Ott 24

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.

Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)

Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):

If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]

Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.

E questo è il commento di Newport:

Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]

(Gianni, forza e coraggio.)

Set 12

deliberate-practice
L’ultimo giorno in cui sono andato in campo, a tutt’oggi, è stato il 3 agosto (avevo vinto, by the way), mentre l’ultimo giorno di pratica prima della pausa estiva è stato il 16 agosto. Da lì sono seguiti 22 giorni interi senza che prendessi in mano un bastone. L’ho fatto per scelta, perché volevo fare altre cose interessanti (le vacanze, ovviamente; ma anche la corsa, le lunghe camminate, la canoa, lo yoga) e soprattutto perché ormai so che un paio di pause lunghe l’anno sono beneficiali per il mio golf.

Anche questa volta è stato così. Lunedì scorso sono tornato in campo pratica e, al di là del fatto che ho imbucato i primi due putt (da 7 metri, ma può essere stata una combinazione) le sensazioni sono subito state positive.

Anche perché il segreto dello staccare non sta nel mettere il soffitta il golf, ma nel guardarlo da una prospettiva diversa: io per i primi giorni l’ho semplicemente lasciato a se stesso, perché sentivo la necessità di “depurarmi” dalle scorie che la ricerca del risultato porta con sé, ma poi l’ho ripreso (con cautela) dal punto di vista mentale, innanzitutto grazie a letture, che a loro volta hanno portato riflessioni eccetera. Poi negli ultimi giorni prima del ritorno ho cominciato ogni tanto a provare lo swing (senza attrezzatura), prima in maniera leggera e poi sempre più concentrata.

Mercoledì agli approcci ho imbucato di fila due uscite dal bunker. Coincidenze, si dirà; ma di quelle pesanti, perlomeno.

Poi c’è un concetto che mi ritorna periodicamente, ovvero quello della pratica concentrata. Sempre mercoledì ho fatto l’esercizio del putt e dopo dieci serie, ovvero cinquanta putt, ero drenato nelle energie. Questo significa due cose:

1) che la pratica concentrata richiede molte energie (soprattutto mentali, si capisce);
2) che per conseguenza non può essere esercitata per tante ore di seguito ma, nell’ottica del diventare il golfista migliore che si possa diventare, occorre farla possibilmente tutti i giorni (sei su sette, via).
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Su questo tipo di pratica ritornerò senz’altro presto, perché è un concetto troppo importante nel golf. Mi limito per ora a rimandare a due miei post, che a loro volta riprendono due ottimi – ottimi davvero – libri sull’argomento, qui e qui. Nonché a segnalare un libro che sto leggendo e di cui certamente dirò nei prossimi mesi, perché fa cardine su un concetto fondamentale non solo nel golf, sebbene non sia ancora del tutto chiaro: ovvero il fatto che il duro lavoro può più del talento, ovvero è molto più significativo, rispetto a quel che c’è scritto nei nostri geni, nel diventare un’eccellenza in qualunque campo umano; e devo dire grazie a Dan McLaughlin, dal cui libro mi proviene lo spunto.

(Per Fabio e tutti coloro che fanno fatica a leggere in inglese: esiste anche la traduzione italiana, vedo che non è disponibile ma certamente il libro si trova usato oppure nelle biblioteche, chi è interessato non ha scuse! :-))

Per riassumere:

staccare periodicamente dal golf fa bene e produce risultati;
la pratica concentrata produce risultati.

Set 05

long drive
Ecco il quarto (e ultimo) articolo della serie. L’argomento è sempre il medesimo: come rendere la pratica più avvincente, e paragonabile al gioco vero e proprio. Ho parlato del putt qui, del gioco corto qui e dei ferri qui. (Questo ordinamento deriva dal fatto che un gioco solido si costruisce a partire dalla buca e tornando indietro verso il tee. Lo stesso Nicklaus diceva che dovendo affrontare un campo nuovo la prima cosa che faceva era andare sul green e da lì visualizzare la buca all’incontrario, proprio per immaginare meglio – “going to the movies”, nelle sue parole – i colpi che gli sarebbero serviti.)

Il tema di oggi è il drive. L’esercizio funziona così: si immagina (no, lo si visualizza proprio) un fairway largo venti metri, e vi si tirano dieci palle consecutivamente usando obiettivi differenti: ad esempio in un caso servirà un drive straight in the middle, in un altro potrebbe essere utile prendere la parte destra, in un altro ancora il drive dovrà solo essere lungo e così via.

L’obiettivo è chiaramente quello di prendere dieci fairway consecutivi. Nelle volte successive si tratterà di battere il risultato ottenuto, fino ad arrivare in maniera tranquilla ai dieci fairway.

Bene, con oggi la serie è terminata. Se qualcuno vorrà provare gli esercizi (uno o tutti, una volta o più volte) si senta libero di condividere i risultati che avrà ottenuto!

Ago 22

Questo è il terzo articolo di una serie di quattro aventi l’obiettivo di stimolare la pratica superando la noia e rendendo la pratica stessa in qualche maniera paragonabile al campo (i due post precedenti, rispettivamente sul putt e sul gioco corto, si trovano qui e qui).

Oggi parliamo dei ferri. Il “gioco” si svolge in questa maniera: si simulano nove buche in campo pratica (le nove preferite del vostro percorso, o comunque nove buche che si conoscono bene e che piacciono). Si immaginano solo i tee shot e gli approcci al green, niente putt.

Per ogni fairway “preso” si conta un punto, lo stesso per ogni green. Alla fine delle nove “buche” si fa la somma. L’obiettivo delle sedute successive sarà di battere quel risultato.

Le variazioni a questo semplice schema possono essere molte, dipendono solo dalla nostra fantasia e dall’immaginazione (“immaginazione” è un concetto che ritorna infinite volte, in questo sport). Qualche anno fa feci una cosa simile immaginando Sanremo, e ne parlai qui.

L’idea fondamentale è che la pratica, come qualunque aspetto del golf, è divertente, come Davis Love insegnò tanto tempo fa a suo figlio: e, per stessa ammissione di Davis Love III, è questo l’insegnamento principale che ha ricavato da quel grande maestro che fu suo padre.

Go practice, and have fun!

Giu 13

Adam Scott
Dunque. Ci sono delle fasi in cui mi pare di arrivare grossomodo ad un punto fermo nel golf, di capire più o meno qualcosina dello swing, del gioco corto, del putt (non tutto insieme, per carità – troppa realtà mi sotterrerebbe!). Mi era successo l’anno scorso – splendida sensazione, dopo dieci anni, quella di intuire che avevo raggiunto un minimo di controllo sul mio movimento –, mi ricapita in questo periodo con il putt.

Il putt – i miei venticinque lettori lo sanno – è sempre stato il mio punto forte, quello dove non temo la concorrenza di chicchessia. Ebbene, ragionando e riragionandoci sopra, provando e riprovando, leggendo e soprattutto riflettendo mi rendo conto di avere delle intuizioni, delle sensazioni, dei pensieri che sono ancora da elaborare – golf is a game of circles, dopotutto – ma che possono portare ad un sistema sensato e per me e traslabile ad altri.

L’occasione scatenante è stato un commento casuale, una sera, di Roberto Zappa durante il The Players: ad un telespettatore che chiedeva a lui e a Nicola Pomponi dell’applicabilità dell’AimPoint Express di cui tanto di recente si parla (tutti hanno visto Adam Scott e quel suo “strano” modo di alzare un dito o più dietro alla palla in green), Zappa ha suggerito di frequentare uno dei tanti corsi tenuti da istruttori certificati che esistono ormai anche da noi. Il suggerimento è di certo corretto, ma mi ha fatto pensare. Sono allora andato a cercare dei riferimenti in rete, nella convinzione (presunzione?) che le mie conoscenze del putt possano anche evitarmi questo passaggio (non che non sia utile, per carità, ma in quel momento volevo seguire il mio ragionamento).

Sono partito da qui, dove si spiega in poche parole l’AimPoint Express (il video collegato è da oggi privato – peccato! –, ma l’ho visto più volte e trovato molto utile). (Poi naturalmente in rete c’è materiale infinito, il problema è distinguere quel pochissimo davvero utile per te dalla pletora di siti fatti per vendere, pieni di fuffa eccetera.)

Insomma ho capito il sistema, e il giorno dopo – era il 2 giugno – ero sul putting green con mia figlia piccola, che per gioco ha elaborato per me quello che ha chiamato il sistema punto. Quello che ho fatto, in pratica (è difficile scrivere parole che non appaiano sciocche o banali), è stato mettermi in un punto a circa 5 metri da una buca dove la pendenza media, calcolata col BreakMaster, era di un grado, che corrisponde (semplifico molto, ma è per capirci) ad un dito nell’AimPoint Express; poi segnare con un tee il punto e infine mirare a quello.

La cosa fantastica è che quella domenica mattina – complice il sole, la presenza di mia figlia o chissà che cosa – ero in perfetto flow e praticamente tutti i putt entravano con la velocità e dalla parte corrette. Insomma ho visto che questo sistema funziona, e che data una buona tecnica c’è tanta parte del putt che è “semplice” matematica: quindi imbucare è (in parte) come risolvere un’equazione di primo o al massimo secondo grado.

Tangenzialmente ho anche impostato la correzione di alcuni miei errori di tecnica, su cui sto lavorando da allora:

– devo avere il sedere più in alto, perché questo mi fa stare con l’occhio sinistro esattamente sulla palla;

– devo tenere i gomiti attaccati al corpo, perché questo toglie variabilità al movimento, che così può essere perfettamente pendolare;

– devo tenere i piedi paralleli alla linea di tiro, mentre io tendo ad aprire il sinistro come in uno swing, perché ciò aggiunge stabilità.

E ho avuto la conferma, anche se non ce n’era bisogno, che nel 90% dei casi si sottostima la pendenza.

Ora, tutto ciò costituisce una bella sensazione, ma naturalmente è più un punto di partenza che di arrivo. Voglio lavorarci ancora per arrivare a capire meglio il movimento, in maniera da poter davvero aiutare me stesso e – di conseguenza – il golfista con questo gesto in apparenza semplice ma nello stesso tempo complicatissimo ma che è anche, di fatto, un’equazione nella maggior parte dei casi risolvibile. Stay tuned.

Giu 06

Guardo il movimento del golf nel suo complesso – dai vari tour al giocatore della domenica mattina –, e cerco di capire che cos’è che non va. Perché la Francia ha 400mila golfisti, la Germania 600mila e noi solo 100mila, con economie e società paragonabili?

Poi guardo il campo e il campo pratica del mio circolo, e inizio a intuire qualcosa.

Il campo del mio circolo ha la tendenza chiara e netta, negli ultimi anni, a diventare più facile. Vengono abbattuti degli alberi senza che altri ne vengano piantati, vengono costruiti dei nuovi tee a semplificare delle buche che di difficile hanno ben poco. Sospetto che non sia un caso isolato.

Il campo pratica è spesso sostanzialmente deserto. Al limite il golfista pensa che la soluzione sia nel marketing dei bastoni, ovvero che il miglioramento non passi per la polvere del campo pratica ma piuttosto per il nuovo drive da 400 euro. E infatti in campo pratica si sente molto di più lo zing di un drive che non il suono di un putt da tre metri, o di un approccio da quaranta. (Ho fatto uno shank imperiale, ieri mattina alla 14 di Monticello, col lob da 47 metri dall’asta in fairway e ho pensato che no, non sono ancora arrivato a 10mila ripetizioni per quel preciso colpo e dunque non posso pretendere che vada in automatico.)

Mia figlia grande ha giocato a golf per qualche tempo, è arrivata alle soglie dell’handicap ma poi ha lasciato stare: in parte perché non le interessava, ma in parte perché il compito era troppo difficile rispetto alle sue capacità.

Capisco la politica del circolo (dei circoli), che deve prima di tutto garantirsi una base di soci, altrimenti dal punto di vista economico perde di significato; e dunque il rischio sarebbe, domani, di non avere più circolo. Ma ho anche l’impressione che non sia questa la soluzione.

Tanto è stato detto su questo problema, che effettivamente per il movimento golfistico italiano di questi anni è significativo, per esempio sulle varie riviste. La soluzione per me ha molte facce:
– quella della Federazione;
– quella dei circoli;
– quella del golfista.

Ha la faccia della Federazione, che è il tramite (semplifico) tra la politica e l’economia, perché senza investimenti non andiamo da nessuna parte. Esempi di investimenti: promozione a tappeto del golf nelle scuole (fuori dai denti: soldi della Federazione per far provare il golf ai bambini e ai ragazzi, allo scopo di suscitare l’interesse di qualcuno tra di loro); agevolazioni a chi investe nel golf, eccetera. (Non dimentichiamo che lo sport vale l’1,6% del PIL italiano.)

Ha la faccia dei circoli, per esempio con costi differenziati: perché, ad esempio, si preferisce puntare sul notaio ottantenne – lo dico con tutto il rispetto, sia chiaro – piuttosto che non sul ragazzino di dieci anni? E non sul ragazzino bravo, quello che può diventare un handicap basso, perché sarebbe scontato: sul ragazzino normale, uno che gioca a golf per divertirsi con gli amici.

E ha, naturalmente, la faccia del golfista, che in un ambiente che aiuti il suo avvicinamento sarà più agevolato a provare e continuare. (Però non dovrà dimenticarsi, il golfista, del fatto che il segreto di Ben Hogan è ormai compiutamente svelato, e risiede nella polvere del campo pratica.)

Mag 30

iron
Nelle settimane scorse ho fatto, per la seconda volta in vita mia, il fitting dei miei bastoni. Oggi parlerò soprattutto dell’utilità che questo passo può avere per il golfista.

Innanzitutto, la prima volta per me era stata quasi tre anni fa, in previsione della preselezione di Nepi (i famosi “giri”), ma per diversi motivi che non starò qui a elencare ero rimasto profondamente insoddisfatto del servizio ricevuto dal precedente fornitore. Questo mi aveva allontanato dalla cosa per diverso tempo.

Ma gira e rigira, il fitting ritorna. Il fitting dei bastoni è fondamentale a tutti i livelli, e soprattutto per il golfista di handicap medio/alto: pare un controsenso, ma un bravo golfista potrebbe giocare più o meno con qualunque attrezzo, mentre gli attrezzi giusti contribuiscono a togliere parecchi colpi a chi colpi ne ha ancora tanti.

Il problema di fondo è la situazione asfittica del golf in Italia, per cui questa attività è di fatto una nicchia della nicchia. Ma tant’è; un paio di mesi fa mi sono deciso, epperò avevo il problema di trovare una persona seria, preparata e competente che mi seguisse come si deve.

E, casualmente, l’ho trovata in Federico Panetta, che opera al Golf Orbassano. Abbiamo fatto tutte le misurazioni del caso – ah, quanto adoro i numeri! – e siamo giunti ad alcune conclusioni: ferri accorciati di 3/4 di pollice, lie riportato allo stato originale (neutro), grip sostituiti (i precedenti erano, nelle sue parole, “imbarazzanti” – come dargli torto?). E poi ho sostituito il vecchio ibrido e il ferro 4 – che è di fatto ormai troppo difficile per me, rispetto alla facilità di gioco e alla leggerezza di sensazioni di un ibrido – con due ibridi Titleist.

Va da sé che consiglio assolutamente il fitting per qualunque golfista seriamente intenzionato a diventare il golfista migliore che possa diventare; e, di conserva, consiglio assolutamente il servizio e la competenza di questa persona preparata e tranquilla.
driver
È importante, nel momento in cui si decide di fare questo passo (passo, oddio, è una cosa semplicissima – il problema è che il golf in Italia è ancora oggi sport quasi di elite, mentre per esempio negli Stati Uniti smise di diventarlo quando Francis Ouimet vinse da dilettante lo US Open nel 1913), avere grossomodo un’idea di che cosa si vuole ottenere: questo perché più le domande saranno specifiche, più i risultati potranno essere in linea con i bisogni del golfista.

Per chi è interessato ad approfondire l’argomento da un punto di vista teorico segnalo questo libro. Ma in sostanza va detto che c’è un mondo, lì dentro, un mondo di benefici per il golfista: dopo aver misurato lunghezza dei bastoni, lie, lunghezza col drive e coi vari ferri non mi immagino più il mio golf senza cose del genere. Il vantaggio per il golfista è grande, senza dubbio.

Apr 25

late buckle
Andrea Zanardelli è un maestro che non ha certo bisogno di presentazioni: i suoi video di spiegazioni tecniche sono ormai famosi tra i golfisti italiani.

Ma oggi vorrei segnalarne uno che in particolare mi ha colpito. Il video analizza un problema tipico di tanti golfisti, il late buckle (sintagma che potremmo tradurre letteralmente con “cedimento tardivo”): ovvero il cedimento della gamba sinistra all’impatto (qui un altro punto di vista sul fenomeno).

All’impatto, dice Andrea, il fianco sinistro deve tendere verso l’alto, e quindi la gamba sinistra (ovviamente il ginocchio in particolare) si deve distendere, perché questa è la maniera per tenere le mani davanti alla faccia del bastone al momento dell’impatto.

In campo pratica, l’idea dovrebbe essere quindi quella di pensare solo a tenere la gamba sinistra distesa all’impatto (avere più di un singolo pensiero durante lo swing porta a sicura confusione).

I possibili rimedi sono due:
– le lezioni, ovviamente;
– la preparazione atletica.

Complessivamente la ritengo un’ottima illustrazione, che a me è servita a capire meglio un segmento importante dello swing. Grazie Andrea!

Feb 28

Old Tom Morris
Quando ho preso in mano per la prima volta un bastone da golf avevo 36 anni suonati, e non costituisco certo un’eccezione: per una serie di ragioni storiche di non facile soluzione (almeno non immediata, ovvero che richiederebbero programmazione a lungo termine, visione, investimenti – ma di questo parleremo un’altra volta), è normale avvicinarsi al golf da adulti. La scioltezza del movimento dunque, quella che invidiamo nei ragazzini, non è qualcosa di naturale per noi, ma un che di appiccicato – faticosamente! – negli anni.

E quando, passato del tempo, sono diventato bravino, in maniera logica e conseguente mi si è posta una questione: quando questa leggerezza di swing così faticosamente conquistata comincerà a lasciarmi? Ovvero quando comincerà il declino?

Ebbene, su questo fronte ci sono buone notizie. Segnalo sul tema questo articolo, la cui lettura raccomando a qualunque golfista abbia più di quarant’anni. È un’indagine statistica approfondita condotta su giocatori del PGA Tour allo scopo di vedere il declino nelle loro prestazioni col tempo. Pur essendo un articolo accademico è di lettura scorrevole.

(Sia detto incidentalmente: se il cinquantanovenne Tom Watson avesse imbucato quel putt, alla settantaduesima buca del British Open del 2009, quell’eventuale vittoria sarebbe stata, a detta di molti commentatori, il più grande evento sportivo della storia.)

Il punto di partenza generale è che un declino in un ampiezza che va dallo 0,35 allo 0,5% annui nelle prestazioni fisiche è normale in un corpo che invecchia. Però sappiamo per esperienza che nel golf le cose non stanno esattamente così: perché, come anche suggeriscono diversi studi,

cognitive and motor performance can be maintained at high levels in spite of advancing age, provided there is continued involvement in the activity […] (i.e., training).

Quindi: l’allenamento costante è una prima risposta al tempo che passa per attività come il golf, dove la performance è in larga parte determinata dalle abilità motorie e di precisione; molto di più che in sport come il tennis e il calcetto, tanto per dire. Detta diversamente: il tempo necessario per acquisire abilità golfistica è elevato, ma poi la perdita appare più resistente all’età.

Continua lo studio:

Regression analyses of scoring average (mean number of strokes to complete 18 holes of golf) on age yielded an annual rate of decline in performance of 0.07% when competing on the PGA Tour and a rate of decline of 0.25% while competing on the Champions Tour.

Quindi il tasso di regressione è più basso rispetto alla norma: 0,07% annuo fino ai 50 anni e 0,25% annuo fino ai 60.

Non facciamoci incantare dal rigore (fittizio) dei numeri, e rimane comunque da dimostrare con precisione che i risultati possano essere trasferiti pari pari a noi golfisti normali; ma appare chiaro che per noi, figli degli anni Sessanta, c’è ancora speranza.

Gen 17

VLUU L110  / Samsung L110
Il succo è questo: l’anno scorso il mio handicap è sceso in maniera decisa perché la mia pratica è cambiata.

Ovvero: sono riuscito a diventare molto meno meccanico e a basarmi molto di più sulle sensazioni. Non è, per fare un esempio, questione di tirare cento ferri 6 tutti uguali, tutti dritti, tutti più o meno perfetti, quanto piuttosto di coprire una medesima distanza con dieci bastoni differenti.

Provare, ad esempio, a fare 100 metri col drive, o a colpire di volo un obiettivo posto a 40 metri col ferro 6. Per esempio.

La mia pratica di oggi è molto più creativa. Questa è una chiave fondamentale per andare oltre, per superare i propri limiti.

E poi c’è la parte mentale, naturalmente. Per esempio, il passare da un handicap tre virgola ad uno due virgola è per il 90% lavoro mentale. Ci sto lavorando da tempo, è il mio obiettivo del momento; seguo l’insegnamento di Bob Rotella e me lo sogno. Ma so che non ci arriverò raddoppiando la pratica: ci arriverò pensando nella maniera corretta in campo pratica, e poi naturalmente in campo.

Sono discorsi che forse possono apparire astrusi, ma oggi – dopo anni di pratica guidata soprattutto dal numero di ore passate in campo pratica, dal numero di palle tirate – credo che il fulcro della pratica sia qui.

Un giorno, per esempio, avevo dato un titolo alla pratica. Quel titolo era Fade e immaginazione. Ovvero, prima ero andato nella zona approcci e mi ero messo a 50 metri: da lì ho tirato una quarantina di palle con sand, F8, F6, F4 e ibrido (non necessariamente in quest’ordine). Poi ho fatto lo stesso da 90 metri (drive incluso), e infine ho terminato con approccini intorno al green (da 15 a 5 metri dall’asta).

Poi sono sceso sotto, nel campo pratica vero e proprio, e ho tirato una cinquantina di fade con F7, F5 e ibrido. Quello che mi era piaciuto molto di quella sessione era stato vedere i diversi voli di palla, le diverse reazioni della palla a bastoni diversi e dunque la necessità di usare l’immaginazione per determinati colpi. Il tutto non necessariamente allo scopo di adoperarli in campo, ma come supporto allo sviluppo della sensibilità, del tocco e – appunto – dell’immaginazione.

La sensazione finale, a pratica terminata, era decisamente interessante: mi sembrava di capire un po’ di più sia della meccanica che del feeling del mio golf. È una sensazione difficile da tradurre in parole ma decisamente positiva.

La singola parola che descrive meglio il golf è ritmo. Poi penso alla tecnica naturalmente – grip, transition e quant’altro –, ma le sensazioni guidano la pratica, e qui c’è una chiave fondamentale per il miglioramento deciso.

Golf immaginifico. Il cerchio si chiude.

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