Nov 14

Oliver Wilson dopo la vittoria all'Alfred Dunhill Links Championship

Oliver Wilson dopo la vittoria all’Alfred Dunhill Links Championship


A volte ritornano.

Oliver Wilson ha fatto il suo ingresso nello European Tour nel 2005, a 24 anni. Da lì sono seguiti anni brillanti, sia pure con qualche ombra: tra il 2006 e il 2009 è finito per nove volte secondo in tornei del tour. (Una sorta di maledizione, un emulo di Snead o Mickelson allo US Open?)

Nel 2008 arrivò fino al 45° posto della classifica mondiale, e si qualificò anche per la Ryder.

Poi il declino, inesorabile e nemmeno tanto lento. Alla fine del 2011 perse la carta. E da lì sono stati quasi tre anni di calvario, soprattutto sul Challenge dove ha ottenuto pochi risultati.

A che cosa pensa un giocatore professionista quando la palla non va più dove vuole lui, e nemmeno scendere nella serie minore funziona?

Come ha detto in un’intervista, in Kazakistan ha messo in discussione tutto (da solo in un’anonima camera d’albergo, suppongo). Che cosa passa per la testa di un giocatore professionista appena dopo i trent’anni, quando dovrebbe essere al suo teorico massimo e invece non riesce più a prenderla?

Ha mandato due video del suo swing a Robert Rock. Lui gli ha detto dove sbagliava, e quello è stato – per sua ammissione – il turning point.

All’Alfred Dunhill Links Championship di quest’anno è entrato grazie a un invito di uno sponsor. La domenica, quando Fleetwood ha sbagliato il putt che l’avrebbe mandato al playoff, la sua faccia ha detto tutto: calvario gioia sofferenza lunghi anni incerti sollievo.

Da numero 792 del mondo a numero 39 del tour in una settimana solamente, e carta assicurata fino alla fine del 2016. There is hope for us all.

Well done, Oliver.

Taggato:
Nov 07

Pro_Shop_03
Terminata la stagione, è il momento di fare un bilancio per il 2014 (qui il 2013, che contiene anche i link agli anni precedenti).

Quest’anno, dal punto di vista golfistico, ho consolidato quanto avevo sperimentato nel 2013, anno in cui sono diventato molto più sicuro del mio swing, più consapevole degli errori e delle relative correzioni. Nel corso del 2014 mi è stato chiaro il progetto delle 10mila ore. Ho anche capito che non diventerò professionista nel senso letterale del termine, ma ciononostante diventerò comunque – entro i prossimi 8 anni – il golfista migliore che posso diventare.

L’handicap è rimasto stabile (3,6 il dato attuale), ma soprattutto l’ho giocato in quasi tutti i campi in cui sono stato. Insomma è un handicap reale e non “di circolo”. Di recente sono riuscito anche a sciogliere quel nodo mentale che mi impediva di vedere il 2 come prossima meta: ora so che nel 2015 ci arriverò senza troppi patemi.

Ho registrato 41 giri completi, di cui sedici nei 70 in otto campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2013 e, a seguire, per gli anni precedenti):
– colpi: 80,4 (81,2 – 81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
– fairway: 63% (64% – 61% – 54% – 53% – 48%)
– green: 39% (40% – 40% – 37% – 38% – 32%)
– putt: 30,95 (30,88 – 31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
– di cui 3-putt: 1,1 (0,9 – 1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)

I migliori risultati: un 73 ai campionati piemontesi individuali, un 74 alla Margherita qualche settimana fa, un 75 al Feudo ai campionati piemontesi a squadre e un 76 a Sanremo.

I peggiori: un 88 a Boves, un 88 a Sanremo.

Sulle statistiche, però, con Bartali devo dire che “gli è tutto da rifare”. Ovvero: le statistiche che ho tenuto fino a oggi non sono più adeguate ai miei obiettivi attuali. Ne sto preparando delle nuove per il 2015 di cui dirò a suo tempo; sono comunque basate sulle mie riflessioni su questo libro.

I miei obietti per l’anno che verrà:

– handicap 2 virgola stabile;
– riprendere l’ordine di merito;
– predominanza di giri col 7 davanti;
– media putt sotto i 30.

Taggato:
Ott 31

Photo credit: Benjamin Oakley Wilson

Photo credit: Benjamin Oakley Wilson


Adoro questo periodo! Certo ha le sue difficoltà – le poche ore di luce soprattutto, perché come diceva Ben Hogan,

The only thing golfers really need is more daylight. There isn’t enough time during the day to practice and play, to key one’s game up to where it should be.

Tuttavia ha dei vantaggi innegabili, primo tra tutti il fatto che la lontananza forzosa dalle gare (per me la prossima sarà il Trofeo Sanremo di fine gennaio) lascia molto tempo per lavorare sulle proprie debolezze.

E il punto, ho capito, è proprio questo: lavorare sulle proprie debolezze.

Ciò dipende dagli obiettivi: se l’obiettivo è arrivare ad un livello di gioco “medio” (qualunque cosa ciò voglia dire), allora il principio di Pareto, magistralmente spiegato da Tim Ferriss, che è il mio nume tutelare in fatto di lavoro (in sintesi: lascia andare i dettagli e concentrati sul 20% davvero essenziale per quello che fai), illustra chiaramente un fatto: che è mooolto meglio concentrarsi sui propri punti di forza lasciando perdere i dettagli. (Quindi se sei 18 e vuoi diventare 12, per dire, vai agli approcci e concentrati sul putt e trascura il resto (drive in primis, che incidentalmente è il suono principe che si ode in qualunque campo pratica).

Ma nel mio caso, dove l’obiettivo di medio periodo (12 mesi) è diventare un “2 virgola stabile”, quello di lungo (3-5 anni) diventare scratch e quello di lunghissimo (8 anni) diventare il golfista migliore che io possa diventare, allora le cose cambiano. Allora non basta più mettere l’accento sui punti di forza, ma bisogna – necesse est – andare a curare i punti deboli. Ovvero:

– guadagnare 10 metri col drive senza perdere in accuratezza;

– migliorare le statistiche coi ferri 5, 6 e 7 e i due ibridi.

I numeri precisi non sono importanti qui, e nemmeno le statistiche (sul concetto di statistica sto riflettendo molto, in seguito soprattutto alla lettura di questo libro, sebbene mi occorra ancora tempo per metterne in pratica i dettami); il punto è che sempre più mi è chiaro che devo proseguire sulla strada della deliberate practice.

La strada è questa, ed è corretta. la deliberate practice è faticosa, it hurts. Non è piacevole: fa male. Ieri ho fatto un’ora di pilates, poi un’ora e mezza di pratica concentrata e infine quaranta minuti di corsa con fartlek con Luciano, il mio preparatore atletico (e grande amico). Verso la fine ero stanchissimo, ma so che è necessario per il raggiungimento degli obiettivi, dunque lo faccio e basta.

E l’autunno, le nebbie, le temperature calanti e le ore di luce declinanti sono uno sfondo meraviglioso per questi pensieri e questa pratica.

Taggato:
Ott 24

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.

Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)

Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):

If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]

Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.

E questo è il commento di Newport:

Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]

(Gianni, forza e coraggio.)

Ott 17

Margherita
Ieri, gara alla Margherita.

Poiché nel golf you are your numbers, inizio dal numero: 74 (+2: 2 birdie e 4 bogey).

Ma il punto fondamentale non è tanto il numero (rispettabile), quanto che in the heat of the action i par mi sembravano cosa assolutamente normale, anzi a volte un poco stretta: come alla 2, alle 7 e alla 15 dove la differenza tra il par e il birdie è stata questione di un paio di centimetri, non di più.

E anche i quattro bogey sono stati sostanzialmente sciocchi e, tranne un caso, evitabili. Alla 3 ero in fairway a 95 metri dall’asta e non sono riuscito a prendere il green (cosa che forse è più difficile del suo contrario). Alla 9 ero in green col primo a cinque metri, in discesa non drammatica, e intimorito dalla discesa ho fatto tre putt. Alla 11 dal fairway col ferro 7 non ho preso il green. Alla 16 mi è venuto un po’ di braccino e il bogey era quasi scritto (sebbene il putt per il par sia sbordato di un centimetro forse).

Il punto quindi non è la sbordata (che fa parte del gioco) o il bel colpo, ma l’idea che sta alla base del mio gioco attuale: che fare un bel colpo dopo l’altro è normale, è qualcosa che mi aspetto; e se faccio un errore ebbene, anche quello fa parte del gioco.

I dati:

– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 50% (9)
– up and down: 67% (6 su 9)
– putt: 29
– putt per GIR: 1,89

Una nota sul putt: la media per l’anno è ancora altina (30,9), ma per gli ultimi dieci giri registrati è di 29,9 – in linea dunque col mio obiettivo di stare sotto i 30.

E una conferma: anche solo guardando questi dati è chiaro che devo lavorare soprattutto sui ferri medi e lunghi (per me, ciò significa 5, 6, e 7), ovvero quella parte di gioco non all’altezza del resto.

Ma ripeto, la consapevolezza di giocare bene e di trovarlo normale (ovvero la forza mentale, al di là della capacità tecnica) è un punto di forza non da poco. Sempre più trovo conferme della teoria delle 10mila ore: il che mi spinge a continuare (“Keep grinding”), a investire energie nella deliberate practice. Il tutto per la soddisfazione insita nel farlo, e per nessun altro motivo.

Taggato:
Ott 10

Margara
Ieri sono stato a Margara per la prova campo di questa bella gara che inizia oggi e cui avrei tenuto a partecipare. Ma sapevo che ero troppo indietro nella lista di attesa e che non avrei avuto possibilità reali per entrare nel field (se non forse presentarmi questa mattina e sperare in un ritiro, e contemporaneamente sperare che qualcuno più in alto di me non avesse avuto la medesima idea – ma sono un po’ troppo vecchio per queste cose).

Allora ho preso la prova come una gara con me stesso. Incidentalmente sono stato il primo della giornata – una sorta di dewsweeper -, e l’obiettivo per tutta la mattina è stato quello di rimanere concentrato sulla gara con me stesso, nel giocare un colpo dopo l’altro in scioltezza e fluidità.

Sono partito senza pratica (appunto perché non volevo stare dietro ai ragazzi che avrebbero provato il campo, e che giustamente ne avrebbero tirate mille da tutte le posizioni possibili), e i bogey alla 1 e alla 2 erano quasi scontati. Da lì in poi però mi sono messo a giocare, e ho finito in 77 colpi (-1 netto) con questi dati:

– fairway: 87% (13 su 15 – Margara ha 3 par 3 e 3 par 5)
– GIR: 33% (6)
– up and down: 44% (4 su 9)
– putt: 29
– putt per GIR: 1,83

Indicazione su cui lavorare: precisione coi ferri lunghi da migliorare.

Niente di eclatante, ma un solido giro di golf. Sensazione positive, swing fluido, pensieri in linea con l’obiettivo. La gara la faranno altri ma pazienza, io mi sono divertito.

Taggato:
Ott 03

Talent Is Overrated
Ho fatto qualche conto.

Undici stagioni di golf, circa 500 giri completi, soprattutto circa 4mila ore di pratica concentrata e focalizzata.

Ci ho messo sei anni e qualcosa per girare in par nel mio campo; da allora ho fatto diversi +1 in campi diversi, ma non sono più arrivato a quel punto (per meglio dire: non ci sono ancora arrivato, perché so che lo rifarò e so anche che andrò sotto par).

Ho pensato soprattutto al concetto di pratica, del diventare il golfista migliore che io possa diventare, alla teoria delle 10mila ore (attenzione, al proposito! Sul Web si trova di tutto sul punto, ma prima di giudicare occorre documentarsi, non fermarsi agli articoli giornalistici ma andare direttamente alla fonte, che è il professor K. Anders Ericsson).

Ora, questo punto – la deliberate practice – è fondamentale, e un po’ per caso un po’ per scelta io mi trovo in una posizione ottima per valutare l’efficacia della teoria. Certo, mi piacerebbe preparare un progetto più “scientifico”, con tutti i crismi delle misurazioni eccetera. Un po’ come fa il mio “omologo” americano Dan McLaughlin – anzi, devo ringraziarlo perché aver preso contatto con lui in queste settimane e aver letto il suo ebook sono stati stimoli prima per affrontare letture nuove (Talent Is Overrated innanzitutto, ma altre seguiranno in questi mesi) e anche riletture. Il che, di conseguenza, porta rinnovato vigore al mio progetto, per quanto ruspante e casalingo esso sia. Per riassumere:

– il mio progetto di diventare un “virtuoso” del golf è nato per caso;

– ha preso corpo per cause molteplici: la mia testardaggine, la vergogna di farmi vedere in campo a giocare all’army golf, il desiderio di dimostrare a me stesso che sono bravo, la passione;

– la teoria delle 10mila ore, incontrata dopo anni di pratica, è stata linfa vitale per il progetto: sapere che la volontà ha il suo peso, nelle cose, ovvero che non è solo questione di talento innato (e di gioventù, ça va sans dire – ma sul punto si veda anche qui) mi ha fatto pensare che quel che stavo facendo aveva, dopotutto, un senso (né dimentico il Piccolo principe: “È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”).

Questa teoria è importante. Intuitivamente – dopo tutti questi anni di sforzi e prove e riprove e di asticella messa sempre un po’ più in su – capisco che è sensata e fondata. Scrive per esempio Gianluca Vialli, uno che di sport due o tre cose le sa (e nondimeno mio ultimo “idolo” calcistico, per quella sua cocciutaggine di buttarla dentro, soprattutto a fine carriera), nella rubrica che tiene su Golf Today, numero di settembre:

Il talento conta, ma la pratica e il carattere ancora di più.

E della pratica dice che deve essere

di qualità (dipende dagli insegnanti/allenatori) e in quantità (dipende dalla passione e dalle motivazioni che ti spingono a provare e riprovare per diventare migliore).

Insomma non posso sapere precisamente dove mi porterà questa strada. Certo, per fare le cose ben fatte – ovvero misurabili, ovvero utili come possibile percorso futuro per altri che volessero intraprendere una strada come la mia, anche in campi diversi dell’attività umana – occorrerebbe trovare degli sponsor, rendere il tutto più scientifico e così via. Ma non importa: faccio il meglio che ho con le risorse che ho a disposizione. Il tempo che passa è un limite importante, certo, ma non una limitazione al mio desiderio. Stimo che intorno ai 55 anni di età avrò completato quel numero di ore. Da lì in poi si vedrà.

Taggato:
Set 26

referee
In questi giorni in cui va in scena la Ryder, decisamente l’appuntamento più significativo della stagione, sono lieto di offrire ai miei venticinque lettori un altro pezzo di Isabella Data (i precedenti interventi qui, qui, qui e qui).

Isabella quest’anno è stata arbitro-ombra nel terzo giorno dell’Open d’Italia. (Un arbitro-ombra è un arbitro di primo livello, assolutamente non operativo, ospite per un giorno di gara di un arbitro effettivo dell’European Tour. Dal punto di vista arbitrale, non può avere alcun contatto diretto con i giocatori, ma assiste – in silenzio discreto e attivo – a ogni fase di lavoro dell’arbitro titolare.) Eccone a seguire il suo appassionante racconto.

Terzo giorno di Open. Sono le 6, è ancora buio, ma la cornice verde del Circolo Torino già brulica come un alveare. Volontari, giardinieri, manutentori, addetti di qui, addetti di là, la macchina riparte. Negli uffici dell’European Tour le luci sono già accese, Mr. Robson (il Fine Dicitore: “On the thee, from Italy, Francesco Molinari!”) è già lì, pronto e impeccabile nella sua giacca verderolex. C’è già un via vai di gente che prende carte, borse, quello che serve e se ne va, con i gesti precisi di un’organizzazione precisa come un orologio.

Il mio trainer oggi è un arbitro dell’European Tour: seduta accanto a lui, sulla per me mitica macchinina blu su cui campeggia la scritta Rules, ci sarò anch’io, seppure in veste di arbitro-ombra.

Mats, questo è il suo nome (“It’s a legend of Swedish golf” – così me lo presenterà Zamora, il Tournament Director dell’Open), è incaricato del set up del campo per le prime nove buche. Occorre disporre correttamente gli indicatori di partenza, poi controllare il percorso in ogni dettaglio: i bunker devono essere perfetti, la posizione delle bandiere deve corrispondere alle indicazioni di pin position che saranno consegnate ai giocatori. Ancora, occhio alle marcature sul campo: i riferimenti in centro fairway, riportati sullo stroke saver che guida ogni giocatore, devono essere stati riverniciati dopo il taglio, così pure devono essere visibili le marcature degli ostacoli d’acqua laterali, frontali, delle condizioni anormali del terreno. Dove c’è una drop zone occorre riposizionare il cartello di segnalazione spostato dai giardinieri per il taglio. Normale amministrazione, come per ogni gara di golf. Solo che qui, anche alle 6 di mattina, ti senti già puntati addosso l’occhio della telecamera, i flash dei fotografi, gli occhi di migliaia di spettatori, esperti, appassionati. Non c’è che dire, l’Open è una vetrina. Mats ha l’abitudine a tutto ciò, è un arbitro stabile dell’European Tour, macina migliaia di chilometri ogni anno per arbitrare gare in tutto il mondo, in un continuo dove ogni gara è una vetrina. È coscienzioso e accurato come se ogni gara fosse la Gara.

Finito il set up, incomincia la rumba. Mats, sempre collegato via radio con il board dei Rules Official, prende posizione nella parte di campo assegnata per oggi. Siamo pronti a intervenire a ogni chiamata dei giocatori, per rulings, chiarimenti, informazioni. D’interventi ce ne sono, ci chiama anche Manny, per un’entrata in ostacolo d’acqua. Seguendo il time sheet (la tabella degli orari, buca per buca), si controlla l’andamento della gara, il passaggio regolare, o meno, di ogni gruppo di giocatori. Se c’è un ritardo, va monitorato; se il ritardo è rilevante, l’arbitro fa una prima segnalazione ai giocatori. Si spera che basti, e così avviene. Il controllo sul campo è continuo, un monitoraggio in costante movimento, non appariscente ma presente.

Dietro alle corde, vedi una prospettiva diversa della gara, percepisci la solitudine e la concentrazione dei giocatori. Quando sei nella folla, sei la folla, inconsapevolmente fai parte degli oooh, ahhh e battimani che liberano la tensione. In mezzo alla folla, tu sei la folla, un sentimento unico di speranza, passione, delusione ed esaltazione. Dietro le corde, è tutta un’altra cosa. Cambia la prospettiva. Non è solo che puoi vedere uno swing più da vicino, o che puoi strappare una vicinanza speciale a uno di questi superalieni (per noi carrellanti – se il Direttore lo permette). No, non è questo. È che sei fuori dalla folla e sei dietro le quinte. Vedi l’organizzazione, il lavoro, anche umile e pesante di tutte le persone che hanno contribuito a quello speciale magico spettacolo che è l’Open. Pardon, l’Italian Open, il nostro Open. Bianco, rosso, verde.

Taggato:
Set 19

book
Ho parlato per la prima volta di Dan McLaughlin qui. In breve, è un ex fotografo che a trent’anni ha deciso di lasciare la professione per imbarcarsi in un’avventura dal risultato tutt’altro che scontato, ma assolutamente di rilievo e interessante: diventare professionista di golf (in maniera più precisa: prendere parte a una gara del PGA Tour) partendo da zero e con 10mila ore di allenamento specifico.

Ora lui, dopo quattro intensi anni, è giunto alla metà del progetto e ha pubblicato un ebook che raccoglie tutti i post scritti fino a qui. Gli ho fatto qualche domanda: trascrivo a seguire la nostra conversazione.

– What is your current handicap? (I’m asking this because the last date on your site is May 1st.)
[Qual è il tuo handicap attuale? (Te lo chiedo perché l’ultimo aggiornamento sul tuo sito risale al 1° maggio.)]

My current handicap is up to about a 5. I have been working on changing my swing and it has taken a toll on my scoring rounds, but it’s all about the long term.
[Il mio handicap attuale è salito fino a circa 5. Ho apportato dei cambiamenti al mio swing e ciò ha avuto delle conseguenze sui risultati in gara, ma l’obiettivo rimane il lungo termine.]

– Could you spend some words regarding your physical training? And what about your diet?
[Potresti spendere qualche parola per quanto riguarda il tuo allenamento fisico? E per quanto riguarda il tuo regime alimentare?]

I spend more time working on mobility, flexibility and stability than weight training. I still do a good bit of weights, but for the most part it is more about leverage and balance as well as having a stable base and core. The most important muscles for the golf swing are the core muscles in your body so I spend most of my workouts on those as well as the legs. As far as diet goes I don’t eat any processed foods and try to vary my diet as much as possible while making sure I consume plenty of protein and lots of different vegetables. What is also very important is hydration and food consumed during the round. I eat a few bites of something on every hole to keep the glucose levels up and make sure I drink plenty of water throughout the round.
[Dedico più tempo a lavorare sulla mobilità, sulla flessibilità e sulla stabilità che non all’allenamento con i pesi. Faccio ancora un bel po’ di pesi, ma per la maggior parte curo il sistema delle leve e l’equilibrio, oltre all’avere una base e un centro stabili. I muscoli più importanti per lo swing sono quelli centrali: a loro e a quelli delle gambe dedico quindi la maggior parte dei miei allenamenti. Per quanto riguarda l’alimentazione, evito tutti gli alimenti trattati e cerco di variare la mia dieta il più possibile, assicurandomi di consumare tante proteine ​​e una quantità di verdure diverse. Molto importante è anche l’idratazione e il cibo consumato durante un giro di golf. Io mangio qualche boccone di qualcosa ad ogni buca per mantenere i livelli di glucosio, e faccio in maniera di bere molta acqua durante il giro.

– How do you benefit from books?
[In quale maniera ricavi beneficio dai libri?]

There are plenty of great golf books out there. I tend to read more about the mental side of the game and less about golf swing instruction as it’s easy to get confused with the golf swing and I like to have just one source for what to work on. Mental books that I love are the Vision54 series. I also enjoyed reading Zen Golf and Golf is Not a Game of Perfect. All of those are recommended.
[Ci sono tantissimi libri di golf magnifici a nostra disposizione. Tendo a leggere di più a riguardo degli aspetti mentali e meno libri di tecnica, perché è facile confondersi con lo swing e mi piace avere una sola fonte per quello su cui devo lavorare. I libri “mentali” che amo sono quelli della serie Vision54. Ho apprezzato molto anche la lettura di Zen Golf e Golf is Not a Game of Perfect. Li raccomando caldamente.]

dan
– In your book you state: “Your potential in golf is your best 6 holes in a row”. I believe this statement to be true, but can you provide the source for it?
[Nel tuo libro affermi: “Il tuo potenziale nel golf è rappresentato dalle tue sei migliori buche fatte di fila”. Credo che questa affermazione sia vera, ma puoi fornirne la fonte?]

My source for this quote is from personal experience as well as talking with golf professionals and mental gurus. The idea is that if you can play one hole well then you can play two well and then three and so far until you have a great round under your belt. But, a bit more realistic is the ability to put together 6 solid holes and whatever your best 6 holes combine to score is roughly your potential for a great round when everything is executed as you had planned.
[La mia fonte per questa citazione sono sia l’esperienza personale sia le conversazioni con professionisti di golf e guru della mente. L’idea è che se puoi giocare bene una buca, allora puoi giocarne bene due e poi tre e così via, fino a che hai realizzato un gran giro. Ma un po’ più realistica è la capacità di mettere insieme sei solide buche, e qualunque siano le tue sei migliori buche combinate, quello è all’incirca il tuo potenziale per una grande gara in cui tutto va come avevi previsto.]

– I would like you to spend some words regarding the concept of “priming performance”.
[Vorrei che spendessi qualche parola sul concetto di “priming performance”.]

Priming Performance is crucial to good golf. What priming performance means is that you approach each shot with a positive mental state and image for what you are about to execute. It’s about the power of the mind and how positive self talk leads to good results just as thinking “don’t hit it in the water” often leads to a water ball. Priming Performance builds confidence in what you are about to do and is the best first step to every shot that you approach.
[La priming performance è fondamentale per un buon golf. Priming performance significa affrontare ogni colpo con uno stato mentale positivo e con un’immagine chiara di quello che si sta per eseguire. Si tratta del potere della mente e di come un discorso interno positivo porta a buoni risultati, proprio come il pensiero “non mandarla in acqua” spesso porta a spedire una palla in acqua. La priming performance rinforza la fiducia in ciò che si sta per fare ed è il miglior primo passo per ogni colpo che si sta per affrontare.]

dantheplan
– Which are your major mental and technical issues at the moment?
[Quali sono, al momento, le tue principali difficoltà mentali e tecniche?]

My technical challenge is tee shots. I have been struggling to get my driver going for some time and when I hit that stick well I score well, and vice versa. My mental challenge is to allow myself to hit my tee shots with confidence and positive priming rather than assume that I am going to miss the fairway because that has been the recent pattern.
[La mia sfida tecnica è il colpo di partenza. Sto lottando da un po’ di tempo per avere un buon driver, e quando lo colpisco bene faccio un buon punteggio e viceversa. La mia sfida mentale è quella di permettere a me stesso di fare il colpo di partenza con fiducia e con un atteggiamento positivo, piuttosto che supporre che non prenderò il fairway perché così è andata spesso di recente.]

– Do you think that your quest will be beneficial for the sport science?
[Pensi che il tuo progetto porterà vantaggi alla scienza dello sport?]

Absolutely. A lot of people are following with interest and the research that is coming out of The Dan Plan will help enlighten the learning curve and what is required to transform from zero experience to playing a sport at the highest level. Through my successes and failures the next generation will be able to see what worked and what to avoid and hopefully be able to accelerate the learning process.
[Assolutamente sì. Moltissime persone stanno seguendo con interesse il mio progetto, e la ricerca che sta venendo fuori dal Dan Plan aiuterà a chiarire la curva di apprendimento e ciò che è necessario per passare dal grado zero di esperienza al praticare uno sport ai massimi livelli. Attraverso i miei successi e fallimenti, la prossima generazione sarà in grado di vedere che cosa ha funzionato e cosa evitare e sperabilmente sarà grado di accelerare il processo di apprendimento.]

Riuscirà nel suo intento? Non riuscirà? A mio modo di vedere ciò non è rilevante: importa segnalare che una persona ha buttato il suo cuore al di là dall’ostacolo e farà di tutto per raggiungerlo.

Keep up the good work, Dan.

Taggato:
Set 12

deliberate-practice
L’ultimo giorno in cui sono andato in campo, a tutt’oggi, è stato il 3 agosto (avevo vinto, by the way), mentre l’ultimo giorno di pratica prima della pausa estiva è stato il 16 agosto. Da lì sono seguiti 22 giorni interi senza che prendessi in mano un bastone. L’ho fatto per scelta, perché volevo fare altre cose interessanti (le vacanze, ovviamente; ma anche la corsa, le lunghe camminate, la canoa, lo yoga) e soprattutto perché ormai so che un paio di pause lunghe l’anno sono beneficiali per il mio golf.

Anche questa volta è stato così. Lunedì scorso sono tornato in campo pratica e, al di là del fatto che ho imbucato i primi due putt (da 7 metri, ma può essere stata una combinazione) le sensazioni sono subito state positive.

Anche perché il segreto dello staccare non sta nel mettere il soffitta il golf, ma nel guardarlo da una prospettiva diversa: io per i primi giorni l’ho semplicemente lasciato a se stesso, perché sentivo la necessità di “depurarmi” dalle scorie che la ricerca del risultato porta con sé, ma poi l’ho ripreso (con cautela) dal punto di vista mentale, innanzitutto grazie a letture, che a loro volta hanno portato riflessioni eccetera. Poi negli ultimi giorni prima del ritorno ho cominciato ogni tanto a provare lo swing (senza attrezzatura), prima in maniera leggera e poi sempre più concentrata.

Mercoledì agli approcci ho imbucato di fila due uscite dal bunker. Coincidenze, si dirà; ma di quelle pesanti, perlomeno.

Poi c’è un concetto che mi ritorna periodicamente, ovvero quello della pratica concentrata. Sempre mercoledì ho fatto l’esercizio del putt e dopo dieci serie, ovvero cinquanta putt, ero drenato nelle energie. Questo significa due cose:

1) che la pratica concentrata richiede molte energie (soprattutto mentali, si capisce);
2) che per conseguenza non può essere esercitata per tante ore di seguito ma, nell’ottica del diventare il golfista migliore che si possa diventare, occorre farla possibilmente tutti i giorni (sei su sette, via).
Deliberate-Practice-630x357
Su questo tipo di pratica ritornerò senz’altro presto, perché è un concetto troppo importante nel golf. Mi limito per ora a rimandare a due miei post, che a loro volta riprendono due ottimi – ottimi davvero – libri sull’argomento, qui e qui. Nonché a segnalare un libro che sto leggendo e di cui certamente dirò nei prossimi mesi, perché fa cardine su un concetto fondamentale non solo nel golf, sebbene non sia ancora del tutto chiaro: ovvero il fatto che il duro lavoro può più del talento, ovvero è molto più significativo, rispetto a quel che c’è scritto nei nostri geni, nel diventare un’eccellenza in qualunque campo umano; e devo dire grazie a Dan McLaughlin, dal cui libro mi proviene lo spunto.

(Per Fabio e tutti coloro che fanno fatica a leggere in inglese: esiste anche la traduzione italiana, vedo che non è disponibile ma certamente il libro si trova usato oppure nelle biblioteche, chi è interessato non ha scuse! :-))

Per riassumere:

staccare periodicamente dal golf fa bene e produce risultati;
la pratica concentrata produce risultati.

preload preload preload
© 2026 Gianni Davico  Licenza Creative Commons