Ago 16

Mi scrive un lettore, Omar Baccini:

Che ne pensi di fare lezioni di tecnica durante il periodo delle gare? Io noto che anche un piccolo cambiamento (grip, piano dello swing, rotazione dei fianchi eccetera) provoca un’instabilità dei colpi in gara. Premesso che devo ancora imparare bene tecnicamente, e a questo mi dedico con lezioni settimanali da uno dei maestri considerati al top in Italia, penso però che qualcosa non va. O forse dovrei non fare gare e migliorare la tecnica… sono un po’ confuso su questo. Tu come la vedi?

La mail era privata, ma col suo permesso la pubblico qui perché l’argomento è di interesse generale.

Dobbiamo subito dire che fare cambiamenti importanti in piena stagione non è saggio: e questo perché un cambiamento richiede tempo e pratica per diventare gesto naturale (diecimila ripetizioni è un numero certamente vicino al vero, e si veda anche quel che ho scritto qui).

Invece, il periodo giusto per i grandi cambiamenti è quello lontano dalle gare: e per la stragrande maggioranza di noi ciò vuol dire nel periodo che va tra ottobre e marzo, quando l’ansia da risultato non ci prende perché le gare sono diradate e l’attività agonistica in genere più blanda.

Anche da un punto di vista mentale, introdurre delle modifiche al proprio swing e portarle in gara quando non sono ancora diventate naturali non può che creare confusione. (E in gara non si portano pensieri, si gioca come si sa e basta.)

Case in point: l’altra settimana per assoluto caso ho scoperto che se abbasso il piano dello swing con i legni riesco a girare meglio i fianchi, il che si traduce in maggiore distanza. Questo però provoca anche a volte un draw oppure un pull: il che significa che si tratta di una variazione probabilmente positiva, ma che ha bisogno di molte cure per divenire efficace. Poiché non farò gare per quasi un mese da ora, mi ci sto dedicando santamente per poterla inglobare nel movimento da settembre in poi; ma se avessi delle gare – quantomeno delle gare significative – nelle prossime settimane certamente lascerei quel pensiero da parte per quando avessi tempo da dedicarci. Adesso il tempo ce l’ho – qui – e dunque lo faccio.

Ciò non significa, naturalmente, che i cambiamenti non vadano fatti. Ma allora, caro Omar, ti suggerisco di tenere un diario (vedi anche qui) dove in questo caso annoti le debolezze del tuo swing, le modifiche che vorresti fare e così via. Poi, a stagione finita e d’accordo col tuo maestro, ci lavorerai su.

Ho risposto? 🙂

Apr 12

green map
Nel golf si parla soprattutto di swing, ma è un fatto che le gare si vincono spesso sui green – non per nulla e non a caso si dice drive for show, putt for dough.

Ebbene, per pattare bene occorrono un’ottima tecnica (ovvio), un putt all’altezza della situazione (ovvero, non necessariamente da 300 euro ma dell’altezza, lie e loft adatti alle nostre caratteristiche) e la capacità di saper leggere bene i green.

Capacità che è sì arte, ma è anche tecnica; ovvero che si può acquisire e migliorare con la pratica (costante – non dimentichiamo l’insegnamento di Bob Rotella), ma anche con gli strumenti adeguati. Ecco come.

L’altra settimana ho iniziato a mappare uno dei nostri green. Sono andato sul green con carta e penna e ho cominciato a disegnarlo; poi ho segnato le pendenze; poi ho provato diversi putt per verificare le micropendenze.

Ma facendo questo mi sono reso conto che mi mancava qualcosa, ovvero che quel sistema artigianale non mi avrebbe portato lontano. Non basta la bolla da carpentiere che uso ogni tanto, serve qualcos’altro.

L’ideale potrebbe essere l’AimPoint, che però in pratica non è applicabile (non almeno qui in Italia, non da noi golfisti della domenica). (È un sistema che adopera ad esempio Edoardo Molinari.)

Mi piace il BreakMaster.

Interessante questo articolo di David Owen.

Non ho la soluzione insomma (non ancora, almeno), ma il problema ce l’ho ben chiaro in mente.

E so qual è il sugo di tutta la storia: la tecnica più raffinata ti riporta alle origini, al nocciolo e alla sostanza delle cose (mappare un green quando piove forte, per esempio, è un gran sistema – benedetta pioggia, per una volta almeno!). Insomma tutta la tecnica, tutti gli strumenti e tutta la conoscenza alla fine riportano all’ essenziale, ovvero all’occhio, al tocco, alla sensibilità e all’esperienza.

Mar 29

dustin-johnson-one-legged-squat
L’amico Fabio, commentando su FB il mio post della settimana scorsa, ha scritto:

Ecco, se dovessi mollare la bici, penso che potrei approcciare il golf. Verde, natura, quiete. Manca il vagabondaggio, ma si può ovviare variando i percorsi, credo. Difetta di lato atletico, ma forse sono io che non lo vedo. Peccato che sia miope come una talpa.

Allora, soprattutto con l’intento di sgombrare il campo da possibili malintesi, è necessario fare alcune considerazioni sull’aspetto atletico in senso proprio del golf.

Per iniziare, va detto che il golf può essere inteso come gioco oppure come sport. Nel primo caso è un’attività ludica (stare con gli amici, fare una passeggiata, respirare aria pura eccetera), assai onorevole e rispettabilissima, che corrisponde grossomodo alla percezione media che dall’esterno ne si può avere. Tuttavia noi qui parliamo della seconda attività, ovvero di chi gioca a golf per divertimento (ovvio), ma allo stesso tempo con l’intento di andare oltre i propri limiti, sfidare se stesso, darsi degli obiettivi e così via.

In generale, bisogna subito dire che il lato atletico è fondamentale per giocare davvero – ovvero considerando il golf uno sport e non un gioco. La prova è che i grassoni (absit inuiria verbo), che una volta abbondavano tra i golfisti migliori, oggi sono un’assoluta rarità: e quando ne vedi uno in TV (Tim Herron, John Daly eccetera) ti fa quasi tenerezza.

(Dieci anni fa pesavo dieci chili in più di oggi, e devo questa differenza – che è allo stesso tempo una curiosa controtendenza, in virtù dell’età – in maniera esclusiva al golf.)

Si parva licet, se io non facessi palestra e corsa ed esercizi quotidiani finirei le gare con la lingua per terra. Certo, Tim Herron mi batterebbe in qualunque momento anche giocando bendato e su una gamba sola (parentesi: Ben Hogan ogni tanto faceva le sfide con i soci del circolo che rappresentava giocando su una gamba sola – e vinceva, naturalmente), ma è chiaro che quel tipo di golfista è a livello professionistico una specie in estinzione. Si veda per esempio la bella intervista pubblicata sull’ultimo Golf Today a Matteo Manassero, dove lui parla in maniera ampia e specifica del suo allenamento fisico.

E mi viene in mente anche un battibecco avuto da Ian Poulter con un giornalista (su Twitter, credo, ma non sono riuscito a trovare il riferimento – e non sono stupito, visto che la grafomania di Poulter su Tiwtter è oramai leggendaria), il quale lo accusava di essere pigro. Poulter disse che il giornalista non aveva idea di quanta palestra facesse, e aggiunse che tale giornalista non sarebbe nemmeno stato in grado di svolgere la maggior parte degli esercizi che per lui sono pane quotidiano.

Il servizio principale del numero di settembre 2011 di Golf Digest era dedicato a quest’argomento. Va da sé che il golfista medio è più attirato dal nuovo drive che promette di fargliela tirare venti metri più lunga, ma è un fatto dimostrato scientificamente che la tirerà venti metri più lunga solo attraverso una combinazione di questi fattori:

– lezioni col maestro;

– pratica in solitaria (“the secret is in the dirt”);

– adeguato clubfitting;

– esercizio fisico.

Fine. Il nuovo drive non c’entra nulla, non gli darà nessun vantaggio competitivo.

L’ho fatta lunga, ma per ricapitolare: il golf è uno sport per atleti, e come!

Mar 22

Cuneo, green della 13
C’è poco da fare: Cuneo è un campo che adoro. A me ha sempre regalato sensazioni splendide, anche perché è parte integrante del mio progetto più largo, più complesso e più a lungo termine, la vita 2.0 nel mio rifugio tra i monti.

Ebbene, la notizia è di questa domenica: il golf club Boves riapre le sue porte anche per questa stagione. Il comunicato è sul sito, a firma del segretario Andrea Chiardola:

Cari amici,
Il Golf Club Cuneo riaprirà entro fine Marzo.
Abbiamo bisogno di tutti voi per far sì che il 2013 sia l’anno di svolta per questo bellissimo Circolo.
A breve verrà presentato anche un Calendario Gare e vi invito tutti a venirci a trovare e provare lo splendido percorso delle nostre 18 buche.

Cuneo, green della 6
Facciamo un passo indietro, per osservare il quadro generale. L’economia è in difficoltà, e i settori dedicati al tempo libero sono logicamente (e giustamente) tra i primi a soffrirne; in più, il bacino di utenza cuneese non è largo. Conclusione: vendere green fee a Cuneo è un’impresa!

Dunque tanto di cappello a queste persone che si dannano l’anima per offrire un servizio ai golfisti. Per quanto mi riguarda, non vedo l’ora di tornarci. Cuneo 2013, l’anno della svolta? Accadrà quel che deve accadere, comunque questo circolo merita non solo di vivere ma anche di prosperare.

Mar 08

The NEW Search for the Perfect Golf Club
Questa non è propriamente una recensione. Sì, qui parlo (anche) di un libro che mi ha interessato e appassionato molto, ma soprattutto perché apre un mondo immenso. C’è un mondo grandissimo dietro al fitting, un mondo che potrebbe/dovrebbe essere grande quanto le lezioni. Ma è solo una specie di scusa, un pretesto, un punto di partenza.

Ne avevo già accennato qui, conto di recensirlo su “Golf Today” di aprile; ma in sostanza quel che è importante è la stessa ragione per la quale la maggior parte dei golfisti non scenderà mai (per definizione) sotto un handicap medio. (Lamentazioni in questo senso si trovano per esempio nei libri di Bob Rotella, ma mi sembrano un po’ le Predichi inutili di einaudiana memoria.) L’handicap medio dei golfisti è sempre lo stesso, è oggi lo stesso di trent’anni fa – e non sarebbe scommessa difficile quella di credere che tra trent’anni sarà lo stesso di oggi e di sempre.

E dunque? E dunque il marketing del golf ci attira, ma è elusivo e non rivela la verità. La verità è che lo swing di ciascuno è già presente, cristallino e perfetto, nella polvere del campo pratica. Verrà fuori da sé dopo un milione di palle tirate. (Ergo: nella stragrande maggioranza dei casi rimarrà là sotto, nella polvere.)

Hennie Bogan, anyone?

Ogni giorno che Phil Mickelson non tira almeno 500 palle è un giorno in più che ci metterà ad avvicinarsi al suo massimo teorico possibile.

Le lezioni sono importanti, ovviamente; ma è fondamentale riflettere su quel che si fa, pensare il movimento prima di farlo, farlo e poi pensarlo dopo. La quantità della pratica è importante (altrimenti come ci arrivi a un milione?), ma la qualità è enormemente da privilegiare.

Allora Tom Wishon ci rivela alcune verità sui bastoni: loft, sweet spot – ah, l’elusivo sweet spot! – e compagnia cantando. Non è una lettura semplice, è un libro da meditare, una sorta di livre de chevet. Ma insomma tutto rientra in un diktat solo: diventare il golfista migliore che tu possa diventare. That’s it.

Mar 01

the elusive sweet spot
Sono sopraffatto dai pensieri.

Il problema con l’apprendimento, soprattutto degli adulti – e questo vale per il golf come per qualunque attività umana – non è tanto quel che non si sa (tutto si può imparare), ma quel che si sa.

Qualche settimana fa l’incontro con questo libro, la cui idea centrale è che non conti tanto uno swing bello ed elegante quanto l’impatto nello sweet spot con la faccia del bastone diritta il maggior numero di volte che sia possibile, mi ha fatto pensare molto.

Negli ultimi giorni poi, ho iniziato a leggere questo (ne parlerò presto) e un altro mondo si è spalancato. Qui il blog di Tom Wishop, l’autore: è molto tecnico ma mooolto interessante.

Dello sweet spot parliamo poco, ma è il centro di tutto. E lo sweet spot è solo un punto, un piccolo puntino. Da ciò discendono alcune considerazioni: per esempio il fatto che quando il marketing ci dice che il nuovo drive SuperMegaRocket2013 ha lo sweet spot aumentato del 28% ci sta mentendo. Un punto è un punto è un punto, e un punto rimarrà sempre e comunque. Ciò che si intende davvero è che l’area intorno allo sweet spot perdona di più rispetto a prima i colpi al di fuori del centro.

Sweet spot, clubfitting… c’è un mondo dietro a queste parole, dentro a esse. Allora mi sento un piccolo epigono di Ben Hogan, studente perenne dello swing. E mi sovviene Cesare Pavese, in una lettera che scrisse ad un allievo il 29 luglio 1928:

E lavora, andiamo. A testa china, coi denti stretti, senza dir nulla, come una bestia. Vedrai che ti frutta. Su questo ti do la mia parola d’onore. […] Stringere i denti e senza dire una parola menar testate all’avvenire.

O anche quel che scrisse sul suo diario, Il mestiere di vivere, il 4 maggio 1946:

Il bello è forbirti e prepararti in tutta calma a essere un cristallo.

Ecco, studiare e provare, provare e riprovare, prepararsi in tutta calma a divenire un cristallo, diventare il golfista migliore che tu possa diventare: ecco, questo.

Feb 22

Non so da dove mi arrivi l’idea, ma funziona e desidero condividerla.

Per la pratica non tengo statistiche, ma ho una sorta di “diario di bordo” dove mi annoto i pensieri che ritengo utili per correggere degli errori, cercando di legarli a delle sensazioni (es. una particolare luce che poteva esserci in quel momento, qualcosa che mi permetta di ancorare il pensiero).

È un semplice file di Word fatto a mo’ di blog, ovvero con i pensieri più recenti in cima (e dunque visibili più facilmente, secondo l’idea che le “scoperte” recenti sono più importanti rispetto alle passate).

Il sottinteso è questo: facendo tanta pratica capita di verificare che un particolare movimento fatto in una certa specifica maniera dà un determinato risultato.

(E normalmente ciò accade verso la fine delle sessioni, perché è proprio vero quel che dice Anthony Kim:

Even when you don’t want to hit that last bucket or two of range balls, physically you can, and then maybe you find something in that last part of the session. After a while, those somethings add up.
[Anche quando non vuoi tirare l’ultimo secchio o paio di secchi di palle, fisicamente ti è possibile, e poi può essere che trovi qualcosa in questa ultima parte della sessione. Dopo un po’, tutte queste piccolezze si sommano.])

Se quell’idea non venisse fissata su carta, è possibile – financo probabile – che col tempo si perda. Il mio diario di bordo risponde proprio a questo problema.

È importante, comunque, che il concetto sia descritto con particolari – legati soprattutto alle sensazioni – che servono a richiamare il concetto nei giorni, nelle settimane e nei mesi successivi, ovvero almeno fino a quando quel concetto da nuovo diverrà interiorizzato con le classiche 10mila ripetizioni. (Sul concetto di 10mila – ore in quest’altro caso, ma tout se tient – si veda anche qui.)

Ecco un esempio, l’annotazione più recente nel mio diario:

in solitaria nel campo innevato per metà, 14 febbraio 2013
col drive: avere la sensazione di colpire la palla con la testa del bastone in ascesa
col sand nei pitch da 10-40 metri: tenere la palla nella parte destra della testa, o anche leggermente in fuori: questo permette di colpire esattamente nello sweet spot
col putt nei putt di media distanza: concentrarsi nel colpire all’inizio della fase ascendente, per colpire nello sweet spot

Il campo innevato per metà mi permette di richiamare più facilmente le sensazioni provate quel giorno. Leggendo le note mi rendo conto di una cosa che già so (ma che potrei dimenticare): che sto riflettendo molto sul concetto di sweet spot (e questo perché in base a quel che so ora mi pare che l’idea di uno swing “perfetto” sia poco funzionale, mentre tutti i grandi golfisti colpiscono comunque lo sweet spot la stragrande maggioranza delle volte).

Gen 18

Graeme McDowell hits his second shot out of the bunker on the eighth hole
Per vincere le paure bisogna prima definirle: questo è un fatto. La paura del bunker, che attanaglia troppi golfisti, ha molto dell’irrazionale; e questo si può comprendere. Tuttavia, a esaminare i fatti appare chiaro che questo è uno dei colpi più semplici nell’intera gamma del golfista: non devi nemmeno colpire la palla!

Eppure il problema resta. Come superare questo impasse?

Primo (ovvio) suggerimento: mezz’ora col maestro. Il rischio è che il gioco corto sia, come il putt, solo un pensiero laterale, un dettaglio dell’ultimo minuto nella mente del golfista. Mentre sappiamo bene che, se tutti i colpi hanno la loro importanza, la maggior parte dei colpi sono quelli che facciamo dai 100 metri in giù – e l’uscita dl bunker ha un’importanza capitale nella questione.

E il maestro può, in un tempo molto breve, togliere idee stratificate magari di anni dalla nostra testa. (Perché è chiaro che la tecnica è importante, ma la mente guida tutto quanto.)

Secondo punto: praticare! È fondamentale trascorrere mezz’ora ogni tanto – mezz’ora un paio di volte al mese, e che sarà mai? – in bunker. Non per tirare mille palline: magari soltanto 50, ma pensate.

Da un punto di vista della tecnica, gli accorgimenti sono pochi e standard:
– piedi affondati nella sabbia;
– peso sulla gamba sinistra;
– piede sinistro aperto, linea di tiro a sinistra;
– bastone aperto (no, più aperto di quello che pensi);
– mezzo swing piuttosto verticale da ore 9 a ore 3, colpendo la sabbia prima della palla.

Questo è il colpo standard, poi ovviamente i casi particolari vanno trattati in maniera differente. Ma questo è il colpo che capiterà la maggior parte delle volte in bunker.

E poi sai che c’è? Che il colpo dalla sabbia è divertente.

Set 14


… ma quanti abissi ci sono tra me e loro? Vediamo un po’:

– un primo abisso c’è tra me, che posso essere ritenuto un ottimo dilettante, e un giocatore della Nazionale o comunque un ragazzo con handicap intorno allo 0 (il fatto che anagraficamente potrebbe essere mio figlio conta, certo, ma non è una scusante);

– un secondo c’è tra un ragazzo come quello e un giocatore professionista, per esempio dell’Alps Tour, qualcuno che gioca sempre intorno al par o sotto ma che, alla fine dell’anno, ha magari guadagnato 20mila euro in premi spendendone 30mila tra alberghi, viaggi, entry fee eccetera;

– un terzo abisso c’è tra quel professionista e un giocatore del tour maggiore;

– un quarto (e ultimo!) abisso c’è tra un giocatore del tour e un vero fenomeno.

Quattro abissi. (In effetti mi basterebbe passare i primi due…)

Il tempo che io dedico al golf giocato settimanalmente può essere di dieci-quindici ore; che è una gran fortuna ed è obiettivamente tantissimo, se paragonato a quel che può fare qualcun altro come me con lavoro e famiglia, ma non è nulla rispetto ad un vero mestiere. Dieci-quindici ore la settimana non creano l’eccellenza, l’eccellenza si crea preparandosi con tutta calma per essere un cristallo. Questo io l’ho fatto nella scrittura, per il golf siamo ancora lontani.

Del resto, prendiamo ad esempio la palestra, ovvero uno dei tanti aspetti che compongono la professione, e vediamo quel che dice Massimo Messina, preparatore atletico, fisioterapista e osteopata, a proposito di Matteo Manassero sull’ultimo “Golf & Turismo” (settembre 2012, p. 102):

Matteo Manassero […] viene da me massaggiato per almeno 30 minuti in modo attivo al mattino prima della gara […]. A gara conclusa invece, Matteo (almeno il lunedì, martedì e mercoledì) esegue il suo allenamento tipo in palestra o al di fuori, che normalmente consiste in una seduta di circa 30-45 minuti. Successivamente viene sottoposto a un trattamento osteopatico per correggere le disfunzioni che il golf crea in lui ogni volta, oltre a degli esercizi di stretching tenuti, il tutto per circa 30-40 minuti.

Insomma un giocatore di tour dedica alla cura del corpo quasi tanto tempo quanto io dedico al golf. E passa otto ore al giorno al golf, tra allenamenti e campo, com’è normale e logico che sia. (Si veda ad esempio il programma di Tom Lewis su “Golf Today” di novembre 2011, p. 62: una giornata-tipo è fatta di otto ore di golf e una di palestra.)

E dunque i giocatori del tour non sono solo bravissimi, ma di più. Gli abissi si spiegano tutti (e si veda anche qui). Talento, partire da ragazzini, passione infinita, dedizione, lunghe ore in solitaria quando i tuoi amici sono a divertirsi…

E poi anche le imprese molto più strutturate della mia fanno fatica. Prendiamo Dan McLaughlin, ad esempio: sì, l’idea di mettere insieme 10mila ore di pratica per arrivare all’eccellenza attrae, ma poi la curva dell’apprendimento ad un certo punto si appiattisce e lì le cose si fanno complicate…

Insomma, qual è il sugo di tutta la storia? Si può dire in tante maniere, ma lo spirito lo si coglie bene dal breve dialogo tra Ben Hogan – uno che notoriamente era parco di parole con i suoi colleghi – e un giovanissimo Gary Player, al termine di uno US Open vinto da Hogan e in cui Player era arrivato secondo (l’episodio è raccontato dallo stesso Player nell’ultimo “Golf Today”):

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, signor Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

Ago 17

Conoscere le regole nel golf, si sa, è sia un dovere per il giocatore che – soprattutto – un aiuto e un vantaggio durante il gioco.

Ora la Federgolf distribuisce presso i circoli l’edizione a stampa di questa guida (il PDF è scaricabile qui), che è un riepilogo efficace di tutto quello che è importante sapere in fatto di handicap, EGA, CBA e compagnia cantando.

Raccomando la lettura. Di seguito alcuni commenti.

Intanto, nei Principi fondamentali si ribadisce un concetto che non sempre è applicato correttamente:

Ciascun giocatore farà del proprio meglio per conseguire il miglior risultato possibile in ciascuna buca di un giro valido.

E questo è un monito, chiaro, forte e inequivocabile, ai ladri di handicap, ovvero a coloro che tengono il loro handicap artificialmente alto con lo scopo di vincere le gare a coppie, a squadre, i match play pareggiati e così via. Egregi signori, il vostro comportamento non è ammissibile da un punto di vista di sportsmanship – vedete di darvi una regolata.

Poi, per quanto riguarda l’a volte temuto CBA (Computer Buffer Adjustment, che sostituisce il vecchio CSA e misura il grado di difficoltà media di una gara), esso può andare da +1 a -4: dunque un punteggio di 38 punti Stableford farà sempre scendere l’handicap del giocatore.

In sostanza occorrono due cose: conoscere le regole e fare almeno 38 punti per gara. That’s it.

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