Mar 25

swing
Ho un po’ di scoramento riguardo al mio swing. È una sensazione che certamente a comune a tanti golfisti e che ora – prendendola un po’ larga – cercherò di descrivere.

Qualche giorno fa ho fatto, dopo tanto tempo, una lezione. La sera ho visto il video. E il giorno dopo, in maniera indipendente dal primo fatto, ho fatto grazie a un amico che i lettori di questo blog conoscono un’analisi col Trackman.

Tutto ciò ha portato tante informazioni che a me richiedono tanto tempo per essere elaborate, e quindi sono un poco confuso al momento. Ma insomma la polvere si sta depositando, e il quadro emerge.

Prima cosa: guardo il video di me che swingo e mi sembra una cosa bruttissima.

Seconda cosa: guardo i dati, i freddi numeri che escono dal Trackman, e ho conferma di due fatti macroscopici che già so – che coi ferri arrivo dall’esterno e che col drive l’angolo di attacco è pesantemente negativo.

Allora mi dico: ma come? Tutte queste migliaia di ore di pratica, e riflessioni e sogni e conquiste e scoramenti eccetera e poi il mio swing è quella roba lì?

Mi viene in mente quanto dice ogni tanto Silvio Grappasonni nelle sue telecronache, per esempio descrivendo Ernie Els uscire dalla sabbia, ovvero che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino. E da bambino io non solo non sapevo nemmeno che cosa fosse, il golf, ma anche ero cicciottello e goffo e certamente non quello che si potrebbe dire un provetto sportivo, e dunque non posso pretendere. Questo è certamente vero.

Ma comunque rimane in piedi – per me rimane sempre il piedi – il progetto delle 10mila ore, il mio desiderio di andare fino alla fine dell’arcobaleno per vedere se è proprio vero che dopo 10mila ore di pratica si diventa provetti golfisti. Onestamente oggi, a metà del guado, qualche dubbio mi viene; e comunque so bene che arriverò là in fondo solo per me stesso, per questa assurda sfida che mi sono lanciato e per nessun altro motivo.

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Mar 04

Mercoledì sono andato in campo per un deludente 81. Nel golf you are your numbers, si sa, e 81 nel tuo campo è un giro da archiviare subito senza tante storie.

Però… però ci sono due considerazioni che voglio fare.

La prima, e più importante, riguarda le sensazioni provate sullo swing, che erano eccezionali, decisamente superiori alla normalità. Insomma lo swing di mercoledì era a posto, e ricordo in particolare due colpi magnifici: un ibrido 4 da 170 metri, che ho preso assolutamente nel centro e con uno swing diritto all’obiettivo, e che è atterrato a 3 metri dalla buca dopo un volo alto e lì si è stampato; e un sand molto verticale a 60 metri circa dalla buca che, carico di spin, è atterrato 4 metri oltre ma poi, complice anche il green in discesa, è tornato indietro fino ad altezza buca. Questi sono buoni anzi ottimi segni di uno swing che funziona; anche se vale sempre il discorso che lo swing è una cosa viva, che cambia di giorno in giorno.

La seconda considerazione, che suona quasi come una scusa e diventa quindi un tipico discorso da diciannovesima buca, riguarda il putt: in undici casi – così ho contato – ho lasciato la palla corta di pochissimi centimetri quando era dritta alla buca, oppure si è trattato di sbordate per una palla lievemente troppo forte oppure lievemente storta.

Ma il primo punto è più importante. Perché io ho grande fiducia nel mio putt, e i green sono ovviamente ancora imperfetti. Quindi complessivamente anche un anonimo 81 può essere un buon viatico per la stagione alle porte.

Come dice Nicklaus: “Patience, patience…”

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Feb 26

carta
Il fatto che la stagione delle gare sia alle porte significa che il lavoro invernale deve considerarsi pressoché concluso (certo, sappiamo bene che il lavoro sullo swing è una storia senza fine, ma insomma a un certo punto bisogna mettere un punto fermo). Ovvero: d’inverno si è lavorato, si sono provati nuovi colpi, si sono interiorizzate nuove sensazioni (proprio in questi giorni pensavo che il lavoro che ho fatto in questi mesi sul mio swing equivale a tante lezioni, perché ha portato consapevolezza e tecniche nuove); ora è tempo di passare dal training mode al trusting mode, per usare sintagmi cari a Bob Rotella (Golf Is Not a Game of Perfect).

Non è che si smetta di lavorare sul proprio gioco, ma si passa alla “modalità gara”. In fondo il golf non è mica il campo pratica! (E lo dice uno che in campo pratica pianterebbe la tenda.)

Per fare questo, ho sentito nei giorni scorsi la necessità di fare un certo numero di giri completi, proprio per acquisire il ritmo di gara che mi garantisca la confidenza necessaria per fare buoni giri quando i colpi contano davvero. Il primo giro dell’anno non è stato male:
– 76 colpi
– fairway: 86%
– green: 44%
– putt: 29, senza 3-putt
– putt per GIR: 1,9
– up&down: 50%

(Tutto è relativo comunque: perché il giorno prima, dopo aver spedito tre palle di fila in acqua da 70 metri, ho smesso di contare i colpi e ho giocato e basta. Il giorno dopo ho capito l’errore tecnico e sono passato oltre.)

Anche il secondo, ieri, è stato discreto nonostante i green ancora lontani dall’eccellenza (o forse era il mio putt?):
– 78 colpi
– fairway: 79%
– green: 33%
– putt: 30, con uno sciocco 3-putt
– putt per GIR: 2
– up&down: 58%

(Nota laterale: giro completato in 3 ore e 10 minuti. Mi sovveniva Harry Vardon: “I don’t play too much golf. Two rounds a day are plenty”.)

Al di là di questi giri sono comunque sceso in campo diverse volte negli ultimi giorni simulando il più possibile la gara. Ora sono al 90% in trusting mode, e in ogni caso il ritmo gara è acquisito. Si attendono notizie dal mese di marzo.

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Feb 19

reverse-K
I miei post, naturalmente, non sono articoli di tecnica. Sono spunti, racconti di tribolazioni e conquiste, descrizioni di sensazioni che possono permettere al lettore di ricavare – elaborando le mie parole – dei suggerimenti validi per sé.

Oggi parlo del reverse-K, ovvero la K rovesciata. Questo articolo e questo video, tra i tanti, possono spiegare di che cosa si tratta (uno dei grossi problemi delle istruzioni di golf essendo che la maggior parte di ciò che si trova in rete, diciamolo, è costituito da sciocchezze senza importanza quando non palesemente sbagliate).

In due parole, comunque, la K rovesciata consiste nel leggero spostamento in avanti (verso l’obiettivo) del bacino. Io ci sono arrivato per caso – ultimamente penso che le mie sperimentazioni in campo pratica e in campo mi servono come delle lezioni, per il fatto che un maestro ovviamente la sa molto più lunga di me ma non conosce il mio swing così bene come lo conosco io –, e questa “conquista” mi ha aiutato molto.

Da qualche settimana ho incluso questo spostamento nel mio set up, come penultima fase prima dello stacco (l’ultima essendo lo spostare le mani leggermente in avanti), dopo lo spostamento della spalla destra indietro e in basso; e trovo che funzioni, e che mi dia un discreto controllo sui colpi che patisco di più, ovvero i ferri lunghi (non temo più il ferro 5, ma anzi lo uso con desiderio).

Alla fine sono sensazioni, dicono e non dicono. Però nel complesso trovo di avere un movimento molto più fluido e completo. Poi si sa che lo swing è una cosa viva, e oggi funziona ma potrebbe sfaldarsi domattina; ma comunque oggi mi dà soddisfazione e gioia, e non vedo l’ora che arrivi il momento delle prime gare, in 2-3 settimane da ora, per vedere a che punto mi trovo.

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Gen 22

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È proprio vero che spesso le soluzioni vengono da dove meno te lo aspetti. Martedì avevo lasciato il campo pratica con un’idea centrale, che era quella di tenere le mani più unite nel grip (ovvero di avvicinare più verso il centro sia la destra che la sinistra), in maniera da avere un grip più solido. Che infatti è la nota che verso sera ho scritto nel mio diario di bordo. Insomma stavo pensando (anche in maniera inconscia, sicuramente anche di notte – what’s wong with me? :-D), cosa che mi accade spesso quando lascio il campo pratica: cerco di fare in maniera di avere un punto soltanto su cui riflettere, per elaborare e, come dire?, espandere il pensiero e la riflessione su quel punto specifico. E questo perché golf is a game of circles, come dice Mark Guadagnoli.

Poi la sera, prima di andare a dormire, stanco di una giornata impegnativa come tante altre, mi sono messo a leggere un libro vecchissimo pagato 2,70 sterline su questo sito. Che di fatto non diceva nulla di particolare, essendo molto elementare; ma un po’ per caso nel secondo capitolo, dedicato al grip, ho letto il consiglio di tenere la spalla destra più indietro e soprattutto più in basso rispetto alla sinistra all’address: cosa che costituisce un’indicazione normalissima, una che si riceve da neofiti alla prima o seconda lezione. Però per qualche motivo accade che, quando la pratica è prolungata e continuata nel tempo come è la mia, magari ci si dimentichi delle regole base (soprattutto a inizio stagione). E insomma la spalla destra era troppo in alto e troppo in avanti (che sia già per natura troppo in alto lo so grazie alla visita dall’osteopata, che mi ha detto che questa è una caratteristica del mio corpo, qualcosa su cui ovviamente non è possibile intervenire).

Mercoledì sono tornato in campo pratica con non troppo tempo disposizione, e casualmente tirando dei sand da 60 metri all’asta mi è venuta in mente quella frase letta la sera prima quando già ero un po’ addormentato. E sempre molto casualmente ho provato a tenere la spalla destra un po’ più indietro e soprattutto un po’ più in basso (o anche più di un po’ più in basso), e vedevo che i colpi partivano più in alto e soprattutto erano più precisi.
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Ho provato poi la stessa cosa con il legno 3 e con il drive, che erano gli unici bastoni che insieme al sand avevo con me sia martedì che mercoledì, e ho visto che la cosa funzionava. Di fatto, soprattutto con il drive, è un passaggio già abbastanza interiorizzato; ma questo non vale per gli altri bastoni, e soprattutto nel caso del legno 3 è chiaro che se c’è un errore questo viene magnificato dell’ampiezza del movimento.

Per il legno 3 ho aggiunto un punto (conseguenza quasi matematica): l’idea di tenere la palla un po’ più indietro nello stance rispetto a quanto facevo prima. Questo permette di colpire in maniera più piena.

In sostanza: ho inserito un tassello (importante) che mancava allo swing. Ho tirato dei legni 3 magnifici. Sono andato via dal campo pratica molto soddisfatto di me.

E il giorno dopo (ieri) ho provato in campo, e ho verificato che la stessa cosa accade con il ferro 5, che per me è il bastone più difficile della sacca.

Allora concludo che comprare dei libri che apparentemente non servono a nulla anche se in maniera del tutto casuale può servire – e tanto – per migliorare il tuo proprio gioco.

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Dic 11

Quando ho preso per la prima volta in mano un bastone da golf, il 7 febbraio 2004, avevo la testa sgombra da qualunque pensiero. C’era l’imbarazzo di trovarmi in un luogo sconosciuto a compiere un gesto del tutto innaturale, certo; e c’era il ritorno, dopo tanti anni, a qualcosa che assomigliava ad uno sport; ma per il resto la situazione era come la pagina bianca per lo scrittore.

Poi col tempo sono venute tante altre – mille – cose che del golf fanno contorno. Ad un certo punto, dopo l’estate del 2009, mi è stato chiaro che non mi bastava più fare del golf un bel gioco, ma volevo andare oltre, pavesianamente volevo mangiarmi una collina, volevo essere bravo, volevo diventare bravo, volevo diventare il golfista migliore che avrei potuto diventare.

E a quel punto sono cambiati i confini del mio golf, perché inevitabilmente sono venute tante altre attività collaterali che sono di fatto necessarie per raggiungere il tuo massimo teorico. Ne elenco qualcuna.

L’aspetto psicologico. Fondamentali sono state in questo senso per me le clinic tenute da Andrea De Giorgio, dove Roberto Cadonati ha portato certamente un valore aggiunto – grande. (Oggi ricordo con grandissima nostalgia e piacere immenso le clinic di Agadir, un misto di amicizia, competizione e tecnica, una delle espressioni più belle del golf secondo me.) Poi naturalmente un grande supporto me lo hanno dato i vari Rotella, Csikszentmihalyi, Guadagnoli, Cohn, Bell eccetera.

Il pilates. Luciano!

La forma fisica in genere. Se io potessi fare oggi una gara di corsa o di bici con il me di vent’anni fa, quand’ero al mio teorico massimo fisico, vincerei io – per distacco o per abbandono – dieci volte su dieci.

Il clubfitting. (Federico Panetta, ovvio.)

Et cetera.

Be’, questo lunghissimo preambolo per dire che ieri ho aggiunto un altro tassello: una visita dall’osteopata. È qualcosa che sta ai confini tra il golf e la salute, o meglio abbraccia entrambi gli aspetti. Degli effetti e dei benefici non so ancora dire ora, e del resto dell’osteopatia conosco pochissimo, ma mi è sembrato che potesse essere qualcosa che in qualche modo sarà utile.

Ne dirò in futuro, certamente; ma per ora ho scoperto alcune cose interessanti. Che ho una leggera scoliosi verso dx nella parte alta della colonna, e di conseguenza, che la spalla dx è più alta rispetto alla sx (dovrebbe essere il contrario). (Ho pensato ai miei genitori, bravissime persone, e alla differenza con cui queste cose sono state trattate in me bambino rispetto a quello che noi facciamo per le nostre figlie. Non gliene voglio per questo, sono cose differenti, generazioni differenti, accenti differenti sulle stesse cose.) Che l’anca e il piede sx lavorano male. Che ho una metatarsalgia.

Sono cose interessanti. Scoperte che si fanno. Anche questo è golf, dopotutto.

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Dic 04

Oggi la prendo un po’ da lontano, ma è che vorrei capire. Quindi avverto il lettore che questo è un post lungo, molto personale e che potrebbe risultare noioso. Ma è importante per me, per cercare di dare un significato al golf, a qualcosa che a volte pare sfuggirmi dalle dita.

La mia tecnica si affina costantemente e me ne rendo conto. Non è la tecnica il problema. Sto diventando bravino, sto facendo i passi giusti, entro i 55 anni arriverò all’agognato handicap zero. (Perché quella è la mia meta, una meta che non ha significato per nessun’altro che per me, ma ciò mi basta. Autotelicamente parlando sono a posto.)

Ieri ho guardato questo video di Jonathan Wallett, il quale dice che la falsa credenza di cui fu vittima, trent’anni fa, quando stava tentando di prendere la carta per il tour europeo, fu quella di ritenere che tirare milioni di palle dall’alba al tramonto per costruire uno swing assolutamente ripetitivo fosse la strada verso il successo. Tuttavia ciò non funziona, prima di tutto per gli aspetti mentali del golf giocato. E la soluzione sta nella pratica creativa; ma io in questo sono abbastanza a posto, e per questo dico che non è questo il problema. (Certo, mi manca un milione di cose circa – un coach che mi segua, la tecnologia adatta, il Trackman sotto il cuscino eccetera –, però questa è un’altra storia e ne parlerò in un altro momento.)
ricominciare
Ma la testa a volte non è sgombra. In parte probabilmente è questione di carattere: i problemi di lavoro o personali sono inevitabili (sono segni che siamo vivi, dopotutto – chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia), ma io tendo a prendere tutto di pancia, a interiorizzare qualunque cosa, a immaginarmi paure e così via. Il risultato è che ogni tanto delle piccolezze condizionano la mia pratica, o più in generale il mio tempo al golf, o più in generale ancora il mio rapporto col golf.

Mi viene in mente il mio dolce mito, che dopo il 1953 – se dovessi scegliere una data precisa direi dopo il 22 luglio 1953, giorno della famosa parade in Manhattan – aveva nei fatti terminato la sua carriera. (Ed era ben più giovane di quanto sia io ora!) Vinse ancora un paio di volte in seguito, ma di fatto quella parata fu il riconoscimento di qualcosa di compiuto, terminato, concluso; poi ci fu la Ben Hogan Company, e il golf professionistico (pare quasi un sacrilegio a dirsi, ma è così) passò in seconda linea nella sua vita.

(E io quando penso al mio golf non penso solo al golf giocato, ma penso anche al golf scritto, a quel che posso dare come penna.)

In sostanza ritorno al discorso delle motivazioni di cui parlo ogni tanto qui. E ne parlo perché è centrale per me. E non potrebbe essere diversamente, visto il numero di ore e di pensieri che dedico al golf. Detto in maniera differente e ridotto all’osso, il discorso relativo alle motivazioni è questo: è sensato, in un pomeriggio qualunque, prendere la strada che mi porta a Carmagnola più di quanto non sarebbe sensato che so, andare a fare la spesa con mia figlia, passare del tempo con i miei genitori e più in generale occuparmi d’altro? Ecco, io una risposta precisa a questa domanda non l’ho. O meglio, in alcuni giorni trovo difficile rispondere. (In alcuni giorni la risposta è chiara: non vale la pena, e infatti faccio altro.) Questo è il problema nella sua essenza.

Un indizio: il circolo è a 20-25 minuti di macchina, ovvero un tempo non lungo ma nemmeno minimo. (Fino all’anno scorso i minuti erano 10-15, e la differenza può non apparire grande cosa: ma se moltiplichi 10 minuti per millanta giorni ottieni qualcosa con un peso specifico.) In macchina da solo mi sento quasi prigioniero, mi sembra tempo buttato proprio. (Sono sensazioni, non è detto che la cosa debba avere valenza generale ovvero essere vera – è soggettivamente vera per me.)

Altro indizio: quello era il mio circolo, questo è il mio. E il mio circolo di oggi mi piace, è molto competitivo (che è la ragione essenziale per cui ho cambiato), ma le connessioni richiedono tempo (per me tanto tempo, essendo la mia natura lenta).
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(Vorrei una zona approcci più stimolante, e un driving range con più target più visibili. C’è molto lavoro da fare in questo ambito, ma qui vado fuori tema. Anche questo è argomento per un altro post.)

Cioè in parole povere giro intorno alle mie motivazioni e non riesco mai ad andare davvero alla radice dei motivi. Continuo a pensarci, a scriverne ma giro in tondo.

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Nov 06

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Puntuale come le tasse, terminata la stagione a inizio novembre arrivano le considerazioni sul mio anno golfistico appena trascorso. (Qui il 2014, che contiene anche i rimandi agli anni precedenti.)

L’handicap è rimasto sostanzialmente stabile (3,6 a inizio anno, 3,9 il dato attuale), ma con una stagione a due facce: ottima fino a giugno, con una discesa costante fino a 3, e deludente per il resto, con troppe virgole e motivazione altalenante.

A seguire gli obiettivi che mi ero dato per quest’anno, e considerazioni relative:

– handicap 2 virgola stabile
NO: ho avuto la possibilità di arrivare a 2,9, ed è tutto. Vale per il 2016.

– riprendere l’ordine di merito
NO: e nemanco mi ci sono avvicinato. Lo riproponiamo nell’anno che verrà.

– predominanza di giri col 7 davanti
SI: 26 volte su 44 ne ho tirati 79 o meno.

– media putt sotto i 30.
NO: 31,2. Uff.

Da questi pochi dati si deduce che l’anno non è stato un granché quanto a risultati. Soprattutto ho faticato con le motivazioni (ieri pomeriggio ho scelto di camminare per i boschi rispetto a tre ore di campo pratica, per dire), il che è in parte conseguenza del cambio di circolo e in gran parte frutto della consapevolezza che l’obiettivo di arrivare allo 0 di handicap entro i miei 55 anni è splendido in sé ma al momento mi attrae meno di un tempo.
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Ecco il dettaglio dei 44 giri completi registrati (tra parentesi i dati per il 2014 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 79,8 (80,4 – 81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
[per la prima volta la media complessiva sta sotto gli 80, il che è comunque un ottimo segno]

– fairway: 67% (63% – 64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
[in parte ciò è frutto del lavoro sul drive, dove lo slice ora è molto più occasionale rispetto agli anni passati, e in parte deriva dal fatto che i fairway della Margherita sono decisamente ampi]

– green: 41% (39% – 40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
[un po’ meglio rispetto agli anni precedenti, ma ancora troppa poca precisione]

– up and down: 41%
[di cui 19% dal bunker – un disastro, sebbene sia un colpo che mi fa sentire sicuro – e 74% col putt – buono, migliorabile]

– putt: 31,20 (30,95 – 30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
[sul putt devo lavorare tanto, perché mi accorgo di aver in parte smarrito la capacità che avevo acquisito di leggere le linee]

– di cui 3-putt: 1,0 (1,1 – 0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)
[0,98 il dato preciso: meno di un 3-putt a giro è accettabile]

In generale, per quanto riguarda le statistiche vale ciò di cui mi sono convinto da tempo, che quelle classiche non sono adatte per registrare ciò che accade: danno un’idea e poco più, ma possono pure essere molto fuorvianti. Ho iniziato a utilizzare anche il foglio Excel di Andrea Zanardelli, modificandolo in base alle mie esigenze (delle modifiche dirò più avanti, perché le sto ancora sperimentando), che dà delle indicazioni pratiche su che cosa occorre lavorare.

Gli obiettivi 2016 rimangono i medesimi di quest’anno, fatta salva la predominanza di giri sotto gli 80 colpi che ormai prendo come un dato.

Complessivamente:

– la tecnica è diventata più piena, rotonda e completa, il che significa che mi sto avvicinando alla maturità golfistica. Il che ha sia una valenza positiva (insita nella sicurezza di gioco) che negativa (dopo la maturità inizia il declino);

– le motivazioni sono altalenanti, il mio progetto delle 10mila ore mi piace ma tenere alta la guardia non è semplice: troppe volte mi pare di essere Don Chisciotte, il che per carattere mi si addice ma può diventare pesante da sostenere nel lungo periodo.

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Ott 30

10
Questo post è l’ideale completamento di quello della settimana scorsa. Qui in particolare racconto il secondo giorno della gara.

Iniziamo dal risultato: un discreto 79 (il campo è un par 73). Sono stato in the zone per buona parte della gara. Dopo le prime nove ero a +1 (un bogey e tutti par): non ho avuto reali possibilità di birdie, ma – come è nel mio stile, ovvero nel DNA – ho sempre giocato a evitare problemi e le cose sono andate bene. Ho cominciato le seconde nove con due par, cui è seguito un bogey (sopportabile, avevo messo il drive in un bunker di percorso e poi preso il green ma lontanissimo dalla buca) e altri due par (uno quasi di routine e il secondo splendido: drive chiuso che tocca le piante e fa non più di 70 metri, ibrido 19° lievemente toppato che finisce in rough a 195 metri, legno 3 impugnato corto che disegna la buca – un colpo splendido, diciamolo, forse il migliore dell’intero giorno – e finisce a pochi metri dal green con bandiera corta, approccio e putt). Alla 15 ho fatto un bogey che aveva un senso (drive aperto in bunker di percorso, di conseguenza ho giocato in difesa). Alla 16 ho fatto tre putt da non più di sei metri (ho lasciato corto il primo); alla 17 sono finito in bunker e ho cercato di salvare il par ma senza successo; alla 18 sono finito lungo oltre il green e di lì il bogey era praticamente scritto.

Quindi +2 nelle prime quattordici buche e +4 nelle ultime quattro. Questo non mi lascia l’amaro in bocca (anche se alla 18 ho imbucato un putt da oltre un metro che di fatto mi ha impedito di prendere la virgola), perché ho avuto sensazioni splendide lungo tutti e tre i giorni. Non sono riuscito a tenere, è vero; ma questo è un mio limite mentale di difficile superamento: ci posso lavorare, certo, ma alla meglio arginerò qualcosa che di fatto è insito in me. La cosa importante, invece, quella che mi dà soddisfazione, è rendermi conto che il gioco c’è.

Un paio di considerazioni generali che discendono da questo racconto:

  1. per avere uno score basso è molto più importante evitare le disaster holes che non puntare ai birdie. Venerdì, ad esempio, ho fatto triplo e doppio in sequenza, cosa che mi ha di fatto tagliato le gambe; sabato nelle prime nove ho giocato in sicurezza senza prendere alcun rischio e pur contando diversi errori ho di fatto sempre recuperato, solo sbagliando un putt da poco più di un metro;
  1. parimenti, è molto più redditizio lavorare a migliorare i propri punti di forza che non correggere i propri difetti. Quel che dicevo prima della mia tenuta mentale nelle ultime buche, ad esempio, è un tratto che mi contraddistingue da sempre, sin da bambino, e dunque è chiaro che fa parte della mia natura e non può essere cambiato. Al più, con anni di durissimo lavoro può essere attenuato, ma chi nasce tondo non potrà morir quadrato; e allora ha decisamente più senso puntare a migliorare ciò che in maniera naturale già si fa bene, perché lì il grasso colerà sempre e comunque di più.

In poche parole, ho fatto pace completa col golf: mi sono divertito tantissimo a provare il campo, poi a tirarne 89 il primo giorno e infine 79 il secondo. È stata un’esperienza piena e completa di golf, una che da tanto tempo non provavo.

E come corollario dirò che il sugo di tutta la storia sono le sensazioni: è questo ciò che voglio ricercare fino in fondo, a partire dal golf ma anche andando oltre, andando più in là: esplorare i confini del golf. Vivere per raccontarla.

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Ott 23

CGD
La versione corta è che ne ho tirati 89 e sono contento.

La versione lunga è (ovviamente) più articolata.

La gara è questa. L’obiettivo massimo (ambizioso, ma possibile) era ottenere punti per l’Ordine di merito.

Le prime buche hanno avuto un andamento discreto, poi ho iniziato a perdere colpi, troppi colpi – soprattutto nel gioco corto impreciso, ma non ho brillato in nessun settore. (Alla 14, un par 3 che è la buca più facile del campo, dopo aver messo la palla in bunker ci ho messo quattro [sic] colpi per arrivare in green.)

Però la cornice è splendida, e non sono affatto scontento o scorato o frustrato. Da una parte ho sempre bene in mente, sempre davanti a me l’obiettivo importante di lungo periodo (handicap zero entro i miei 55 anni di età); e dall’altra sto maturando una sensazione piacevole, del golf fatto per amore del golf e per nessun altro motivo. Insomma io alle cose ci arrivo sempre con la mia calma olimpica – lo so che tante volte è verissimo il detto “o sei veloce o sei morto”, ma mi viene da replicare con quel proverbio cinese: “Chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva”. Su questo concetto – il golf come strumento per avere più armonia con sé stessi – tornerò di sicuro in futuro, perché lo ritengo fondamentale per lo sviluppo dell’equilibrio tra mente e corpo.

Ma poi non è soltanto questo, non è tutto qui: pensando che il golf, salute permettendo, mi accompagnerà lungo tutto l’arco della vita, mi viene da accettare serenamente gli errori che commetto, perché fanno parte del gioco, anzi forse ne sono il sale.

Da un punto di vista tecnico devo aggiungere che il cambiamento dello swing in atto rende i colpi lunghi meno stabili del solito. Oggi dopo le prime 9 ero +7, e allora ho cominciato a fare esperimenti. Certo una gara non sarebbe il luogo deputato agli esperimenti; ma non c’è differenza alcuna tra un 83 e un 89, per dire. Mentre sono sicuro – assolutamente sicuro – che nei prossimi mesi il gioco tornerà, e l’handicap scenderà a due virgola. Questo è ciò che accadrà.

Ieri durante la prova campo, complice anche il fatto che per la prima volta mi accompagnava mia figlia piccola, ho vissuto momenti bellissimi per il solo fatto di essere lì, in quel momento e in quel sole, con mia figlia a fare una cosa che adoro. Oggi era diverso, si capisce, ma le sensazioni positive sono rimaste.

Ricordo una pubblicità di qualche anno fa su “Golf Digest” – era un invito a visitare la Scozia, o forse l’Irlanda – che diceva qualcosa come “8, 5, 9, 7, 8, 6 – but happy”. Ecco, oggi il mio golf lo descrivo così. Tirarne mille ed essere felici – non è poco.

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