Ago 27

I golfisti sono un po’ (a volte un po’ tanto) paranoici, si sa. Io non faccio eccezione; ma del resto, come dice Tom Peters, “you can’t shrink your way to greatness”.

Allora quando ieri mattina, scoprendo quel che avevo fatto (involontariamente, ovvio) l’altra sera, ovvero buttato distrattamente la sacca in macchina dopo una giornata di golf e quindi fatto in modo che la canna del mio drive si rompesse, non potevo non essere leggermente fuori fase (e l’avverbio, com’è facile intuire, è un eufemismo).

Arrovellandomi per trovare una soluzione – come potevo stare senza drive con un mese di gare che incombono e 1,1 colpi da perdere? –, ho pensato bene di visitare Golf Nevada (o Nevada Bob’s che dir si voglia), dove la fortuna – è sempre la fortuna che gioca la sua parte, non c’è nulla da fare – mi fa incontrare una persona gentile (il proprietario del negozio, I suppose) che si prende in carico il mio Monsterino spezzato e me ne offre nel frattempo gratuitamente uno, identico preciso, in uso fino a che l’altro non tornerà.

Risultato: non è fisicamente lui, ma di fatto è lui. Ho completato il tutto comprando un ibrido, proprio quello che da tempo volevo: il 3i della stessa serie, che da quest’anno non è più in produzione e che era dunque difficile da trovare.

Risultato laterale: a fine mattinata ero un ragazzino felice, in campo pratica, a tirare i miei (e non miei) legni lunghi e diritti.

Infine: lezione imparata, da ora in poi tratterò i ferri del mestiere con le dovute cautele.

In ogni caso: grazie Golf Nevada!

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Ago 03

Ieri, dopo quasi settimane di astinenza golfistica (per scelta: soprattutto per ritornare caricato dopo le vacanze, e per evitare potenziali nausee da stress mentale) ho ripreso la preparazione.

L’obiettivo – ambizioso, me ne rendo conto; ma la candela brucia in fretta – a breve termine che mi sono dato è questo: scendere a 4,4 di handicap, per partecipare alla gara del 12-15 ottobre alle Querce (qui i dettagli) per intraprendere il cammino verso il professionismo. Non con l’intenzione di superare la selezione – i posti disponibili sono solo 8: un‘inezia, soprattutto se penso ai tanti ragazzi (vent’anni meno di me, almeno) che respirano pane e golf da quand’erano bambini –, ma di fare esperienza in vista di un tentativo più serio e strutturato nel 2011.

La finestra, per me, è (giustamente) molto stretta. Posso arrivare lì tramite poche gare, con tanto lavoro (mentale, certo, ma anche tecnico e fisico – in questa fase non so dire quale può essere l’ambito che dovrebbe essere prioritario, quindi per non sbagliarmi li curo tutti e tre) e – soprattutto – tanta fortuna.

L’idea è questa: quattro ore di golf giornaliere per sei giorni (via, almeno cinque) la settimana nelle prossime otto settimane, con un giorno di riposo – i Ciliegi sono ahimè chiusi al martedì, e non ho ancora le chiavi –, tempo sufficiente (a mio avviso) per curare i principali aspetti del gioco.

Qualcosa succederà. E in ogni caso sarà divertentissimo! 🙂

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Lug 07

Prima di lasciare i miei bastoni a riposare qualche settimana e rinnovare lo spirito nella mia seconda patria, la Corsica, ho preso parte lo scorso fine settimana alla patrocinata di Castelconturbia, i cui risultati – quantomeno per me – si sono rivelati ancora una volta (casomai ce ne fosse bisogno) una metafora della vita.

Primo giorno: arrivo tutto caricato, faccio tutta la mia routine di preparazione tecnica e mentale (e il giorno prima avevo fatto la prova campo): col risultato che ne tiro 91, con un quadruplo bogey alla 17 dove tra il caldo e la mia incapacità di tirarmi fuori dai pasticci mi scappava persino la voglia di finire la gara.

Sono quindi in bassa classifica e senza nessuna speranza per il giorno dopo. Però la sfida con me medesimo è avvincente, non posso tirarmi indietro. La differenza è che la prendo mooolto più alla leggera: arrivo al circolo mezz’ora prima della partenza, non passo nemmeno dal campo pratica ma faccio solo qualche minuto di stretching, dieci minuti di putt e un po’ di preparazione mentale. Ed ecco i risultati:

colpi: 79 (1 birdie, 9 par, 8 bogey)
fairway: 62% (8/13)
GIR: 61% (11/18)
putt: 36 (di cui 3-putt: 3) [per me sono tantissimi – 5 sopra la media –, ma i green di Castelconturbia non sono una passeggiata di salute per nessuno]
punti Stableford: 38
nuovo handicap: 5,3

Quel che mi rimane di questa giornata è, in una parola, la sensazione di calma olimpica che mi ha accompagnato da appena sveglio al termine della competizione, quell’oggetto fantomatico, evanescente e meraviglioso che si chiama flow e che tutti i golfisti, consapevolmente o meno, ricercano sempre nelle loro prestazioni. Una metafora della vita, appunto.

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Giu 14


Se volessi fare una sorta di yogiberrismo, potrei dire che la gara dopo alla gara prima può in teoria essere più difficile, ma in pratica anche no.

Questo per dire che la gara di sabato scorso ai Ciliegi, svolta in condizioni del tutto simili a quella del sabato precedente – campo perfetto, amici come compagni di gioco, tempo buono – poteva portare in maniera normale ad una virgola: invece sono ancora sceso di handicap (sia pure di poco, da 5,7 a 5,5).

Il risultato finale è stato un +5 che mi soddisfa, anche se ho fatto un errore grave (ma che anche a pensarci dopo non recrimino, e dirò ora il perché) alla 16.

Dopo aver fatto birdie alla 15 ero a +2 lordo. Alla 16 – un par 5 corto – tiro un bel legno 3 dal tee, che però è leggermente a sinistra e mi lascia un colpo di 170 metri alla bandiera. Ho una pianta che mi impedisce una visione completa. In sostanza non visualizzo il colpo, e l’errore è qui: voler insistere a effettuare un colpo che non si visualizza in maniera chiara e completa nella mente.

Decido comunque di tirare un ferro 6, che naturalmente sbaglio (chiudendo il colpo); e poi non riesco a recuperare, finendo con un doppio bogey e un 3-putt dettato solo dal fatto che ero ancora scosso dall’errore. Errore che si è trascinato alla buca dopo, dove ho fatto bogey. Par alla 18 e risultato quindi di +5.

Tuttavia, anche pensandoci dopo, sono convinto di aver fatto bene a provare il colpo: e questo per il fatto che la mia finestra è ormai decisamente stretta, che devo giocare all’attacco ogniqualvolta sia possibile perché sono ben pochi gli errori che posso commettere.

In sostanza: bisogna che giochi spesso per il birdie, e non per un tranquillo par. Ottenerlo, ovviamente, è ben altra cosa: ma il punto è di avere la disposizione mentale per tendere ad un obiettivo raggiungibile e ambizioso.

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Giu 06

La gara ai Ciliegi, ieri, non era cominciata nel migliore dei modi: par – bogey – bogey, ma io ero comunque tranquillo. Un birdie alla 7 e il par alle altre buche mi fanno arrivare alla 9 con un risultato di +1 lordo (-3 netto). Sono tranquillo.

Alla 10 un legno 3 dal tee tirato male provoca un altro bogey, e alla 11 comincio ad avvertire netta la stanchezza. Una provvidenziale banana – le banane contengono potassio – mi porta del sollievo. Sono calmo, il campo mi sembra facilissimo, tutto mi riesce come voglio.

Seguono alcuni par e un birdie alla 14. Alla fine della 15 intuisco di essere già a 36 punti stableford, e che tutto quel che verrà in più sarà come manna dal cielo.

Alla 16 la scelta è se rischiare per il birdie o giocare per il par in sicurezza: opto per la seconda via. Par alla 17, arrivo alla 18 senza sentire stanchezza o pressione: è come se i colpi partissero da soli. Col ferro 4 dal tee sono in centro pista, a 110 metri dalla bandiera. La scelta è tra un 52° tirato al massimo o un pitch controllato: il pitch mi dà in quel momento più sicurezza. Due prove e via: la palla atterra a 50 centimetri, si ferma a 30 centimetri dall’asta. Tap in, birdie, 72 colpi. Mi godo il momento, la pace interiore dentro di me; tanti amici si complimentano e mi sento appagato e felice.

I dati:
– colpi: 72 (3 birdie, 12 par, 3 bogey)
– fairway presi: 8/14
– green in regulation: 12/18
– putt: 28 (di cui 3-putt: 1)

I crediti: in campo c’ero io, ma di primo acchito mi vengono in mente almeno tre fattori ausiliari:

il mio maestro, il suo supporto e i consigli che mi dà da oltre un anno e mezzo;

Giuseppe Lazzarotto, che amichevolmente potrei definire “il re della sautissa” per lo spirito allegro e goliardico che anima il suo circuito golfistico, che ieri ha giocato con me ed è stato un compagno tranquillo e brillante;

– Gabriele, il nostro greekeeper, che ha preparato un campo magnifico.

Non dimentico neanche le lunghe – e per me assolutamente divertenti – sessioni in campo pratica, le oltre mille palle che tiro al mese in quel luogo che è diventato una sorta di seconda casa per me.

Nei prossimi giorni penserò a obiettivi nuovi, al futuro, all’handicap che adesso è di 5.7; ma per ora mi godo il momento e le sensazioni di una gara memorabile.

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Feb 24


Roberto Cadonati, che è un illustre docente di psicologia e autore di numerosi libri in tema di psicologia sportiva e non (ma per me rimane soprattutto un amico), mi ha fatto questa osservazione durante una sessione in campo pratica nei giorni scorsi.

Coincidentalmente, la stessa cosa mi è stata fatta notare dopo tre buche da un caddie che non mi aveva mai visto prima. Relax! Quel mio atteggiamento teso e competitivo si nota parecchio, quindi. Evidentemente Roberto ha ragione.

Questo lungo preambolo per introdurre la mia seconda clinic ad Agadir, tenuta dal maestro e amico Andrea De Giorgio, che è stata un’esperienza funestata dalla pioggia (cinque giorni su sette) ma non per questo meno appassionante.

Non che gli scrosci continui abbiano fermato il mio desiderio di praticare a oltranza; anzi alcuni compagni si chiedevano come facessi a passare tante ore sotto la pioggia in campo pratica. (La risposta è una sola e molto semplice: la passione. Anche se confesso che l’ultimo giorno, col prossimo pullman ben di là da venire e nient’altro che pioggia intorno a me, è stata dura.) E pur tuttavia, appunto, non siamo sempre alle Olimpiadi: questa settimana è stata dunque l’occasione per stare in compagnia di persone piacevoli e divertenti.

Ammetto che io sarei piuttosto monotematico, e i miei discorsi in un contesto del genere verterebbero quasi esclusivamente sul golf. (Una frase mi risuona in testa, pronunciata con pieno accento scozzese: “He finishes with birdie – birdie to go 6 under par”. La tengo come una sorta di grido di battaglia per le prossime avventure sul campo.) Ma la compagnia di persone allegre e gradevoli mi ha confermato che, per questa volta almeno, le cose sono andate bene lo stesso anche senza aver pensato di essere alle Olimpiadi.

Grazie Roberto, grazie Andrea, grazie Alessandro.

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Feb 08

MAJ
Può capitare che non sia il più forte a vincere una gara testa a testa. A volte può bastare un rimbalzo traditore; anche se non credo al concetto di fortuna nel golf, e penso piuttosto che sei tu medesimo che prepari le condizioni affinché un rimbalzo traditore ti sia di aiuto. E ieri, nella luce declinante di Dubai, è successo qualcosa di magico.

Miguel Ángel Jiménez detto el mecánico (per la sua nota passione per la automobili, ma anche per la precisione nel gioco corto – da cui l’affettuoso nome di “Mister Precisino” affibbiatogli da Mario Camicia), 46 anni compiuti da poco, ha sconfitto alla terza buca di spareggio all’Omega Dubai Desert Classic il ben più quotato Lee Westwood. Ecco come io ho vissuto quelle tre buche.

Alla prima (la 18, par 5 di 516 metri), il drive di Westwood era kilometrico, anni luce più avanti di quello del suo avversario, che ha “fatto lay up col drive”, per usare le parole di Camicia. Col secondo Westwood è arrivato nel rough a bordo green, mentre Jiménez non è finito in acqua col terzo per non più di mezzo metro. Però ha fatto approccio e putt, cosa che all’avversario non è riuscita.

Alla seconda (sempre la 18), il drive di Westwood era – se possibile – ancora più lungo del precedente, mentre Jiménez è finito nel rough profondo, tanto che ha tirato un legno di terzo, finendo in bunker. Da lì ha fatto un’uscita bruttina, ma ha ottenuto il 5 con un putt di 4 metri e passa. Westwood ha fatto la fotocopia della buca precedente.

Alla terza buca di spareggio (la 9, un par 4 di 423 metri), il legno 3 di Westwood è in centro pista, mentre il drive di Jiménez è nel rough a sinistra. Entrambi mettono il secondo nel rough – impestato – a bordo green. Però Jiménez fa approccio e putt, mentre a Westwood questo non riesce. Gara finita.

Ripensando a quel che ho visto, ho cercato di trarne delle conclusioni. Questo episodio può insegnarci qualcosa? Secondo me, sì (a me, quantomeno). Fondamentalmente che fare leva sui propri punti di forza, lasciando da parte le debolezze, è una strategia vincente (nel golf come nella vita). Westwood può dare tranquillamente 40 metri a Jiménez nel drive, senza contare che può mettere la palla molto più facilmente in centro pista, ma alla fine le gare si vincono imbucando i putt da 4 metri, facendo approccio e putt. Non per niente si dice drive for show, putt for dough.

È stato fortunato il vincitore? Gli invidiosi diranno certamente di sì (l’approccio alla prima buca di spareggio poteva tranquillamente finire in acqua, tanto per dire). Ma a parer mio le cose capitano sovente per caso; essere preparati non è tutto, ma certamente aiuta (questo è, tra parentesi, uno dei concetti cardine del libro che sto scrivendo).

Il golf è così appassionante perché è una perfetta metafora della vita, e quel che è successo ieri ne è una (valida? modesta?) prova.

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Nov 30


Sul tee della 18 a Mission Hills, ieri, c’era da soffrire. Quando Francesco ha messo il suo drive in centro pista (in un punto dove l’atterraggio non è di certo largo), una quindicina di metri più avanti di quello degli irlandesi (che oltretutto era nel primo taglio), ho pensato che era quasi fatta.

Poco dopo, il putt di Stenson ha fatto un giro di 180° ed è rimasto lì, quasi che la pallina avesse una vita propria. L’Italia era un po’ più vicina al titolo.

Poi però McIlroy mette l’approccio in green, a 6-7 metri dalla buca. E soprattutto Edoardo, forse per l’adrenalina (ha detto Camicia) o forse per l’emozione (penso io), apre il colpo e il suo approccio – avrà avuto un ferro 7 – finisce in bunker a destra, poco oltre l’altezza della buca.

Allora ho pensato cacchio!, sta’ a vedere che gli irlandesi imbucano per il birdie e noi facciamo bogey, ci scavalcano alla 72 e addio sogni di gloria.

Poi però Francesco, solido come un granito, fa un gran colpo assolutamente magnifico (si è sentito già dall’impatto molto “sabbioso”), soprattutto considerato il momento, e la pallina è a 90 centimetri dalla buca.

Patta McDowell, la palla si ferma a pochi centimetri. Edoardo consulta il fratello, ma quel putt era dritto. Dentro in buca, centrale. Campioni del mondo! Mario Camicia e Silvio Grappasonni in piedi, quasi non riuscivano a trovare le parole, Edoardo corre incontro al fratello e lo travolge in un abbraccio liberatorio. “Grande!”, si sente. Mitici!

E anche nelle interviste per la televisione i due fratelli d’Italia se la cavano bene: un inglese pulito e chiaro, sono orgoglioso anche per questo.

Wow!

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Ago 28

… le cose sono andate mooolto diversamente:

– 79 colpi (1 birdie, 11 par, 4 bogey e 2 doppi bogey)
– FH 57%
– GIR 44%
– 28 putt

Risultato: 41 punti, e l’handicap è sceso a 7,9. L’obiettivo per l’anno in corso è sempre ambizioso ma si avvicina.

Sensazioni della giornata: calma olimpica per tutto il tempo, anche dopo errori da principiante (alla 7, par 3, dal rough ho mandato la palla avanti di 5 metri in bunker, ma poi da lì ho imbucato) e in seguito a quella che potrebbe essere definita “sfortuna” (alla 17 un drive di 250 metri entra per non più di 30 centimetri in bunker: uscita lunga in green, due putt per il par e via verso la buca dopo); padronanza del gioco, benessere, gioia.

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Ago 24

Ieri, gara a Is Molas, i putt non volevano saperne di entrare. Terminata la 14 faccio un po’ di conti – lo so, lo so che non bisognerebbe contare i punti durante la gara, ma a quel punto mi pareva di avere poco da perdere – e mi rendo conto che ho bisogno di quattro par nelle buche rimanenti per evitare la virgola. Obiettivo ambizioso, ma fattibile.

La 15 è un par 5 di lunghezza media (458 metri), secondo me non particolarmente difficile nonostante sia handicap 2. Sbaglio il drive, corto a sinistra, ma con un bel ferro 5 di secondo arrivo a 100 metri. Sbaglio anche il pitch: mi parte un flyer che supera, sia pure di poco, il green. Ma con un bell’approccio con il lob e un putt di un metro il par è salvo.

La 16 è un altro par 5, di lunghezza quasi uguale alla precedente ma con l’arrivo in salita. Drive perfetto in centro pista, legno 3 perfetto (vabbé, tutto è relativo) e sono a 20 metri dal green. Lob leggermente lungo, mi resta un putt di 4 metri in leggera discesa. Appena lo tocco mi rendo conto che è corto. Infatti si ferma a un centimetro dalla buca. Tap in per il par.

La 17 è un par 4 lungo (362 metri), con un bunker ai 200 metri circa che entra in gioco nel primo colpo. Drive un po’ troppo a destra, ma sono fortunato nel rimbalzo e mi trovo ad un ferro 7 dal green. Colpo che sbaglio a destra, ma fortunatamente la palla si ferma un paio di metri prima dei cespugli. Ottimo lob a un metro e putt per il par.

Rimane la 18, rimane il par di cui ho bisogno. Dopo un ottimo drive sbaglio il ferro 6 a sinistra, ma recupero col “solito” lob mettendo – con fortuna, è chiaro – la palla a un metro dalla buca. Mi rimane un putt in leggera salita, con pendenza leggera da destra a sinistra che può salvarmi dall’odiata virgola.

Indirizzo il putt troppo a destra – il tipo di errore che accomuna tutti i golfisti, dal neofita al professionista –, la palla sborda e arriva il bogey che porta alla virgola.

Il bello del golf, no?

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