Set 20

È stata (è) una settimana emozionante. Di seguito il racconto di come l’ho vissuta io.

Lunedì, primo giorno di pratica. Ho parcheggiato di fronte all’ingresso del Torino, entravo e uscivo senza problemi. Eravamo forse dieci spettatori in tutto a guardare, potevi stare vicinissimo ai giocatori che praticavano e nessuno ti diceva niente. Io tra le altre cose mi sono messo a fianco di Chris Doak, ho seguito la sua pratica per un’ora. Un po’ mi attirava il cappello alla Ben Hogan, ma soprattutto mi ha colpito vedere, da vicino, come schiacciava la palla per farla volare alta. Controintuitivo ma verissimo. E poi la sua routine su ogni colpo, e l’attenzione maniacale al grip. E il suono all’impatto, una sorta di sinfonia (questo vale per tutti i giocatori).

Martedì le cose erano differenti, più strutturate. Ai giocatori non potevi più avvicinarti, c’erano (giustamente) le barriere bianche. È stato bello incontrare persone conosciute, scambiare qualche chiacchiera con la “mia” direttrice, conoscere il fenomeno dell’anno.

Giovedì. Di ieri ho molto da dire. Un incontro, sulla navetta, di una casualità da far spavento con Isabella Data e il marito (Isabella mi ha fatto l’onore – e spero continuerà a farlo – di scrivere diversi post su questo blog).

Seguire, soffrendo, David Duval – colui che un tempo era il numero 1 al mondo – e rendersi conto che è di fatto un ex giocatore (le foto che posta su Twitter spiegano tante cose). In particolare una striscia di bogey – par – bogey – bogey mi ha fatto penare (e quando è così ci si mette anche la sfortuna – ammesso che esista nel golf, cosa che non credo -, come il brutto rimbalzo al par 3 della 16 che gli è costato il bogey).

Soprattutto, soprattutto mi hanno emozionato le ultime buche di Luca Ruspa, il giocatore di casa, colui che è stato il nume ispiratore di Edoardo Molinari (lo dice lui stesso nel suo libro). Mi hanno impressionato la sua scioltezza e la sua allegria, il suo essere così easy going in un evento in cui tutti si prendono forse un po’ troppo sul serio. Soprattutto, soprattutto mi ha colpito quando alla sua diciassettesima buca ha scorto le figlie e ha lasciato il gioco per correre ad abbracciarle – il che è allo stesso tempo un bel gesto e segnale di una persona equilibrata.

Vederlo fare birdie alla 18 (per un giro un 72, lui che la settimana prima alle qualifiche ne aveva tirati 90) e scoppiare in un applauso è stato un tutt’uno liberatorio. Bien joué, mio caro Luca.

Emozioni da Open – il golf, dopotutto, non è così importante.

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Set 13

VLUU L110  / Samsung L110
Mi chiede un lettore su Twitter, Enrico Esposti:

Complimenti per tutti i tuoi suggerimenti! Ci racconti la tua settimana tipo di golf?

Beh, volentieri! Inizio da osservazioni generali, e passerò poi a descrivere i vari giorni.

Io parto sempre con un obiettivo in mente, che tipicamente può essere la gara di circolo nel fine settimana oppure una gara della federazione (federale, patrocinata, ufficiale eccetera). Nel primo caso (che mi interessa sempre meno) il ciclo dura una settimana, nel secondo almeno due.

Una mia seduta di allenamento va dalle due alle quattro ore (la media è intorno alle due e mezzo). Questo perché mi sono reso conto che in un tempo limitato non riesco ad imparare: sia perché la mia natura è lenta e non posso farci nulla, sia perché tutti abbiamo bisogno di tempo per assimilare. Considero sempre le giornate in campo pratica come delle mini-clinic solitarie: mi sono divertito tantissimo alle varie clinic cui ho partecipato col mio maestro, ho preso tantissimi spunti e ora quando sono in campo pratica mi piace pensare di essere in una sorta di vacanza-studio, una persona privilegiata e fortunata che ha il tempo e la voglia di fare quello che adora fare.

Io non vado mai in campo pratica senza almeno un’idea precisa, che può essere relativa ad una debolezza percepita del momento, ad un colpo che voglio studiare o migliorare e così via. Ieri, per esempio, era il grip: c’era qualcosa che non mi quadrava, e ho confrontato le mie sensazioni recenti con alcune letture. Sono partito da qui, passando per le Five Lessons di Hogan – ormai una sorta di bibbia per me – e per quest’altro volume che consulto di tanto in tanto. (Con una precisazione: mi sono reso conto che, per me, la maggior parte dei libri di tecnica golfistica è inutile, perché contano molto di più le sensazioni; però a volte mi serve andare a vedere che cosa pensano altri di determinati argomenti.)

Non esiste mia visita al campo pratica senza almeno quindici minuti di putt (come assoluto minimo, ma spesso e volentieri sono molti di più): e questo per un’idea che ho ricavato da un bel libro di Bob Rotella che avevo recensito qui. Ovvero che

non serve allenarsi quattro ore di seguito sul putt, bastano venti minuti. Però – e qui sta il “segreto” – la pratica deve essere costante, nel senso che i pochi minuti devono essere ripetuti tutti i giorni, o comunque ogniqualvolta sia possibile. E questo anche perché tale meccanica si perde facilmente e dunque va esercitata con costanza.

L’ultima indicazione generale è questa: ho organizzato il mio tempo intorno alle mie passioni (spiego tutto qui). Ciò in pratica significa che una parte considerevole dei miei pomeriggi scorre al golf.
VLUU L110  / Samsung L110
Specificate queste condizioni, ecco la settimana in pillole.

Lunedì: in questo giorno riparto per così dire da capo, e mi dedico in particolare all’area di gioco che è stata la meno performante nella gara dei giorni precedenti.

Martedì: giorno di riposo golfistico (il mio circolo è chiuso), e dunque corro (in questo momento un’ora di seguito, e questo per quattro motivi: mi piace, mi fa stare bene sia dal punto di vista fisico che mentale, aiuta le prestazioni in gara e mi avvicina ad un obiettivo extragolfistico che mi sono dato, quello di terminare una mezza maratona entro la fine del prossimo anno).

Mercoledì: avendo saltato un giorno, questo è di solito il giorno in cui faccio un “ripasso” completo. Parto da mezz’ora di putt, poi passo al gioco corto e infine al gioco lungo (questa è la sequenza che preferisco ma non è chiaramente fissa, perché dipende dalla parte di gioco che voglio sviluppare).
Pelagone
Giovedì: dopo al pilates, che mi sfianca anzichenò pur essendo di un’ora sola, vado generalmente in campo. Faccio nove buche e poi termino in campo pratica a precisare qualcosa che può essere andato storto in campo.

Venerdì: in genere è una seduta leggera, soprattutto se il giorno dopo è di gara.

Il fine settimana è in genere, ovviamente, dedicato alle gare.

È tutto. L’ho fatta lunga, ma è perché (come diceva non ricordo più quale personaggio, Pascal o Voltaire o Twain) avevo poco tempo – se ne avessi avuto di più sarei stato mooolto più sintetico. E se qualcosa non è chiaro, sono qui.

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Set 06

Parlavo due settimane fa dell’importanza della routine nel putt.

In due settimane succedono tante cose, e io sono andato avanti nello studio della routine; le idee che desidero condividere oggi sono due.

La prima è l’aggiornamento della routine che avevo indicato allora. Al momento, quella che considero più efficace (per me, poi va da sé che va adattata a ciascun caso specifico; come ça va sans dire che è un work in progress) è questa:

1. visualizzare la linea da dietro, “vedendo” anche la pallina coprire la distanza fino alla buca e rotolarvi dentro;

2. eseguire un waggle o due mentre ci si mette di fianco alla palla piegando leggermente le ginocchia e con i piedi paralleli tra di loro e perpendicolari alla linea di tiro;

3. alzare leggermente il sedere, in maniera da avere gli occhi sulla linea di tiro;

4. alzare leggermente le mani, in maniera da avere la faccia del putter perfettamente allineata al terreno (questo funziona per me, ma il punto va preso con cautela perché dipende da come la faccia del bastone tocca terra);

5. fare due prove guardando la palla, per essere sicuri di forza e direzione;

6. mettersi sulla palla avendo la sensazione che la parte del braccio destro dal gomito in su sia attaccata al corpo;

7. colpire, attraverso un percorso square del putter e lasciando che il braccio destro prenda il controllo del colpo (in questa maniera il suono cambia, il colpo è pieno e rotondo; attenzione però a non eccedere o si rischierebbe di tagliare la palla).

Ripeto: questa routine è adatta a me (funzionerà? Lo diranno le statistiche sul putt dei prossimi mesi), ma è importante che ciascuno ne sviluppi una assolutamente su misura. E svilupparla vuol dire renderla una seconda natura, automatica al punto da farla senza rendersene conto (anche perché sette punti sono tanti e non bisogna nemmeno pensare di elencarseli mentalmente sul campo).

La seconda idea è questa: ora mi è chiaro che i putt lunghi richiedono un movimento in parte diverso rispetto ai putt di corta e media distanza. Anche se non sono ancora conscio delle differenze (ma continuo a studiare!), so per certo che è così.

Insomma è uno studio affascinante e senza fine. Gli aggiornamenti, come sempre, su questo canale.

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Ago 30

James Dodson, Ben Hogan
Ho finito di rileggere questo libro, la biografia di Ben Hogan autorizzata dalla famiglia. L’avevo letto qualche mese fa, in vista di una recensione uscita su “Golf Today”, ma l’ho ripreso ora per cercare di approfondire la conoscenza di una vita straordinaria. Anche se, mi chiedo, quanto un libro può trasmettere di una vita intera, soprattutto di una così complessa e ricca di avvenimenti come quella di Hogan? E del resto lo stesso autore scrive:

The problem with writing in depth about Hogan the golf star is the very mistique that envelopes him like a mist from Mount Parnassus.

Quel che mi ha colpito soprattutto, al di là dei grandi successi e anche – ahimè – delle sconfitte cocenti (mi bruciano come fiamma viva, e posso solo immaginare quanto bruciassero a chi dovette viverle in prima persona), è stato – è – l’uomo Hogan, ovvero la sua vita anche al di fuori del golf. In particolare l’invecchiamento e la vecchiaia, i suoi anni amari. Vide infatti la Ben Hogan Company, sublimazione di quel figlio che – per suprema dedizione al suo sport – non ebbe mai, passare di mano in mano e lo stabilimento di Fort Worth chiudere senza scrupolo alcuno. Poi, mano a mano che l’età procedeva e la salute, molto rapidamente, peggiorava, la moglie, col nobile intento di proteggere il marito, gli tolse de facto prima il permesso di guidare, poi la possibilità di trascorrere qualche ora al suo amato circolo e infine anche di ricevere visite e telefonate dagli amici.

Ma insomma questa sua American life è un modello per qualunque golfista seriamente desideroso di andare un po’ più in là nella conoscenza del suo proprio swing, e dunque di se stesso. Va detto che un golfista che fu all’apice della carriera più di sessant’anni fa potrebbe apparire come un’immagine in bianco e nero (il che ha del vero, e non so più quale giornalista ha detto che Ben Hogan è il più recente dei grandi campioni di golf a meglio apparire in bianco e nero rispetto al colore), molto datata e, di fatto, inutile. Ma una volta che si inizia a scavare in quella miniera inesauribile che è la vita di Ben Hogan si capisce che si potrebbe imparare dalle sue gesta per una vita intera e oltre. E va appena notato che le Five Lessons sono il libro più venduto in tutta la storia del golf, e contengono istruzioni per il golfista medio di un’attualità che appare sconcertante, se consideriamo tutto il tempo che è passato dalla loro pubblicazione.

A seguire qualche passo che ho apprezzato in particolare.

Sul desiderio insaziabile di praticare:

Nobody has ever seen a kid who loved the range as much as Bennie Hogan did. His desire for hitting balls was insatiable, almost spooky. The kid could stay out there forever, beating balls from the dusty hardpan and hiking out to pick them up, walking back, and beating them from the dust again.

Sul fatto che, n’importe quoi, puoi farcela comunque:

I feel sorry for the kids these days […]. They don’t know what it’s like to learn that you can survive almost anything.

(Lo disse in una famosa intervista che si può vedere qui.)

Sulla sua ben nota glacialità sul campo c’era una storiella che l’amico e collega Jimmy Demaret raccontava ogniqualvolta ne avesse l’occasione:

– Old Ben was talking up a storm on the golf course today.
– Really? So what did he say?
– You’re away.

Ben Hogan, il mito.

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Ago 23

Ben Hogan on putting
È un concorso di cause.

È un fatto che il putt è, tra tutti, il colpo che più mi piace, perché riesco a comprenderne bene le minime sfumature, riesco sempre (via, quasi) a vedere la linea che la palla percorrerà per entrare in buca, adoro studiare le pendenze, le traiettorie e così via.

Le cause, dicevo. Innanzitutto mi trovo qui, in un luogo tranquillo e che è per me carico di memorie di allenamento positive. E non importa se il putting green è largo quanto un fazzoletto e lento quant’era Massimo Mauro ad uscire dal campo, perché il beneficio dato dalle sensazioni postive che mi trasmette è di gran lunga superiore a questi inconvenienti.

Poi, ho appena terminato questo libro. E non importa che sia per la maggior parte fuffa, e che spalmi in un volume intero quello che potrebbe comodamente stare in un articolo nemmeno troppo lungo, l’idea generale – che deve esistere una routine nel putt, e che putt di diverse lunghezze richiedono impostazioni differenti – è quella che conta e che mi ispira. (Ne farò una recensone più ampia in ottobre.)

In sostanza: prima di tutto sto diventando più consapevole della routine nel putt (si veda anche quel che ne scrivevo qui), e di conseguenza – e soprattutto – ne sto sviluppando una che mi pare molto affidabile. Il tempo, la pratica (devo arrivare a 10mila ripetizioni, stimo di essere verso le mille – è ancor lunga la strada!) e le gare diranno se l’idea è corretta; per ora ho approntato una routine in sei punti:

1. visualizzare la linea da dietro, in maniera da essere assolutamente convinti e sicuri della traiettoria che prenderà la palla;
2. mettersi di fianco alla palla senza piegare le ginocchia (o comunque piegandole molto leggermente: questa è la posizione che utilizzava Ben Hogan, avendola copiata da Claude Harmon, e vedo che nel mio caso funziona) con i piedi paralleli tra di loro e perpendicolari alla linea di tiro;
3. eseguire un waggle, per allentare la tensione (ho visto che uno solo, nel mio caso, funziona perfettamente);
4. piegare leggermente la testa in avanti, in maniera da avere gli occhi sulla linea di tiro;
5. alzare leggermente le mani, in maniera da avere la faccia del putter perfettamente allineata al terreno (questo è il trigger che dà l’avvio al colpo; per me funziona perché altrimenti la punta rimarrebbe leggermente sollevata);
6. colpire, attraverso un percorso square del putter.

È possibile che questa routine contenga delle compensazioni, ma da quel che ho visto e so finora funziona molto bene per me nei putt di corta e media distanza (per i putt lunghi non so dire, almeno fino a che non lascerò l’isola o andrò furtivo al tramonto in uno dei green del campo).

Tutto quanto detto fino a qui è ispirato, ovviamente, dal golfista per eccellenza.

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Ago 16

Mi scrive un lettore, Omar Baccini:

Che ne pensi di fare lezioni di tecnica durante il periodo delle gare? Io noto che anche un piccolo cambiamento (grip, piano dello swing, rotazione dei fianchi eccetera) provoca un’instabilità dei colpi in gara. Premesso che devo ancora imparare bene tecnicamente, e a questo mi dedico con lezioni settimanali da uno dei maestri considerati al top in Italia, penso però che qualcosa non va. O forse dovrei non fare gare e migliorare la tecnica… sono un po’ confuso su questo. Tu come la vedi?

La mail era privata, ma col suo permesso la pubblico qui perché l’argomento è di interesse generale.

Dobbiamo subito dire che fare cambiamenti importanti in piena stagione non è saggio: e questo perché un cambiamento richiede tempo e pratica per diventare gesto naturale (diecimila ripetizioni è un numero certamente vicino al vero, e si veda anche quel che ho scritto qui).

Invece, il periodo giusto per i grandi cambiamenti è quello lontano dalle gare: e per la stragrande maggioranza di noi ciò vuol dire nel periodo che va tra ottobre e marzo, quando l’ansia da risultato non ci prende perché le gare sono diradate e l’attività agonistica in genere più blanda.

Anche da un punto di vista mentale, introdurre delle modifiche al proprio swing e portarle in gara quando non sono ancora diventate naturali non può che creare confusione. (E in gara non si portano pensieri, si gioca come si sa e basta.)

Case in point: l’altra settimana per assoluto caso ho scoperto che se abbasso il piano dello swing con i legni riesco a girare meglio i fianchi, il che si traduce in maggiore distanza. Questo però provoca anche a volte un draw oppure un pull: il che significa che si tratta di una variazione probabilmente positiva, ma che ha bisogno di molte cure per divenire efficace. Poiché non farò gare per quasi un mese da ora, mi ci sto dedicando santamente per poterla inglobare nel movimento da settembre in poi; ma se avessi delle gare – quantomeno delle gare significative – nelle prossime settimane certamente lascerei quel pensiero da parte per quando avessi tempo da dedicarci. Adesso il tempo ce l’ho – qui – e dunque lo faccio.

Ciò non significa, naturalmente, che i cambiamenti non vadano fatti. Ma allora, caro Omar, ti suggerisco di tenere un diario (vedi anche qui) dove in questo caso annoti le debolezze del tuo swing, le modifiche che vorresti fare e così via. Poi, a stagione finita e d’accordo col tuo maestro, ci lavorerai su.

Ho risposto? 🙂

Ago 09

Ben Hogan
Chi segue anche solo distrattamente questo blog sa che c’è un golfista – Ben Hogan – che ha cambiato per sempre la mia visione del golf.

La sua testarda dedizione alla pratica, l’idea di entrare in campo sempre e solo per vincere, il golf come suprema via d’uscita dai tanti rovesci con cui ci flagella il destino (nel suo caso la morte del padre, per dirne una).

E poi la classe, lo stile, la conoscenza immensa dello swing. Eccetera (non servono tante parole; non occorrono nemmeno i verbi).

Ebbene, questo post è un “semplice” ricordo di un anniversario, la sua nascita: tredici agosto millenovecentododici. La storia è fatta anche di numeri: Happy birthday, Mr Hogan.

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Ago 02

Il golf d’agosto è un po’ com’era il calcio d’agosto quand’ero ragazzo (il campionato cominciava a settembre e tutt’al più c’era qualche torneo amichevole tra squadre di cartello): molto rilassato e tranquillo.

Ecco, proprio in questa maniera io ho ripreso la mia preparazione tecnica in vista delle sfide di fine estate e dell’autunno (i campionati match play del mio circolo, qualche patrocinata e federale, qualche gara di circolo e sperabilmente qualche ufficiale). Un giorno sì e uno no (circa) passo il pomeriggio in qualche circolo a tirare palline, e mi sovviene una frase che avevo trovato in questo bel libro e che ora cito a memoria:

Allènati ragazzo, perché in un giorno qualunque, in un campo di grano dell’Alabama, c’è un altro ragazzo che sta tirando palline dall’alba al tramonto al solo scopo di batterti.

E mi piace pensare di essere entrambi i personaggi, ovvero io medesimo che cerco di battere me stesso. Il tutto nella sola maniera che conosco: rilassata e testarda, cocciuta e tranquilla.

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Lug 26

running
Questo è un post che parla solo tangenzialmente di golf. O meglio, in realtà ne parla; il fatto è però che la forma fisica è troppo spesso sottovalutata nel campo del golf. Se ciò ha un fondamento medico-scientifico (il certificato di idoneità agonistica vale per esempio due anni nel golf, ma solo uno nella corsa e in tantissime altre discipline), è un fatto altrettanto incontestabile che la forma fisica ha un vantaggio immediato e diretto sulle prestazioni golfistiche.

Nei miei primi anni di golf la pratica sportiva al di fuori del golf medesimo mi era sostanzialmente sconosciuta; sono diventato bravino senza poter considerare il mio sport adorato un vero sport. Ero preciso, certo; ma quanto resistente allo sforzo?

Poi, anni dopo, in maniera molto casuale, mi sono avvicinato al pilates, alla palestra e infine alla corsa. Oggi queste attività fanno parte integrante della mia routine settimanale, al punto che mi sentirei stranito e fuori posto se saltassi la corsa per più di due-tre giorni di fila, tanto per dire. (Corri ragazzo, corri.)

Il risultato è che ora, al termine di 18 buche, sono sì stanco, ma potrei tranquillamente continuare, mentre fino a tre anni fa circa arrivavo alla 18 con la lingua generalmente per terra.

La cartesiana conclusione è che la forma fisica è imprescindibile per ottenere l’eccellenza nel proprio golf, ovvero per diventare il golfista migliore che tu possa diventare.

Lug 19

Io mi ritengo un giocatore corretto – mi presento sempre in campo con l’abbigliamento adeguato, riparo tutti i miei pitch mark e sempre qualcuno di più, saluto tutti coloro che incontro (conosciuti e non) e così via. Lunedì scorso, però, mi è capitato l’ennesimo episodio per cui evidentemente un mio dato comportamento dà fastidio.

Ero a Torre dei Ronchi, il campo era pressoché deserto, e io – dato che questo campo non presentava nessuna sfida per me, nessun ostacolo, nulla di nulla – ho giocato in diverse buche due o tre palle, ho fatto diversi putt e soprattutto tantissimi approccini dai 10-15-20 metri.

Questo ha però dato fastidio, perché ad un certo punto un socio, incaricato dalla segretaria, mi ha detto – in maniera molto garbata e gentile – di giocare una palla sola.

Appena me lo ha detto io, che non volevo fare polemica con nessuno, mi sono trasferito in campo pratica. Però un paio di considerazioni vorrei farle.

La prima è questa: il problema non è tanto che io faccia danni al campo (perché effettivamente non ne facevo), ma è piuttosto una questione di invidia, ovvero ma perché quello può fare così e io no?

La seconda considerazione è una domanda che faccio a tutti i segretari di circolo, e chi vorrà dire la sua sarà il benvenuto: perché un golfista, diciamo così, bravino non ha diritto di fare una prova campo, ovvero di provare più di un colpo, e dovrebbe invece giocare solo una palla, quando questo non arreca nessun danno di nessun tipo né al campo né al circolo né a chi segue (perché io faccio ben attenzione che non ci sia nessuno dietro di me – e questa è un’abitudine che ho preso agli inizi, quando mi vergognavo che mi vedessero giocare all’army golf)?

(Mi viene in mente l’inizio del film La leggenda di Bagger Vance in cui il protagonista, ormai anziano e a cui viene un infarto sul campo, rievoca i momenti in cui, ragazzetto, scavalcava le recinzioni e sfidava le possibili ire dei soci pur di tirare qualche vero colpo in un vero campo. Non è vero golf, questo?)

Ecco, queste cose io nei campi, a partire dal mio, le faccio. So che non sono tanto tollerate, capisco più o meno il punto di vista di chi non le tollera, però penso anche che per diventare bravi questi passi siano necessari. Insomma per me il golf è divertimento, certo; ma è anche impegno, serietà, dedizione, miglioramento, superamento dei limiti eccetera. E in virtù di queste considerazioni non mi sento in colpa per questo comportamento, anche se so che è ai limiti del consentito: quando non faccio danno né al campo né a nessuno che è sul campo, vorrei avere la libertà di giocare due palle, di giocare tre palle, di riprovare i putt e così via – di fare insomma quello che si fa in una normalissima prova campo.

Questo non per darmi importanza, ma perché io il golf lo intendo in questa maniera, e penso che sia peggio – molto, molto peggio – fare aspettare chi sta dietro di te senza dare il passo piuttosto che non tirare due palle.

Essendo fatto in buona fede, e con assoluto amore verso questo sport, e rispetto per tutte le persone, sia che nel golf ci lavorino ovvero che ne traggano divertimento, credo che questo dovrebbe essere consentito – tollerato, via –; e allora mi piacerebbe che qualcuno “dall’altra parte” mi spiegasse il suo punto di vista.

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