Set 05

long drive
Ecco il quarto (e ultimo) articolo della serie. L’argomento è sempre il medesimo: come rendere la pratica più avvincente, e paragonabile al gioco vero e proprio. Ho parlato del putt qui, del gioco corto qui e dei ferri qui. (Questo ordinamento deriva dal fatto che un gioco solido si costruisce a partire dalla buca e tornando indietro verso il tee. Lo stesso Nicklaus diceva che dovendo affrontare un campo nuovo la prima cosa che faceva era andare sul green e da lì visualizzare la buca all’incontrario, proprio per immaginare meglio – “going to the movies”, nelle sue parole – i colpi che gli sarebbero serviti.)

Il tema di oggi è il drive. L’esercizio funziona così: si immagina (no, lo si visualizza proprio) un fairway largo venti metri, e vi si tirano dieci palle consecutivamente usando obiettivi differenti: ad esempio in un caso servirà un drive straight in the middle, in un altro potrebbe essere utile prendere la parte destra, in un altro ancora il drive dovrà solo essere lungo e così via.

L’obiettivo è chiaramente quello di prendere dieci fairway consecutivi. Nelle volte successive si tratterà di battere il risultato ottenuto, fino ad arrivare in maniera tranquilla ai dieci fairway.

Bene, con oggi la serie è terminata. Se qualcuno vorrà provare gli esercizi (uno o tutti, una volta o più volte) si senta libero di condividere i risultati che avrà ottenuto!

Ago 29

Rory
Prendo spunto dal suggerimento di Mauro, uno tra i più affezionati lettori di questo blog:

si vede che la mia vita sedentaria e la totale assenza di esercizio fisico non giova alla mia scarna muscolatura… resto in attesa di un tuo post sugli esercizi da fare per potenziare il mio fisico… 😉

Ci ho messo un po’, ma ecco a seguire alcuni spunti.

1. La corsa. Assolutamente la corsa. La prima volta che ho (ri)iniziato a correre, qualche anno fa, ho corso forse per mezzo minuto, e già mi pareva tantissimo. Ora correre un’ora è il minimo sindacale, e la mezza maratona (21,097 km) è la mia distanza ideale, che completo in qualcosa più di due ore (a ritmo quindi blando ma senza interruzioni).
Tutto questo si traduce in benefici grandissimi sul campo: se un tempo arrivavo alla 18 provato, ora finito il giro sono un pochino stanco (com’è ovvio), ma potrei proseguire tranquillamente.
Una parola di cautela, tuttavia: la corsa ha le sue trappole – il cuore –, dunque per intraprenderla in maniera costante (e progressiva) è assolutamente d’obbligo una visita medica specifica preventiva. Il costo si aggira sui 40 euro, io l’ho fatta qui (per ragioni d’affezione), ma nei pressi di Torino si può fare ad esempio qui. Dura un’oretta, si passa da diversi specialisti e alla fine, oltre all’ovvio certificato (che dura un anno), si ottiene una scheda con tutti i propri dati. Quest’anno è stato particolarmente soddisfacente, per me: i dottori mi hanno fatto i complimenti per la mia forma, e soprattutto è scomparsa quell’odiosa dicitura, “sovrappeso”, che mi ha accompagnato da quando avevo sei anni forse. (Tra golf e corsa eccetera oggi, alla soglia dei 47 anni, peso 12 chili in meno di dieci anni fa e sono nella mia massima forma possibile – sono lento in tutto, me ne rendo conto; ma chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliegie non sa nulla dell’uva.)

2. Il pilates. Ho cominciato questa attività, che mescola esercizi fisici in palestra e respirazione, qualche anno fa, e da allora l’ho praticata con regolarità un’ora la settimana sotto la guida esperta del mio trainer (suvvia, Luciano è ormai un carissimo amico per me). Benefici: aumentata consapevolezza della mia muscolatura e dell’importanza della respirazione nell’attività fisica.

3. Lo yoga. Me ne sono avvicinato da poche settimane e dunque lo conosco poco. L’abbrivo viene da questo libro (lo recensirò in uno dei prossimi “Golf Today”). La cosa che mi ha colpito è che gli esercizi sono decisamente fisici, ovvero che la muscolatura è molto coinvolta e sollecitata (io mi immaginavo invece esercizi al limite dello “spirituale”). Lo trovo un utile e ideale completamento del pilates.

4. I piccoli esercizi costanti. Di fatto tutte le sere prima di cena faccio un certo numero di esercizi. A volte ciò mi prende qualche decina di minuti, altre volte anche solo un paio. Anche solo due-tre esercizi quindi: ma il punto è che questa attività è per me costante, ovvero è ormai un’abitudine impiantata dentro di me, quasi come lavarsi le mani prima dei pasti. E questo è l’importante, perché l’esercizio fisico è utile se continuativo, non un qualcosa di relegato ad un momento specifico: quasi come fosse un’estensione della propria vita.
(Mauro: per me questi due ultimi punti sono anche un gioco che faccio con mia figlia piccola, e lo trovo – oltre che utile, ovviamente – splendido nella sua semplice candidezza.)

5. Il camminare. Be’, non c’è molto da dire sul punto. A volte cammino per otto ore di fila (mi accade qui in Corsica, per esempio, e in mezzo a panorami di una bellezza indescrivibile); ma senza arrivare a questi estremi, una mezz’oretta di camminata tutti i giorni è un beneficio certo.

Altre attività possibili sono moltissime, ovviamente (in questi giorni di vacanza io ho ad esempio iniziato, in maniera molto informale e tranquilla, la canoa – a settembre ho in programma un corso per impararne davvero i rudimenti). Io ho parlato di quelle che conosco meglio perché le pratico con regolarità, ma il punto fondamentale è che il movimento ci deve accompagnare lungo la nostra vita, perché questo è un beneficio sì per il nostro golf, ma soprattutto per il cuore, per il benessere e in generale per la salute.

Ago 22

Questo è il terzo articolo di una serie di quattro aventi l’obiettivo di stimolare la pratica superando la noia e rendendo la pratica stessa in qualche maniera paragonabile al campo (i due post precedenti, rispettivamente sul putt e sul gioco corto, si trovano qui e qui).

Oggi parliamo dei ferri. Il “gioco” si svolge in questa maniera: si simulano nove buche in campo pratica (le nove preferite del vostro percorso, o comunque nove buche che si conoscono bene e che piacciono). Si immaginano solo i tee shot e gli approcci al green, niente putt.

Per ogni fairway “preso” si conta un punto, lo stesso per ogni green. Alla fine delle nove “buche” si fa la somma. L’obiettivo delle sedute successive sarà di battere quel risultato.

Le variazioni a questo semplice schema possono essere molte, dipendono solo dalla nostra fantasia e dall’immaginazione (“immaginazione” è un concetto che ritorna infinite volte, in questo sport). Qualche anno fa feci una cosa simile immaginando Sanremo, e ne parlai qui.

L’idea fondamentale è che la pratica, come qualunque aspetto del golf, è divertente, come Davis Love insegnò tanto tempo fa a suo figlio: e, per stessa ammissione di Davis Love III, è questo l’insegnamento principale che ha ricavato da quel grande maestro che fu suo padre.

Go practice, and have fun!

Ago 15

short game
Parlavo qualche settimana fa delle opportunità per superare la noia che può a volte prendere in campo pratica. Là si parlava del putt; oggi la seconda puntata tratta del gioco corto, o più precisamente degli approccini intorno al green. (Nota laterale: questa parola, “approccini”, mi fa sempre e automaticamente tornare in mente le telecronache di Mario Camicia, che col suo “approccino delicato” ha segnato un’era.)

Ad ogni modo il “gioco” (adattato sempre a partire da questo libro) è questo: occorre segnare un raggio di tre metri intorno ad una buca degli approcci (io adopero un rotolo di nastro fatto da me, fermato con dei tee) e porre dei “tee di partenza” a 20, 30 e 40 metri. Poi si tirano dieci palle da ciascuno degli indicatori di partenza, ma mai consecutivamente: ovvero si parte dai 20, poi si va ai 30, infine ai 40 e si ripete il tutto per dieci volte.

Un buon obiettivo è di mettere il 70% di palle almeno all’interno del raggio. Ed è meno facile di quel che sembra! Al mio primo tentativo, ad esempio, io ne ho messe 19 (63%). Gli obiettivi successivi saranno poi di migliorare il risultato ottenuto.

Trenta palle sembrano niente; ma poiché ogni volta è bene ripetere la routine eccetera (altrimenti l’esercizio sarà meno utile, e fors’anche meno divertente), dopo la trentesima si sarà parecchio drenati nelle energie, anche perché negli ultimi colpi la tensione aumenta per forza.

Buona pratica! (E chi legge non dimentichi che, da qualche parte in uno speduto campo pratica di periferia, anche il giorno di Ferragosto c’è un golfista che si sta allenando per migliorare.)

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Ago 08

P1130751
Domenica sono tornato sul “luogo del delitto”, con un risultato discreto: 77 colpi (13 par e 5 bogey) e nuovo handicap 3,7. È stato bello, intenso, interessante – ma non “magico”. Ovvero, ho avuto la sensazione che fosse quasi un lavoro. Il che mi pare una cosa pericolosa.

Allora ho pensato di anticipare ciò che già avevo intenzione di fare: staccarmi, anche complici le vacanze, per qualche settimana dal golf giocato. Non dalle letture, non dal blog e non dall’idea di golf che ho: ma semplicemente togliermi per un po’ dal “circolo vizioso” delle gare, dell’ansia del risultato, di essere costretto (di costringermi, più precisamente) a fare bene.

Ora viene l’estate (si suppone e si spera, almeno), ci sono tante altre attività che attirano la mia attenzione: le lunghe scarpinate (e nel mio rifugio tra i monti e nella mia patria seconda), la corsa, la bici e la canoa. Il tutto senza particolari “doveri”, ma fatto per la pura gioia del farlo.

L’anno scorso mi era successa una cosa simile, ma ora sento questa necessità in maniera più profonda. Ho fatto quel che volevo, ora mi basta e passo oltre.

Ribadisco comunque le parole di un anno fa:

Adesso i tempi chiamano pensieri più leggeri: continuerò a pubblicare qui un articolo tutte le settimane, si capisce, ma in questi mesi estivi in maniera più leggera e meno ossessiva.

Niente paura quindi per questo blog: le mie tirate seguiteranno tutti i venerdì, puntuali come le tasse e la pioggia di questo periodo. Solo sarò più tecnico, più leggero e meno coinvolto. A chi mi legge auguro un mese sereno – e a settembre si ricomincia.

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Ago 01

Ho giocato a golf
Domenica 27 luglio, secondo giro dei campionati piemontesi individuali. Il primo giro era stato un anonimo 81, sia pure con sensazioni positive (ma con tee shot erranti e troppi pochi green presi, e di conseguenza il gioco corto sempre sollecitato: anche se alla fine i putt sono solo stati 28 a giocare sempre in recupero prima o poi sbagli, è matematico).

Domenica parto bene – 4 par –, mi sento bene, ho voglia di giocare nonostante tutto. Non penso a nulla, solo a fare dei bei colpi. Alla 5 imbuco un bel putt da 6 metri per il birdie che mi dà la carica. Bogey alla 7 e birdie alla 9 per finire le prime in -1.

Seguono 3 par (con un disturbo a volte più che leggero per il litigio a voce bassa ma lunghissimo tra uno dei miei compagni di gioco e la fidanzata che lo seguiva – mai mescolare gioco e amore, direi –, ma scelgo di non farmi influenzare e non dico nulla) e un bogey ingenuo alla 13 (ho preso un ferro di troppo), però subito seguito da un bellissimo birdie alle 14. Non faccio conti, gioco e basta. Mi sembra di andare col pilota automatico, ho delle sensazioni assolutamente positive.

Alla 15, un par 3 lungo, prendo il green ma sono lontano. Il primo putt scappa un po’, il putt di ritorno è l’unico errore sul putt della giornata (ho notato che quando sbaglio tendo a tenerli corti e dunque sottopendenza). Vado in par per il giro.

Bogey 16 (un ferro in meno), pazienza; bogey 17, che non mi tocca punto (è un par 4 di 410 metri, occorrerebbero un drive e un legno 3 perfetti, ma avevo già messo in conto il bogey).

A questo punto un po’ di calcoli li faccio. So che sono già sceso di handicap, comunque vada la 18, ma gioco per il par. Ottimo drive, poi anziché usare il legno 3 che mi ha dato qualche problema in giornata scelgo l’ibrido (18°, sostanzialmente un ferro 3), che piazzo in fairway sulla destra (la bandiera è a sinistra) a 80 metri. A quel punto mi occorre un sand, “impugnato leggermente corto, tre quarti quasi pieno” (questa è la nota mentale), che parte bene e atterra a un metro e mezzo dalla buca. Il putt, il numero 26 della giornata, entra per un 73 finale, che è di gran lunga la mia miglior prestazione dell’anno ma, soprattutto, un atto di pace col mio golf che ultimamente mi aveva dato qualche segnale positivo ma anche tante note contrastanti.

Ho giocato, insomma, come so di saper fare: ho giocato e basta senza tanti fronzoli. Non ho fatto nulla di particolare: dal tee ero quasi sempre il più corto (ma i miei compagni hanno fatto 75 e 79, il secondo anche grazie a una buca in uno), quindi niente scena, niente da far girar la testa. Però precisione, col putt innanzitutto (ottima) ma anche coi ferri (da buona a molto buona) e col gioco corto (più che sufficiente). Il mio golf è così: non punta sulla lunghezza ma sulla precisione chirurgica. E poi conta tanto l’atteggiamento mentale, il “pensare birdie” anziché “pensare par” (e mi sovviene ogni tanto il sogno di Ben Hogan, dove dopo 17 birdie il putt alla 18 sbordava per un par che lo lasciava scosso e insoddisfatto).

I dati:
– colpi: 73
– fairway: 79% (11 su 14)
– GIR: 50% (9)
– up and down: 56% (5 su 9)
– putt: 26
– putt per GIR: 1,67

To sum up: sensazioni ottime, ho fatto pace col mio golf. Non diventerò un professionista (non nel senso comune del termine, almeno), ma ho dimostrato a me stesso di saper giocare a golf – e questo mi soddisfa appieno.

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Lug 25

Arnold Palmer
Il post di oggi è una meditazione “filosofica” sul leggere di golf. Il motivo scatenante è questo libro, la principale biografia esistente su “The King”. Tecnicamente è un’autobiografia; in realtà è stata scritta da quel mago che è James Dodson ed è il frutto di tre anni di conversazioni e ricerche in casa Palmer sul finire degli anni Novanta.

(Dodson è anche l’autore della biografia autorizzata del mio “mito” – a proposito, è un po’ che non ne parlo ma è spesso nei miei pensieri.)

Dei golfisti passati alla storia, Palmer non è mai stato tra i miei favoriti; ma sono simpatie, non c’è un motivo vero. Questo libro mi ha aiutato ad approfondire l’aspetto che più mi piaceva e mi piace di lui, quel suo essere un vero signore, un raro gentleman, sul campo e, soprattutto, fuori.

(Ricordo di aver letto da qualche parte che Palmer un giorno stava per pattare quando un bambino si mise a parlare. La mamma lo zittì. Lui si rimise pazientemente sulla palla e il bambino, di nuovo, aprì la bocca. Alla terza volta la mamma era atterrita, pronta a ricevere una lavata di capo da Palmer e lui le disse: “Non si preoccupi, signora. Il mio putt non è così importante, dopotutto”.)

Ma al di là dei contenuti specifici del volume il punto per me è questo: leggere le biografie dei grandi campioni ti mette voglia di andare in campo a tirar palline allo sfinimento, di provare e riprovare e provare ancora tutti i colpi per diventare il golfista migliore che tu possa diventare. Anche senza arrivare alle magie di Hogan, conoscere le gesta di questi grandi uomini ti fa venire il desiderio di essere un golfista migliore.

E questo, per me, è il miglior regalo che Arnold Palmer mi possa fare.

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Lug 18

putt
A volte io stesso, che frequento il campo pratica almeno cinque giorni la settimana, mi sento annoiato da tutta la pratica che faccio, perché mi pare che non sia davvero utile ripetere all’infinito un gesto. Più precisamente: non che non sia utile, ma che il nostro cervello ad un certo punto si rifiuti, ostinato come un mulo, di andare oltre e di accettare informazioni che potrebbero migliorare le prestazioni in campo.

Allora un ottimo sistema per superare questo impasse è quello di rendere il campo pratica un campo a tutti gli effetti, tramite degli esercizi (dei giochi, piuttosto) con un punteggio, ovvero che diano feedback immediato e possano dunque essere presi come pietre di paragone per esercizi successivi. Il tutto in maniera sì giocosa ma molto impegnata e seria.

Ciò premesso, questo è il primo di una serie di quattro post (non consecutivi, perché gli argomenti di cui dire sono sempre tanti e non me la sento di “bloccare” il blog per quattro settimane di fila) in cui suggerisco degli esercizi-gioco da applicare in campo pratica. Oggi iniziamo dal putt.

Gli esercizi che descriverò qui e nei tre post a venire sono presi da questo bel libro, che recensirò in uno dei prossimi numeri di “Golf Today” e che, pur essendo dedicato soprattutto agli aspetti mentali del golf (i quali però, come sappiamo, sconfinano allegramente nella parte tecnica), presenta degli esercizi da cui, adattandoli, ho preso spunto per questi articoli.

Bene, l’esercizio per il putt funziona così: scelta una buca, occorre misurare un semicerchio di 45 centimetri di raggio (18 pollici – sebbene per Pelz sarebbero 17 –, ovvero la misura dalla quale il putt successivo diviene di fatto dato; anche se sappiamo bene che non esiste il concetto di “prossimo putt”), da delimitare con dei tee, e poi segnare cinque distanze dalla buca a 2, 4, 6, 8 e 10 passi (ovvero 1,6, 3,2, 4,8, 6,4 e 8 metri).
Golf Tough
Ora inizia l’esercizio: si tira un putt dalla prima distanza, poi dalla seconda e così via. Il punteggio si calcola come segue:
– palla imbucata: -1
– palla nel semicerchio: 0 punti (zona neutra)
– palla lunga o al di fuori del semicerchio: +1
– palla corta: +2 (disastro!)

Tirati i 5 putt si calcola il punteggio. L’obiettivo ottimo sarebbe di finire sotto par, ma l’obiettivo reale è quello di battere il proprio punteggio. Per ogni putt occorre applicare la routine completa.

È un esercizio apparentemente facile, ma in realtà consuma tantissime energie: dopo 5-6 volte (25-30 putt) si è esausti (provato!). Questo perché soprattutto il penultimo e l’ultimo putt, se si è “in score”, sono un bella prova per il sistema nervoso. Cosa importante è annotarsi i punteggi per un confronto diacronico.

Nel medesimo libro si descrivono altri due tra i possibili esercizi (di fatto infiniti, basta mettere all’opera la fantasia):

1) disegnare con dei marchini un diametro di 30 centimetri intorno ad una buca, e poi mettere dei tee a distanze specifiche, da 1,5 a 12 metri, e vedere fino a che punto si arriva passando dal primo ai successivi senza sbagliare; anche qui valgono le considerazioni di prima: ripetere l’esercizio più volte in una seduta e in sedute successive (anche se naturalmente il punteggio non è esattamente confrontabile);

2) il classico esercizio di mettere dei tee a 1,5, 3, 4,5 e 6 metri e tirare 5 putt consecutivi da ciascuna distanza, e vedere fino a dove si arriva senza sbagliare. E se si sbaglia, occorre ricominciare da capo – aaargh! 🙂

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Lug 11

Valcurone, putting green

Un anno fa scrivevo:

ora mi è chiaro che i putt lunghi richiedono un movimento in parte diverso rispetto ai putt di corta e media distanza. Anche se non sono ancora conscio delle differenze (ma continuo a studiare!), so per certo che è così.

Bene, provando e riprovando credo di essere arrivato alla soluzione. Che è questa:

La differenza di movimento nei putt lunghi (da un minimo di 10 metri in su) sta nel fianco e nella spalla destri che scendono all’impatto, quasi a simulare uno swing.

Questo significa guardare la palla partire da sotto, ed è un riflesso del fatto del tenere giù la spalla destra nei putt di media e corta distanza (un trick su cui sto lavorando e di cui dirò più avanti).

Chiaramente, aver scoperto questo fatto – che non pretendo abbia valenza universale, ma vedo che per me funziona – non significa aver cristallizzato un movimento; e questo perché il movimento del putt, come del resto lo swing, è una cosa viva, assolutamente viva. Però vuol dire aver messo un punto fermo importante, sia pure ad un meccanismo che sarà certamente da mettere a punto e oliare nel corso del tempo.

La sostanza per me, in due parole, è questa.

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Lug 04

Ho preso parte, lo scorso fine settimana, ad una gara presso il mio circolo. Era una cosa che non mi succedeva da tantissimo tempo, perché quest’anno mi sono dedicato soprattutto alla gare presenti nel calendario della Federazione; e ciò a sua volta accade perché desidero competere con golfisti che abbiano abilità grossomodo simile alla mia. Ovvero preferisco essere l’ultimo o tra gli ultimi in una gara che non essere tra i primi e quindi di fatto non avere competizione; e questo perché per me il golf è prima di tutto sfida con me stesso e con il campo.

Il risultato è stato, sostanzialmente, pessimo: un +10 con quattro [sic] doppi bogey. Ho riflettuto a lungo su quanto accaduto, e ho tratto due considerazioni fondamentali: una che spiega questo risultato, e l’altra che parla del futuro di questo mio golf.

La prima considerazione, a spiegazione del risultato di sabato scorso, riguarda la mente. Prima di una gara io mi rendo conto benissimo, tramite il mio feeling, di quanto sono allineato (o meno) rispetto alla gara stessa, ovvero quanto la concentrazione, gli obiettivi sono verso la gara che sto per cominciare e quanto invece la mente è assorbita da altri aspetti della vita che nulla hanno a che fare con il golf. Nel caso di questa gara c’erano altri pensieri che non riuscivo a sistemare; magari anche questioni che in sé possono non essere importanti, però che si giravano e si rigiravano dentro la testa – e quindi di fatto la mia concentrazione non era così tanto sulla gara, insomma non avevo quella “giusta” concentrazione, la cattiveria agonistica necessaria, ma ero “distratto” da accadimenti estranei al golf. E questo spiega questo risultato, perché comunque un +5, per dire, può avere una spiegazione tecnica, ma un +10 no: non è pensabile che io possa perdere dieci colpi su un campo che conosco in ogni dettaglio.

Dunque: l’allineamento deve essere a laser rispetto all’obiettivo. E in questo senso invidio molto i ragazzi (parlo in generale), perché la differenza tra me e un golfista giovane (15-18 anni) di handicap simile non è tanto nella tecnica, che è paragonabile; non è nel fisico, perché i risultati (per esempio nella corsa) dimostrano che fisicamente sono a posto e potrei dare punti alla maggior parte di loro; ma è nella testa, perché la testa di un ragazzo è mediamente molto più sgombra rispetto alla testa di un adulto, che ahimè è occupata da pensieri che riguardano il lavoro, la famiglia, i genitori anziani eccetera.

La seconda considerazione riguarda il futuro, ovvero: dove vado da qui? Se la discesa dell’handicap dei miei primi 6-7 anni di gioco è stata molto lineare e dunque arrivare alla prima categoria reale, ovvero con un handicap massimo di 4,4, è stato un gioco da ragazzi, poi ho incontrato un muro che non sono ancora riuscito ad abbattere. Nella seconda metà dell’anno scorso gli ho dato una bella spallata, e infatti in virtù di questo fatto l’obiettivo successivo è diventato quello che scrivevo qualche mese fa, ovvero quel “2 virgola, stabile”. Il che vuol dire giocare la maggior parte delle volte nei 70 – e non negli 80 come ho fatto spesso e volentieri quest’anno.

Allora mi rendo conto di essere a un bivio: o accetto il fatto di essere arrivato ai miei limiti, mantengo questo handicap e divento un bravo o anche un ottimo giocatore di circolo e nulla più; oppure dico no, questa cosa qui non mi basta, io voglio di più.

Io su questa cosa non devo riflettere: io voglio di più, perché non mi sento affatto arrivato, e so che posso andare più lontano. Quindi l’obiettivo prossimo è molto naturale: ritorna a essere “2 virgola, stabile” e, insieme, “la maggior parte delle volte giri con il 7 davanti”. Questo è il mio obiettivo ufficiale e dichiarato per quello che rimane di quest’anno e per il prossimo, questo quello che voglio fare. In un parola è:

Keep grinding.

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