglio che però risulta essere di fatto a sinistra dell’obiettivo reale (appunto per il movimento esterno-interno). Il D-Plane aiuta a capire! E capire, nello swing, è importante.

Sto anche facendo attenzione al peso in partenza, che dovrebbe stare a metà del piede e non sulle punte, e a tenere la schiena diritta (la mia postura è un riflesso del carattere: essendo io mite e accomodante, ho sempre teso a stare piuttosto ingobbito).

Trovo molto utili gli adesivi (io uso questi) che si applicano alla faccia del bastone per vedere se l’impatto è nel centro.

In più ho la fortuna di praticare in uno smart learning environment. E questa potrebbe apparire una sciocchezza (che differenza fa, dopotutto, praticare in un campo di patate o in un luogo dove tanti sono lì per imparare davvero a giocare a golf?), ma in realtà trovo che l’efficacia di fare le stesse cose alla Margherita rispetto ad altri luoghi è per me di molto superiore. È un insieme di cose e di cause, è chiaro, ma l’ambiente di apprendimento è fondamentale per imparare davvero.

Questo è, in due parole (si fa per dire…), tecnicamente il mio golf di oggi.

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Feb 27

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Venerdì scorso sono stato in campo per la prima volta in quest’anno al mio circolo.

Avevo chiesto ad amici se volevano venire, ma nessuno ha risposto all’appello. Non importa, il golf a me piace sia in compagnia che in solitaria; era una cosa che desideravo fare e l’ho fatta.

Nelle prime nove ho giocato così così, con tre bogey frutto in un caso di imprecisione con l’ibrido, nel secondo di una flappa doc e nel terzo di un po’ di fretta nell’approccino.

Comunque mi sento bene, mi immagino un teorico risultato finale di 77-78 colpi, cosa che mi mette di buonumore.

Alla 11 sbaglio un putt in salita di poco più di un metro per il birdie, ma non la prendo male. Birdie che arriva in maniera casuale alla 13. Alla 14 faccio un magnifico up and down (dopo aver sbagliato l’approccio col ferro 6), alla 15 un bellissimo birdie (propiziato da uno splendido secondo colpo con l’ibrido).

Alla 16 faccio un brutto drive, che finisce in rough a destra, seguito da un ibrido troppo veloce che porta via una zolla gigante ma fa avanzare la palla di ottanta metri forse. Da lì sono a più di 200 metri dal green, e prima di tirare il legno 3 mi dico “per il piacere di giocare”. Ovvero: se verrà bene sarò contento, ma in caso contrario non importerà. (Concetto che avevo già pensato in diversi putt delle prime nove: poiché i green in questo periodo non sono ovviamente perfetti, un putt può entrare o sbordare in maniera di fatto casuale, e dunque non bisogna deprimersi troppo quando esce né troppo esaltarsi quando entra.) È uno splendido legno, che atterra a 7-8 metri dal green. Da lì eseguo il colpo più bello della giornata: un chip con il sand che disegna esattamente la traiettoria che mi sono immaginato e finisce a un metro dalla buca. Un putt per il par.

Alla 17 – buca facile – un ferro 8 a fiamma lascia la palla a poco più di un metro dalla buca. Il birdie è tranquillo, quasi scontato.

Allora comincio a pensare che un par alla 18 mi darà il par lordo del giro. Ma ricaccio indietro quel brutto pensiero. Ibrido e ferro 6 mi lasciano un putt di 6 metri circa. A quel punto il pensiero è che due putt mi daranno l’agognato 72. E il primo putt è di conseguenza timido, rimane ad un metro. Ma il secondo entra per il par del campo.

La sensazione finale è di gioia tranquilla. È stato un giro molto rilassato, senza pretese, accompagnato da alcune sensazioni che ho ricordato dalla lettura di questo libro, che dice sostanzialmente che per giocare bene è importante relativizzare tutto: la tensione può essere dentro di noi, ma perché non godere del paesaggio, della passeggiata e così via? Dopotutto il campo non è consapevole dei nostri obiettivi.

Inoltre, nelle prime 9 ho riprovato diversi colpi che non erano venuti bene, e poi ovviamente non si trattava di una gara. Dunque è farlocco, non è un par omologabile. Ma dentro di me è un par, e come!

I dati:
– fairway: 86%
– GIR: 50%
– up and down: 67%
– putt: 27
– putt per GIR: 1,67

Da migliorare: i colpi pieni che tendono ad andare a destra, cosa che dipende dal release (all’impatto la testa è leggermente aperta). Però, insomma, è stata una discreta giornata…

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Gen 30

78 – 80 (in un par 69), e 29° posto finale.

Al Trofeo Sanremo.

Potrei cercare delle giustificazioni.

Dire, per esempio, che venerdì mattina, a macchina appena entrata in autostrada, il motore si è rotto. Ansia (non solo golfistica, ovvio), carro attrezzi, corse, stanchezza mentale. Al di là dei costi (che in questi anni mi pesano parecchio, è un fatto), un viaggio di due ore e mezza si è allungato di altre quattro.

O citare più generali problemi di testa non libera. (Quando la testa non è sgombra il tuo golf non può funzionare, si sa.)

O anche rammentare il CBA di +4, che ha fatto sì che le variazioni fossero solo in discesa: una maniera elegante per dire che la gara era obiettivamente difficile, e dunque le brutte prestazioni non hanno peso.

Ma si sa anche che nel golf you are your numbers. E quei numeri non sono illustri. E allora lascio parlare le sensazioni.

La prima è stata di leggerezza, venerdì nell’ora che ho potuto dedicare alla prova campo. La scena, all’imbrunire sul green della 14, era questa:
14
Ma nello stesso tempo avevo consapevolezza di green velocissimi rispetto a quelli cui sono stato abituato negli ultimi tempi. E dunque sapevo che il putt, che è notoriamente una delle parti migliori del mio gioco, mi avrebbe dato problemi. (Infatti sabato non riuscivo ad avere un’idea della forza da imprimere al bastone, e l’unico birdie è stato un puro caso. I 32 putt finali, poi, sono bugiardi: perché si legano a doppio filo al numero enorme di green mancati – sarebbe occorso un caddie a prendere tutte le misurazioni à la Mark Broadie, ma anche senza quelle certi dati erano lampanti.)

Sabato, al di là dell’ovvia conferma del putt, non sono riuscito per tutto il giorno a sentire lo swing: qualche colpo riuscito bene, ma il massimo che ho potuto fare è stato mettere in fila qualche par.

A fine giornata, terminato il golf è stato il momento di andare all’esplorazione con mia figlia piccola; e un momento di gioia assoluta è stato vedere, dalla marina di Capo Nero, la mia patria seconda:
Corsica
Domenica sono andato meglio: nonostante i due colpi in più le sensazioni erano più nette e precise. Ho fatto alcuni errori di troppo ma la giornata mi è piaciuta di più, perché sono stato più vicino, più “attaccato” al mio swing e al mio golf.

Ripensando il tutto a mente fredda, ho concluso che nei due giorni ho applicato solo una delle due conclusioni relative all’address che ho tirato negli ultimi due mesi di campo pratica (Jack Nicklaus dice che un address corretto è il 90% dello swing):

1) devo tenere le mani più vicine tra di loro, ovvero più verso il centro, per una sensazione di grip più solido;
2) devo avere il braccio destro attaccato al corpo.

Il primo di questi due punti è già incorporato nello swing, mentre del secondo ogni tanto mi sono dimenticato: il che ha voluto dire diversi pull.

Logica conseguenza: non ho centrato nessuno dei due obiettivi di cui parlavo venerdì scorso. Ma sono solo rimandati: il lavoro di questi mesi darà i suoi frutti a medio termine, è chiaro. Archiviata la gara più bella dell’anno, si torna al lavoro per la primavera prossima ventura.

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Gen 02

Non è male che questo sia il primo post dell’anno, perché parafrasando il vecchio adagio potremmo dire che ciò di cui scrivi a Capodanno lo scrivi tutto l’anno. Il tema di oggi è il lag, che è un concetto che mi è stato di fatto sconosciuto fino a poche settimane fa; ma ho capito che è la mia prossima frontiera, ovvero ciò su cui soprattutto dovrò lavorare nei tre anni a venire per giungere al mio obiettivo di medio periodo, che è l’handicap zero.

Il lag – letteralmente ritardo –, concetto che Homer Kelly in The Golfing Machine (libro che prima o poi dovrò affrontare) definisce il segreto del golf, è in parole povere il ritardo che la testa del bastone deve (in uno swing ottimale, perlomeno) avere rispetto alle mani nel downswing, ovvero il fatto che l’angolo tra il braccio sinistro e lo shaft rimanga intorno ai 90° almeno fino a che le mani non arrivano all’altezza della vita nel downswing.

L’immagine qui sotto, che mette a confronto il mio swing di qualche settimana fa (ovvero appunto di quando il problema mi è stato chiarissimo) con quello, si parva licet, di Sean Foley, e che è ricavato dalla videolezione di cui avevo parlato qui, illustra molto bene il concetto:
Foley
(Certo l’espressione facciale sta tra il ridicolo e il pauroso: anche su quella dovrò lavorare.)

In sostanza: io, come tantissimi altri golfisti (ma mal comune non è mezzo gaudio in questo caso), anticipo troppo la discesa della testa, ragion per cui il bastone raggiunge la massima velocità prima dell’impatto – e di conseguenza perdo potenza. (Ora mi è mooolto più chiaro, anche, il fatto che un giocatore del tour arrivi ai 300 metri col drive, mentre la mia media sta intorno ai 220, e questo nonostante la velocità dello swing sia intorno alle 103 miglia all’ora: c’è un enorme spreco di potenza, in sostanza.)

Ho anche – fatto non secondario – appena finito di leggere questo libro, che è assolutamente incentrato sul lag, ne mette in luce le caratteristiche e, in sostanza, mi ha permesso non solo di mettere a fuoco il problema ma anche di intravedere una strada che porti alla soluzione.

Insomma sto pensando molto a questa prossima evoluzione. Periodicamente mi trovo esposto a momenti di ribollire di pensieri sullo swing; l’ultima volta di cui mi ricordo è stata questa. Non ho le risposte, o le ho solo in minima parte, ma il problema mi è chiarissimo in mente. Dunque ci lavoro, il risultato verrà come conseguenza naturale.

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Nov 21

Sono passato da qui a qui.

È stata una decisione sofferta e semplice nello stesso tempo.

Sofferta, perché i Ciliegi sono stati la mia “casa del golf” per dieci anni, il luogo dove ho preso per la prima volta in mano un bastone, dove ho preso l’handicap, dove ho fatto la prima gara, il primo par, il primo birdie, il primo eagle e così via. Il luogo in cui conosco tutti e tutti mi conoscono, dunque il luogo “naturale” del golf per me. Ma nello stesso tempo un circolo “non competitivo”, e se è vero come dice Giulio Cesare che è meglio essere primo in Gallia che secondo a Roma, è altrettanto vero che per chi vuole andare oltre (e qui alzo la mano) occorrono strumenti e contesti adatti.

E per questo motivo la scelta è stata semplice: la Margherita è a venti minuti da casa (venticinque come assoluto massimo), è un ambiente ipercompetitivo, dove io col mio handicap relativamente basso non sono nemmeno nei primi dieci. (Ma la prima sfida è entrarci entro sei mesi!) Dunque è l’ambiente ideale per me per crescere golfisticamente, andare ancora un po’ più in là. E ha il vantaggio laterale, casuale ma per me fondamentale di contenere in sé la possibilità di praticare presso il Golf Club Chieri, luogo dove io potrei andare a piedi. Quindi unisce la pratica quotidiana al campo da campionato, oltre a un buon numero di golfisti nella mia fascia di età e di handicap.

Ho fatto un salto, insomma. Anni fa per una stagione lasciai per insoddisfazione il mio circolo, ma già a marzo ero pentito e vi feci con gran gioia ritorno l’anno dopo; questa volta è però diverso, nel senso che non mi sto allontanando da qualcosa, ma sto andando verso qualcosa. Del resto anche il golf ha ora confini molto più definiti per me; e vado lietamente a vedere dove questa nuova esperienza mi condurrà.

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Nov 07

Pro_Shop_03
Terminata la stagione, è il momento di fare un bilancio per il 2014 (qui il 2013, che contiene anche i link agli anni precedenti).

Quest’anno, dal punto di vista golfistico, ho consolidato quanto avevo sperimentato nel 2013, anno in cui sono diventato molto più sicuro del mio swing, più consapevole degli errori e delle relative correzioni. Nel corso del 2014 mi è stato chiaro il progetto delle 10mila ore. Ho anche capito che non diventerò professionista nel senso letterale del termine, ma ciononostante diventerò comunque – entro i prossimi 8 anni – il golfista migliore che posso diventare.

L’handicap è rimasto stabile (3,6 il dato attuale), ma soprattutto l’ho giocato in quasi tutti i campi in cui sono stato. Insomma è un handicap reale e non “di circolo”. Di recente sono riuscito anche a sciogliere quel nodo mentale che mi impediva di vedere il 2 come prossima meta: ora so che nel 2015 ci arriverò senza troppi patemi.

Ho registrato 41 giri completi, di cui sedici nei 70 in otto campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2013 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 80,4 (81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
– fairway: 63% (64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
– green: 39% (40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
– putt: 30,95 (30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
– di cui 3-putt: 1,1 (0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)

I migliori risultati: un 73 ai campionati piemontesi individuali, un 74 alla Margherita qualche settimana fa, un 75 al Feudo ai campionati piemontesi a squadre e un 76 a Sanremo.

I peggiori: un 88 a Boves, un 88 a Sanremo.

Sulle statistiche, però, con Bartali devo dire che “gli è tutto da rifare”. Ovvero: le statistiche che ho tenuto fino a oggi non sono più adeguate ai miei obiettivi attuali. Ne sto preparando delle nuove per il 2015 di cui dirò a suo tempo; sono comunque basate sulle mie riflessioni su questo libro.

I miei obietti per l’anno che verrà:

– handicap 2 virgola stabile;
– riprendere l’ordine di merito;
– predominanza di giri col 7 davanti;
– media putt sotto i 30.

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