Set 25


C’è, nella pratica dello swing, un punto che viene spesso trascurato: lo sweet spot.

Il fatto è che i bastoni moderni – grazie al concetto di peso perimetrale – perdonano parecchio i colpi presi fuori centro, e dunque la differenza tra un impatto nel perfetto centro e uno in una qualunque altra parte della faccia è sopportabile, nel senso che spesse volte produce un colpo più corto e non diritto ma comunque accettabile.

E tuttavia, nell’ottica del diventare i golfisti migliori che possiamo diventare, non è un punto che possiamo sottovalutare (anzi, si tratta proprio del punto per eccellenza). Il nostro impegno, la nostra araba fenice, deve essere quello di cercare di colpire la pallina sempre nello sweet spot.

Questo articolo, uno tra i tantissimi, illustra in maniera chiara e concisa dove si trova lo sweet spot. La foto qui sopra è a un mio vecchio ferro, dove con un pennarello ho segnato il punto di cui stiamo parlando. Lo dico per essere sicuro di essere sulla stessa lunghezza d’onda con i miei venticinque lettori.

Ora: capire come fare per colpire la pallina sempre nello stesso punto della faccia è un discorso complesso che coinvolge studio, lezioni e una vita intera; ma noi abbiamo degli strumenti molto elementari per – prima cosa – renderci conto del punto di impatto. (Da qualche punto dovremo pur partire.) Usando un semplice accorgimento ci possiamo rendere conto di come, di fatto, tendiamo a colpire la faccia molto spesso nella stessa zona.

(O, direbbe Pavese,

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.)

Se questo è il caso, siamo fortunati perché la soluzione è semplice.

Come fare? Il sistema migliore che conosca, quello più economico, rapido e preciso, consiste nell’applicare delle etichette bianche adesive alla faccia e poi segnare con un pennarello indelebile un puntino sulla parte posteriore della pallina del campo pratica, verso il basso. Esaminando la faccia dopo il colpo otterremo un feedback immediato e preciso. (Il passo successivo potrà essere quello di cercare di indovinare la zona di impatto prima di esaminarla: un ottimo esercizio per conoscere meglio e più a fondo il nostro proprio swing.)

Le etichette si trovano in vendita, per esempio qui; un sistema alternativo è lo spray, per esempio questo; ma le etichette “casalinghe”, che si possono fare ritagliando dei fogli adesivi, sono molto più economiche e garantiscono lo stesso risultato.

Io le uso ogni tanto. La settimana scorsa ho fatto uno studio con il driver, e ho capito che tendevo a colpire la palla nella parte in alto a sinistra della faccia (guardandola di fronte). Ora, una vera soluzione consisterebbe nell’arrivare nel centro della faccia partendo dal centro della faccia, e comunque questa può essere una tendenza momentanea; ma il mio problema – che è lo stesso di tanti golfisti – è che un movimento talmente radicato da essere automatico potrebbe essere cambiato solo con una quantità esagerata di pratica aggiuntiva, ancora più esagerata delle mie migliaia di ore passate in campo pratica.

Allora, di conseguenza, ho provato a mettere il tee quattro millimetri più in basso e un centimetro più verso l’esterno. Il risultato, non stranamente, sono stati colpi presi molto più vicini allo sweet spot. (A questo punto del mio golf non mi interessa più puntare a uno swing da copertina, ma mi interessa soprattutto un risultato efficace.)

Non esiste un toccasana universale, e il nostro swing sarà sempre un work in progress. Però conoscere la tendenza dell’impatto è un ottimo punto di partenza per migliorarsi.

Mag 25

Isao Aoki


Parlavo qui di un problema (be’, “problema” è forse termine eccessivo, ma insomma di una questione golfistica – e comunque con il Piccolo principe dico che è il tempo che hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante) che mi ha afflitto per diverse settimane: il putt. Il putt, tecnica dove sono sostanzialmente autodidatta, è sempre stato per me il luogo per eccellenza del golf dove la sicurezza regna sovrana, il colpo che mai mi ha dato tremore o difficoltà, perché ho sempre visto chiare le linee e ho sempre saputo dosare la forza con precisione. Ragion per cui quel problema mi aveva stupito prima ancora che preoccupato.

Ma come dicevo lo paragonavo a una sciatalgia, a qualcosa che come viene poi passa. Ebbene, quella difficoltà è ufficialmente sparita: nelle ultime due gare ho ripreso ad avere fiducia nei miei mezzi sul green e, di conseguenza, a imbucare il giusto.

Come è successo questo? Innanzitutto dirò che il problema è stato tecnico e non mentale (a differenza del gioco nel suo complesso, dove faccio ancora troppi errori mentali soprattutto nelle buche finali – riprenderò presto il discorso, perché è un punto troppo importante). Mi è stato fatto notare da più parti, anche da chi mi vedeva per la prima volta, che producevo un movimento a chiudere il colpo con la spalla destra all’impatto, cosa che provocava colpi tagliati, fuori linea e di forza non corretta. Allora ho lavorato con impegno sulla tecnica. L’idea di partenza è stata quella di assimilare il colpo del putt allo swing pieno, perché di fatto i difetti erano simili. Quindi ho pensato di spostare leggermente in avanti i fianchi, di tenere le mani più avanti e la spalla destra in basso e indietro. Sono caratteristiche che da tempo cerco di aggiungere allo swing – il paragone è per me evidente, sebbene le due tecniche siano ovviamente diversissime.

Il risultato comunque è stato che con 3-4 settimane di applicazione quel problema se ne è andato. La mia tecnica non sarà da manuale, non avendone le basi, ma del resto nel putt si trovano degli stili assolutamente diversi tra loro (il primo esempio è ovviamente Isao Aoki, uno dei migliori pattatori di sempre, con una tecnica inguardabile). E dunque dico che nel putt un maestro può fare grandi cose, ovviamente; ma nulla sostituisce l’analisi delle proprie sensazioni supportata da video, e che un lavoro profondo e pensato sul proprio movimento, a patto che si parta da conoscenze solide, può solo dare buoni risultati.

Giu 03

Dan
Tramite questo articolo ho avuto in questi giorni la conferma che il Dan Plan è giunto al capolinea, e non con l’esito sperato. Dato che in questi anni ho considerato Dan McLaughlin come la mia “controparte” americana, e dato che ho preso tanti spunti da lui e dal suo progetto (ne ho parlato, per esempio qui, qui e qui), è questo il momento per proporre alcune mie considerazioni finali.

Per prima cosa, il massimo rispetto va a questa persona e al suo progetto. Certo, sarebbe facile dire adesso – il Cigno nero ce lo ricorda – che l’obiettivo era troppo al di sopra della sua portata, ma il fatto di averlo pensato, sognato, visualizzato e poi cercato è un grande merito di Dan.

Del resto anch’io qualche anno fa avevo l’idea di diventare un professionista (all’epoca ciò era consentito, poi il limite è stato riportato a quarant’anni di età: cosa che se da un punto di vista sportivo trovo corretta, non posso certamente dire lo stesso da un punto di vista per così dire costituzionale, ovvero di eguaglianza, ovvero di pari opportunità). Quando mi è stato chiaro, circa tre anni fa, che ciò non sarebbe stato possibile ho elaborato il mio piano B, che è quello di arrivare nei dintorni dello 0 entro i miei 55 anni di età. (Poi qui ovviamente si inseriscono considerazioni relative all’invecchiamento e alle motivazioni di cui ho parlato tante volte e che non ribadirò ora.)

Del resto la teoria delle 10mila ore – a proposito: sto leggendo proprio in questi giorni l’ultimo libro di Anders Ericsson, di cui dirò senz’altro nelle prossime settimane (ed è tra l’altro ironico che proprio questo libro ricordi in maniera ampia la storia di Dan) – dice “semplicemente” che con tale numero di ore di deliberate practice puoi raggiungere un livello professionale, ovvero di esperto, in qualunque disciplina umana (semplifico, perché la teoria è più complicata di così; e comunque si tratta di qualcosa oggetto di dibattito nella comunità scientifica, non certo di assiomi). Però da “esperto” a “giocatore del tour maggiore” ci sono almeno un paio di salti di categoria. E comunque non esistono allo stato prove che sia possibile partire da zero a trent’anni e arrivare a competere con i migliori. Perché in effetti è vero quel che dice Silvio Grappasonni quando Ernie Els esce dalla sabbia: che si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Al contrario le mie uscite dal bunker, come immagino quelle di Dan, per quanto praticate e raffinate col tempo saranno sempre “costruite”, avranno sempre e comunque un che di posticcio, di appiccicato che le rende di una categoria inferiore.

Sarebbe certamente interessante che Dan facesse un’analisi di questi anni, una sorta di bilancio di questa esperienza che è assolutamente eccellente. (È molto facile per noi, “della razza / di chi rimane a terra”, guardare che cosa fanno gli altri e criticare; ma essere nell’occhio del ciclone, ovvero buttare il cuore al di là dell’ostacolo è un atto che merita la massima considerazione e il massimo rispetto.) Questo sarebbe utile a noi golfisti “normali”, per cercare di capire qualcosa di più dell’apprendimento.

Lo dice anche l’autore dell’articolo succitato:

But if Dan leaves his “Plan” like it is now, we’ve gained nothing. We don’t know anything more about the ten-thousand-hour theory than we did before. I doubt Dan will do any kind of post-mortem as it really isn’t his style. He will say that he wants to focus on the positive and to keep looking forward. But, in failing, I believe that Dan has brought one of the major problems facing golf to the forefront. How people learn to play the game is broken and it needs to be fixed.

In ogni caso il punto centrale non cambia: è solo la pratica concentrata e focalizzata che ti farà diventare il golfista migliore che tu possa diventare. E questo Dan l’aveva capito da tempo. Non sei arrivato in fondo ma te la sei giocata bene, hai il mio massimo rispetto per questi anni che hai dedicato a questa avventura. Well played, dear Dan.

Mar 11

che-fidel-golf1
Oggi segnalo questo articolo di Emmanuele Macaluso, esperto di marketing, per gli aspetti positivi che può avere nella rinascita del golf italiano. E lo faccio commentando alcune tra le soluzioni che propone.

(Io, incidentalmente, alcuni spunti li avevo già espressi qui.)

La prima soluzione che Macaluso suggerisce è quella di “inserire il circolo all’interno di un contesto turistico di incoming attivo (marketing turistico)”.

Questo lo condivido pienamente. Già nel 2012 scrivevo:

Pensiamo allo sviluppo che regioni come la Calabria, la Puglia e la Sicilia potrebbero avere quando il golf fosse inserito in un programma organico di crescita, basato innanzitutto sul turismo. Ci sono in quelle terre ricchezze che il mondo intero ci invidia.

Futuregolfersmr
Altro punto interessante sottolineato da Macaluso:

Bisogna rendere il socio fiero di far parte del proprio circolo e del suo brand.

E questo lo sposo in pieno, in primis da un punto di vista personale: io sono assolutamente fiero di fare parte del mio circolo, così come – esattamente come – sono fiero oggi di aver fatto parte per dieci anni del mio vecchio circolo.

Inoltre: il management, ovvero la gestione economica del circolo, ovvero il considerare un golf club alla stregua di qualunque attività economica; con tutte le attenzioni agli stakeholder che ne conseguono.

Insomma c’è tanto da riflettere e tanto da lavorare. Ma anche opportunità immense, pronte per essere colte. Mi sovvengono – capitano a fagiolo, diciamo – le parole di Jeff Tarde nell’editoriale di “Golf Digest” di maggio 2009:
Obama-Golf

Private enterprise has been involved in golf sponsorship and entertainment for 100 years, not because the boss plays but because it’s good for business. Bank of America officials told the Sports Business Journal that for every $1 spent on sponsorships, $10 in revenue and $3 in earnings is brought in. […]

When we come out of this cycle, and we will, the allure of our sport based on its values and ethos will still prove good for business. The best stimulus package is a robust golf economy, because nobody out-travels, outspends or out-contributes a golfer.

Set 11

10yards
Ogni tanto, puntuale, mi ritorna il pallino delle statistiche. Il fatto è che siamo ai confini tra arte e scienza, e una soluzione definitiva non può esistere, anche se probabilmente l’app di Mark Broadie (se mai vedrà la luce) potrebbe dare un aiuto notevole.

Lo spunto attuale mi viene dal sempre ottimo Andrea Zanardelli, che qualche giorno fa ha pubblicato le sue considerazioni, insieme a un foglio Excel che ha elaborato proprio per cercare di aumentare la validità dello strumento, posto che le statistiche classiche danno qualche indicazione ma a volte sono fuorvianti.

Anch’io un anno fa circa, con la lettura del libro di Mark Broadie, avevo immaginato di trovare una strada più efficace. Rendendomi conto che le statistiche classiche possono essere molto bugiarde, avevo iniziato a elaborare delle mie statistiche, che seguivano sì i dettami di Broadie ma avrebbero di fatto richiesto un caddie sempre con me a prendere le misure per ogni singola distanza di ogni colpo. (L’ho fatto qualche volta in campo, ma con due controindicazioni evidenti: il ritmo di gioco ne risultava spezzato, e quando non ero solo i compagni si spazientivano parecchio). Ho lasciato perdere.

Ora Andrea con suo file Excel fa delle considerazioni interessanti, e soprattutto rende la cosa fattibile. Sì, perché lui fa leva su qualcosa che a me viene naturale da anni:

Alla fine di ogni gara, dopo aver bevuto qualcosa ed essermi rilassato, rivivo mentalmente il giro prendendo nota di tutti i colpi che avrei voluto rigiocare. Ossia tutti i colpi che mi hanno veramente messo in difficoltà e che spesso mi sono costati un colpo o più.

Rivivere il “film” della gara è utile e molto naturale, per me. Ma ovviamente non basta rivedere i colpi e trarre delle indicazioni su cui lavorare, occorre andare più in profondità, più nello specifico (sempre tenendo ben presente il limite di questa operazione, che è quello detto sopra – e non superabile – del confine tra arte e scienza).

Io ho iniziato a utilizzarlo. Certo occorrerà un numero congruo di giri per notare delle tendenze; ma alcune (slice col drive, per esempio) sono evidenti anche dopo un giro solo. Ovvero, nello specifico questo è un punto che sarebbe chiaro anche senza fogli Excel: semplicemente il foglio Excel rimarca una realtà che a volte può essere più o meno sfumata (nel mio caso, la distanza coi mezzi colpi e i ferri medi che sono rimasti corti in un paio di casi).

In due parole: statistiche come queste non sono sostituto di nulla, né posso essere considerate panacea di qualcosa. Semplicemente possono essere uno strumento utile per capire le proprie debolezze e capire dove è più conveniente (o necessario) lavorare.

Feb 20

voli
Io ho un debito di riconoscenza.

Con Andrea Zanardelli.

Premessa: capire lo swing in sé mi interessa quanto giocare bene. Voglio dire, vedo papà che con i suoi 86 anni deambula a fatica e quando sono a golf sono felice perché sono in movimento, faccio delle cose divertenti e così via; ma capire quel che faccio, sapermi spiegare per esempio perché una palla parte a destra e poi curva a sinistra (non solo poterlo fare, ma potermelo spiegare) è importante per me. Fa parte del mio obiettivo più generale, che è quello di diventare il golfista migliore che posso.

Ebbene, nelle ultime settimane mi sono agitato un po’ per il D-Plane. Ho capito che negli ultimi anni c’è stata una rivoluzione copernicana nella teoria, e che ora strumenti quali il Trackman e il Flighscope ci spiegano il perché di determinati fenomeni. Abbiamo capito che alcune teorie erano in realtà credenze, di fatto sbagliate al 100%.

Io non riuscivo a cogliere bene le sottigliezze del D-Plane, pur arrovellandomi qua e là. Il libro di Massimo Scarpa (ne parlerò presto) ha iniziato a farmi capire qualcosa, anche citando questo libro (che bisognerà leggere); ma non mi bastava. Sono ora arrivato ad un punto soddisfacente grazie a questo ebook (gratuito, tra l’altro) di Andrea Zanardelli, e oggi appunto con questo post intendo porgergli un sentito grazie.

Perché averlo letto e riletto mi ha aperto gli occhi (e mi ha anche tranquillizzato: il mio fade non è un errore come avevo temuto, ad esempio). Tanti concetti non li ho ancora capiti; e tra l’altro credo che ciò sia un sentire comune, dovuto al fatto che è obiettivamente difficile rappresentarci nella mente un movimento tridimensionale, né è possibile farlo a video: manca sempre una dimensione (e mi sovviene Flatlandia, dove il problema occorre quando alle due dimensioni consuete ne viene aggiunta una terza).
Leitz
Ma insomma quell’ebook ha gettato delle basi solide dentro di me. E poi mi ha fatto giungere a questo video (ne esistono diverse versioni, ma questa è quella ufficiale e presente sul sito di James Leitz), che avevo già visto più volte ma capendoci poco e che dopo quella lettura mi è stato possibile interiorizzare. Come ho capito, ad esempio, il fatto che lo swing per i legni e per i ferri è differente: in estrema sintesi, il primo deve venire dall’interno, mentre per il secondo accade il contrario.

La strada è ancora lunga, si capisce. Ma di pari passo va il godimento del capire. Grazie Andrea!

Feb 13

Hyderabad
Quando hai i piedi gelati e sei in campo pratica puoi andare nello spogliatoio e spararti il phon diretto nei piedi; ma non basta il calore, occorre tempo.

Quando mi rendo conto di un difetto nel mio swing (facile… ne ho trecento – and counting) faccio i passi che ritengo opportuni per correggerlo. Ma non posso correre, perché so che ci vorrà tempo perché la variazione diventi automatica.

Il tempo. Non ci sono scorciatoie. Vale il concetto di spaced practice magistralmente espresso da Mark Guadagnoli nel suo libro. E sul tema vedi anche la nostra conversazione:

La cosa più semplice che si può fare in campo pratica è quella di guardare la palla il più a lungo possibile prima di prendere una seconda palla da colpire. I dilettanti colpiscono quasi sempre la palla troppo velocemente: ciò dà vita a cattive abitudini e limita l’apprendimento. L’apprendimento è un cambiamento nella biologia del cervello e questo richiede tempo. Forse pochi secondi o pochi minuti o poche ore, ma comunque ci vuole tempo. Colpire una palla dopo l’altra manda fuori ritmo e non dà il tempo al cervello di elaborare le informazioni.

E sempre parlando di tempo, avremmo dovuto forse cominciare da piccoli? Per quanto mi riguarda, anche ammesso ne avessi avuto la possibilità (probabilità decisamente più pari che vicina allo zero) non penso avrei continuato: mi sarei stufato prima, non avrei avuto la forza mentale necessaria che ora ho.

Quindi niente: golf is a game of patience, potremmo dire parafrasando Bob Rotella. Permetti al tempo di fare il suo lavoro, applica concentrazione e pensiero su ogni singolo colpo, e se tutto va bene col tempo diventerai il golfista migliore che puoi diventare.

Dic 26

Santa
Non ho mai fatto su questo blog gli auguri di Natale e buon anno ai miei lettori, perché credo che gli auguri abbiano senso solo se fatti ad personam: certo un generico augurio non si nega a nessuno, ma a che pro?

Eppure questa settimana l’ho dedicata a questo, sia su Brainfood che su GoPiedmont, e dunque la chiudo facendo la stessa cosa anche qui (il mio antico desiderio di simmetria colpisce ancora!). Perché col tempo sento che qui si è creata una comunità, per quanto piccola, di golfisti interessati a migliorare il proprio gioco, ad andare oltre la solita sfida con gli amici (non che non sia piacevole, per carità! solo che il golf è un’attività ben più larga e profonda), a scoprire temi nuovi, siti, libri eccetera. E io condivido volentieri quel che so.

“Fairways and greens” è il classico augurio americano che si fa a chi si appresta al proprio giro, e per estensione diventa il mio augurio ai miei venticinque lettori per il loro anno golfistico che è alle porte.

Anche se, va detto, il progresso tecnologico degli ultimi anni rende un poco obsoleto questo sintagma, che probabilmente dovrebbe essere accorciato in “Greens”: risulta ad esempio evidente dalla lettura di questo libro che i ferri sono di gran lunga il colpo più importante nel golf, ovvero che prendere i green è fondamentale per vincere.

Ma va bene, ciascuno declinerà l’augurio secondo il proprio gusto e dandogli la propria interpretazione. Un altro anno di gioie ci attende. Fairways and greens.

Dic 12

finish
Premessa: in questi anni il mio rapporto con lo swing è stato soprattutto di feeling, sostenuto da una conoscenza che col tempo si è approfondita; mi sono avvalso del supporto video solo molto di rado e solo su indicazione del maestro. In più, negli ultimi sei mesi non ho più fatto nessuna lezione e ho sempre lavorato per conto mio.

Poi è successo un fatto interessante.

La settimana scorsa avevo scritto una breve recensione relativa al lavoro di Geoff Greig. Ci siamo scambiati alcune mail, e ci sono poi i suoi libri (che ho in parte letto e in parte ordinato, quindi c’è ancora molto materiale da digerire); in più, lui si è gentilmente offerto di farmi una lezione video gratuita.

Quindi ci sono capitato dentro per caso. Ma detto fatto (erano settimane che avevo in animo di farmi riprendere per esaminare i miei principali difetti nello swing), ho seguito le sue istruzioni tecniche (molto semplici), ho scaricato questa app (EUR 4,49) e ho fatto i video.

Poi glieli ho mandati. Prima però, allo scopo di vedere se capivo qualcosa di quel che avevo visto, mi sono fatto una sorta di autolezione dove ho messo in luce quelli secondo me erano i quattro (di trecento) difetti più evidenti. Questo per poter verificare se ci avrei azzeccato almeno un po’!

Il giorno dopo ricevo da lui la lezione, che è un video di mezz’ora in cui lui ha messo a fianco il mio swing con quelli di illustri professionisti (Stuart Appleby e Sean Foley soprattutto) per farmi vedere quali sono i principali punti su cui dovrei lavorare. E mi ha fatto notare in parte alcuni punti che avevo visto, e in parte altri fatti cui non avevo badato. (Il punto fondamentale è che devo tenere le mani mooolto più avanti all’impatto, in maniera che la linea braccio-shaft sia diritta *dopo* l’impatto; mi ha dato anche dei suggerimenti per lavorarci.)
V1
Al di là delle notazioni tecniche, mi interessano due cose: il beneficio che posso ricavarne e il beneficio che penso possano ricavarne i miei venticinque lettori.

Quanto a me, sono convinto che il vantaggio è elevato. Ho già iniziato a mettere in pratica quanto visto e sentito, e anche se so che (naturalmente!) il percorso è lungo mi rendo conto che è una strada foriera di sviluppi interessanti.

Quanto ai miei venticinque lettori, credo che il discorso possa essere simile ma con una parola di cautela: la condizione di partenza è che si conosca abbastanza bene il proprio swing e che si sappiano applicare anche a distanza i dettami tecnici. Ovvero: un conto è essere fisicamente a lezione col proprio maestro, e tu fai quello che lui ti suggerisce (sposta il peso a destra, apri la faccia del bastone e via dicendo); trarre giovamento da una lezione a distanza è invece un filo più complicato. Ma anche decisamente molto interessante.

Insomma la tecnologia è a nostra disposizione anche per quanto riguarda le lezioni di golf, e credo sia uno strumento da considerare con attenzione. Bisogna però anche mettere in conto la barriera linguistica (per me non fa differenza, ma non è così per tutti): per l’Italia vale l’esempio del sempre ottimo Andrea Zanardelli.

Nov 28

Oggi vorrei suggerire uno spunto sul quale sto meditando da tempo, qualcosa che non credo abbia un vera e propria soluzione (quantomeno in parole). Lo farò mettendo insieme due citazioni su Ben Hogan.

Dice Curt Sampson:

From a performance standpoint, Hogan understood himself better than any athlete ever. That was Hogan’s Secret. It didn’t become a book or a magazine series because mental toughness, self-control, focus, and the connection between mood and performance couldn’t be photographed.

Gli fa eco Andy Brumer:

They said Ben Hogan refused to tell his supposed secret of his superior ball striking because he didn’t want to give his competitors the same advantage it gave him. […] I think he didn’t tell anyone his secret because he couldn’t, since he didn’t experience it in words.

Sono completamente d’accordo. E me ne rendo conto per esempio in campo pratica, quando cerco di fissare sulla carta le sensazioni ricavate dalla pratica stessa, in maniera da comporre una sorta di “manuale di auto-aiuto” a mio uso e consumo futuri. In parte funziona, ma troppo di quel che vorrei eternare sulla pagina va in realtà perso, perché capisco di non avere gli strumenti adatti. Il movimento corretto e ripetuto serve a interiorizzare quel feeling, a farlo diventare parte di me; ma certamente la parola scritta è ahimè troppo rudimentale per essere davvero utile in ciò.

E lo dico io che penso che se una cosa non è scritta non esiste! Però questa consapevolezza mi agevola: sapere che le parole non potranno mai descrivere in maniera compiuta quel che vorrei mi aiuta a fare il meglio che posso con ciò che ho a disposizione. Far passare dei concetti è estremamente difficile – credo sia per questo che non si può insegnare, si può solo imparare –, ma questo strano rapporto maestro-allievo (dove io sono entrambi) mediato dalla carta ha una sua logica.

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