Nov 29

Pelz
Il problema è questo: quale bastone usi per fare 60 metri? E per farne 70?

La considerazione di partenza è questa: golf is a game of circles. Insomma gira e rigira le questioni si ripresentano: le puoi accantonare per un po’, ma poi loro puntualmente tornano a bussare alla tua porta.

Ebbene, dai cento metri in giù – nell’area critica dello score, nonostante l’autorevole e di certo non ignorabile parere contrario di Edoardo Molinari (qui un approfondimento in inglese) – sapere come fare una determinata distanza è fondamentale.

Rimando a quel che dicevo 19 mesi fa. E illustro ora come sono arrivato a determinare in maniera precisa le distanze critiche (senza dimenticare quel che dicevo prima, ovvero che tutto va e torna – ovvero che quel che appare vero oggi potrebbe non esserlo tra 18 mesi – o anche molto prima).

Dunque, sono partito dal gap (52°) pieno, col quale faccio 100 metri esatti. I metri sono considerati in un giorno con temperatura normale (diciamo 20 – 25°), senza vento, con un colpo dal fairway in piano; con “pieno” intendo impugnato normalmente, ovvero all’estremità superiore dell’impugnatura, come si fa per un ferro o un legno. Nel colpo con un wedge le mie braccia non superano mai la posizione a ore 9, ovvero il braccio sinistro arriva fino alla posizione parallela al terreno nel backswing ma non va oltre: questo perché ho capito che altrimenti perderei molto in controllo senza un vero guadagno (questi sono colpi di precisione e la distanza deve essere un dato di partenza, non ha importanza fare 10 metri in più).

Provando, riprovando e riprovando ancora sono arrivato a stabilire queste distanze:

– 90: gap ore 9 impugnato a metà;

– 80: sand (56°) ore 9 pieno;

– 70: sand ore 9 a metà;

– 60: lob (60°) ore 9 a metà, oppure sand ore 8:15 a metà;

– 50: qui ho diverse opzioni, ma le mie preferite sono il sand ore 7:30 a metà oppure il lob ore 8:15 a metà.

Sotto i 50 metri la questione cambia, perché aumentano le variabili. Rimanendo nel campo degli approcci per me è generalmente un colpo col lob, dove chiaramente diminuisce l’angolo del backswing e posso variare l’impugnatura tra quella a metà oppure quella corta, ovvero all’estremità verso l’inizio della canna.
Ben Hogan at Merion
Il mio obiettivo attuale è di rendere queste distanze automatiche: quando mi trovo di fronte ad un colpo da 65 metri voglio sapere esattamente che cosa fare, senza dovere fare troppi calcoli, o comunque facendo calcoli semplici (ad esempio: il green è sopraelevato dell’8%, allora occorre aumentare la distanza della stessa misura; c’è un leggero vento a favore, allora diminuisce del 5% – chiaramente sono numeri indicativi).

A me, inoltre, manca ancora il trigger mentale di cui parlava Lorenzo Guanti qui:

Ho fatto un grosso lavoro col mio maestro Elena Polloni, che mi ha permesso di memorizzare le varie distanze fatte con un dato wedge portato ad una determinata altezza, ancorando una determinata posizione ad una precisa sensazione. Risultato: tra gli 80 e i 100 metri la mia palla picchia sempre nello stesso posto, e soprattutto questo mi evita di fare scatti col corpo, perché quando arrivo nel punto desiderato so che posso girarmi sapendo già dove va la pallina.
Questo colpo ti fa fare birdie ai par 5, ti fa recuperare il par ad un par 4 dove sei andato storto col tee shot… può fare la differenza.

Come sempre, e per fortuna, c’è da lavorare. Per un approfondimento su questi temi non posso che consigliare di partire da qui: è un libro che riprendo in mano ogni volta che ho un dubbio o una curiosità sul gioco corto; poi, si capisce, tutto quello che si legge e si sente e si vede va filtrato con le proprie conoscenze, e ordinato all’interno del sistema di quel che sappiamo perché abbia senso per noi. Un altro ottimo punto di partenza è il blog di John Graham.

E tu? Quando ti trovi in fairway a 65 metri dalla bandiera, in piano, in un giornata calma e senza vento, temperatura normale, 1) che cosa pensi e 2) che cosa fai?

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Nov 22

foto
Mi scrive una lettrice:

Ho scaricato il tuo e-book che ho letto con piacere, e ho visto i libri che consigli. Certo tanti sono in inglese, e per chi lo conosce così così diventa impegnativo leggerli.

Mi rendo conto, la conoscenza pratica ed efficace dell’inglese non è così diffusa da noi. Però l’ampiezza del mercato americano e anglosassone (sia golfistico che inteso in senso generale) è di diversi ordini di grandezza superiore al nostro, e questo si traduce in un’offerta di libri mooolto diversa.

Prendiamo ad esempio IBS (su Amazon mi oriento di meno – credo questo sia un frutto della rivoluzione digitale): vi si trovano 98 libri di argomento golfistico in italiano e 1.417 in inglese. Non c’è partita. Ed è per questo che le mie recensioni (qui, su “Golf Today” e altrove) riguardano nella stragrande maggioranza dei casi libri in lingua inglese.

Anch’io vorrei trovare Pelz, Rotella e compagnia cantando in italiano (qui avevo ricordato, anni fa, di un potenziale progetto di traduzione di Pelz), però dubito forte che ciò accadrà, perché sarebbe un’operazione senza senso economico.

Perciò non c’è soluzione, mia cara Nicoletta: tocca leggerli in inglese.

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Nov 15

glass panel
… sarei in grado di portare in un massimo di tre anni qualunque golfista (l’accento è sull’aggettivo) con handicap alto, o anche neofita, ad almeno 15, e fino a 4 chiunque abbia un minimo di talento – però deve fare come dico io.

Sì, perché i risultati nel golf sono “solo” applicazione e matematica: applicazione, ovvero volontà di provare, riprovare e provare ancora i colpi fino a che ci si avvicini alla propria soglia per quel gesto (o per la parte mentale o quella atletica, o comunque per qualunque aspetto che riguardi il golf); matematica, ovvero misurare perché “what gets measured gets done”.

Invece, troppe volte vedo che si pensa che comprare la soluzione (l’accento è sul verbo) – come per esempio l’ultimo modello di driver RocketballXYZ al titanio rinforzato da 500 euro – risolva il problema. No, non e ancora no: il tuo swing è nella polvere del campo pratica – Ben Hogan docet, e solo tu – solo tu, tu e nessun altro – puoi tirarlo fuori di lì.

Vediamo appunto che cosa dice Hogan al riguardo:

As I see it, there’s nothing difficult about golf, nothing. I see no reason, truly, why the average golfer, if he goes about it intelligently, shouldn’t play in the 70s – and I mean by playing the type of shots a fine golfer plays.

[Per come la vedo io, non c’è niente di difficile nel golf, proprio niente. Non vedo davvero alcuna ragione perché un giocatore medio, a patto che agisca in modo intelligente, non debba giocare nei 70 – e intendo giocando il tipo di colpi che gioca un ottimo golfista.]

Tolle et lege, insomma. O meglio ancora: smetti di leggere e vai a praticare (in modo intelligente, però!).

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Nov 08

VLUU L110  / Samsung L110
Come fatto per gli ultimi quattro anni, è ora il momento per me di riassumere la mia stagione golfistica (qui il 2012, che contiene anche i link per gli anni precedenti).

Complessivamente, le sensazioni per il 2013 sono ottime. È stato l’anno in cui per la prima volta da che ho preso un bastone in mano (a febbraio saranno dieci anni) ho avuto la sensazione di capire un pochino il mio swing. Ora mi sento molto più sicuro, molto più preciso nel capire e analizzare gli errori, e per lo stesso motivo sento anche meno forte l’esigenza di prendere lezioni (non che non siano utili, per carità; ma ormai conosco bene il mio swing e riesco fino a una certa misura a correggermi da solo).

I numeri

L’handicap è sceso da 5,1 a 3,5, che è anche il mio minimo assoluto. Ed è pure un handicap che in questo momento sento di poter giocare in tanti campi, ovvero il è mio handicap reale. Per il 2014 non rimane che abbassarlo (more on this later).

Ho registrato 32 giri completi, di cui undici nei 70 in sette campi diversi. Più in dettaglio (tra parentesi i dati per il 2012 e, a seguire, per il 2011, 2010 e 2009):
– colpi: 81,2 (81,9 – 82,2 – 82,8 – 87)
– fairway: 63,9% (61,4% – 54% – 53% – 48%)
– green: 39,8% (40,3% – 37% – 38% – 32%)
– putt: 30,88 (31,84 – 31,1 – 30,9 – 32)
– di cui 3-putt: 0,9 (1,5 – 1,3 – 1,1 – 1,9)

Un paio di volte – ehm – ne ho tirati 90: a Valcurone (che qualche volta pare essere la nemesi del golf su di me) e a Ferrara (pioveva, c’era vento forte, il campo era pesante ma ho giocato male e basta). Ho fatto comunque diversi giri di assoluto flow: 71 ai campionati piemontesi individuali, 74 al campionato nazionale mid-amateur e 73 al mio circolo un paio di settimane fa, nell’ultima gara della stagione.

L’anno che verrà

Riguardo agli obiettivi, relativamente a quest’anno dicevo un anno fa:

In generale ora preferisco pensare in termini di sogni che non di obiettivi (per farlo devi prima sognarlo, è questo uno degli insegnamenti fondamentali di Bob Rotella). In ogni caso, l’obiettivo a medio termine è quello di entrare nello European Senior Tour (ruit hora, e nel 2017 avrò cinquant’anni…). I traguardi – i sogni – per l’anno veniente non sono tanto nei numeri (è evidente che devo migliorare nel putt, tanto per dire) quanto piuttosto nelle sensazioni: voglio uno swing fluido, libero, pieno, voglio passare un’infinità di ore in campo pratica a studiare il mio swing (e sui libri e sulle riviste e sui siti a studiare lo swing in generale) e fare un bel numero di gare senza pensare a nulla, semplicemente facendo quel che so già di saper fare per catturare il gioco, the game, che è già dentro di me.

Che è, in pieno e semplicemente, quel che ho fatto quest’anno. Sono molto soddisfatto, e per il 2014 mi dico questo: voglio consolidare un gioco già solido, ovvero fare un passo in più verso la strada che mi porta a diventare il golfista migliore che io possa diventare.

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Nov 01

DSCN6630
“What gets measured gets done” è uno dei mantra della gestione ottimale di un’azienda, ma si applica anche al golf. La differenza è che il golf è in parte scienza e in parte arte; cionondimeno i numeri aiutano a capire i fenomeni, e come!

Scopo di questo articolo non è dunque “convincere” il lettore di questo fatto, che do per assimilato, ma presentare uno strumento tra i tantissimi disponibili che credo utile alla bisogna.

Mi sono imbattuto qualche settimana fa, tramite la lettura di questo libro, nel Tucker Short Game Test, una prova – ideata da Jerry Tucker – che serve a verificare in maniera completa lo stato del proprio gioco corto, e di conseguenza scoprire quali sono le aree che richiedono miglioramento nell’ottica finale di abbassare lo score.

È un semplice foglio. Un esempio si trova qui. La versione contenuta nel libro di Gio Valiante è qui.

La sostanza è questa: si effettuano cento colpi (coi wedge, col pitch e col putt) che simulano tutte le condizioni che virtualmente possono capitarci in un giro in campo dalle 90 iarde in giù. Per ogni colpo che raggiunge l’obiettivo (esempio: putt imbucato da 9 piedi, messo dato da 20, uscita dal bunker messa entro i 4 piedi da 20, wedge messo entro i 9 piedi da 90 iarde e così via) si ottiene un punto, e il risultato finale sarà dunque un numero compreso tra 0 e 100 che esprime il nostro handicap virtuale sul gioco corto.

Ma di più: saranno immediatamente chiare le zone specifiche del gioco corto su cui occorre lavorare.

Alcuni dettagli su come effettuare il test di trovano qui (tra parentesi: ho già parlato altre volte di John Graham, ribadisco che è un maestro da seguire).

E ora via, a misurare.

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Ott 25

score
Lunedì scorso ero arrivato al campo nel primo pomeriggio con l’idea di fare un giro completo. (So che dovrei andare di più in campo piuttosto che non trascorrere la maggior parte del tempo in campo pratica, ma il traffico che c’è in un 9 buche può essere scoraggiante. Poi qui entrerebbero in gioco altri considerazioni – agli inizi andavo in campo solo la mattina alle 8 proprio per non far vedere a nessun quant’ero scarso, mentre ora troppo spesso vedo esibire degli swing che mi fanno rabbrividire… ma lasciamo andare e passiamo oltre.)

Le prime buche scorrono senza problemi, ma alla 5 incontro una coppia di army golfer. Mi metto pazientemente dietro di loro, chiedendomi perché non mi facciano passare: loro perderebbero tre minuti tre e tutti quanti giocheremmo più rilassati. Vabbé.

Sul tee della 8 li incontro, stanno aspettando che la quadretta di fronte finisca la buca (un par 3). Mi dicono: “Non è colpa nostra, davanti come vede ci fanno aspettare”. Al che replico: “Vi capisco, ma l’etichetta del golf imporrebbe a loro di far passare voi e a voi di far passare me“. L’argomento pare convincerli, mi fanno passare: completo la buca in quattro minuti (tee shot in bunker per la fretta, uscita appena sufficiente e putt da fuori green).

A quel punto però non posso pretendere che anche davanti mi facciano passare (dovrebbero, ma vaglielo a far capire!). Ruit hora, e la luce è già declinante: salto la 9 e la 10 e passo alla 11 (la 2, essendo un 9 buche). La completo, ma poi siamo da capo: davanti a me altri due army golfer. Salto quindi le tre buche successive e faccio le rimanenti 4.

In sintesi: 13 buche completate, score di +1 (2 bogey e 1 birdie). Ero in perfetto flow, pensavo soltanto al ritmo (concetto su cui sto riflettendo molto ultimamente, a partire da questo interessante libro).

Chiunque ne ha titolo ha certamente diritto di calcare qualunque campo di golf. Però stiamo facendo attività differenti (sport vs. leisure). A me queste cose stufano, e il mio golf ne esce danneggiato. Vabbé.

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Ott 18

Tolcinasco
Comincio dalla fine: domenica ne ho tirati 74 (tra cui 15 par di fila) ed è stato bellissimo.

Partecipavo per la prima volta al campionato nazionale mid-amateur, e già solo il fatto di poter far parte di questo evento era fonte di gioia per me.

Non ho fatto, per questioni sia lavorative che familiari, la prova campo. Il primo giorno, venerdì, ne ho tirati 85 [sic!], ma paradossalmente ho giocato molto bene (infatti non ho nemmeno preso la virgola): solo, ho cominciato con uno stupidissimo triplo bogey alla 1 (un par 5 senza grandi difficoltà) e poi, per non farmi mancare nulla, ho segnato un settuplo bogey alla 6 (un par 4 di 328 metri, dove ho tirato due palle in acqua, ho sbagliato un chip e un approccio – in questi casi gli errori vengono a cascata, si sa), ma per il resto ho fatto un dignitoso +3 in 16 buche.

Mi ricordo in particolare tre colpi:

– alla 5 (un par 4 lunghissimo), un legno 3 da 185 metri all’asta in fade che batte in green e si ferma a 3 metri dalla buca (ho poi mancato il putt per il birdie, ma questa è un’altra storia);

– alla 15, il putt per il birdie da due metri abbondanti, che già prima che partisse sapevo che sarebbe entrato (avvertivo la stessa, precisa sensazione che avevo avuto l’unica altra volta che mi ero trovato lì, qualche anno fa col mio maestro e amico Roberto Cadonati, in cui tiravo il putt per l’eagle che puntualmente imbucai);

– alla 17, un pitch schiacciato ad arrivare in green da sotto gli alberi (ho fatto bogey in quella buca, ma aver pensato e poi eseguito come pensato quel colpo è stato fonte di gran soddisfazione).

Sabato giro più anonimo in 81 (un doppio e 7 bogey, di cui gli ultimi 3 nelle ultime 3 buche). Alla 16 ho sbagliato il putt per il par da meno di un metro perché sentivo la stanchezza. E mi è venuta in mente la battuta di Scarafoni, il “cattivo” di quello straordinario film d’animazione che è La freccia azzurra (la voce è di Dario Fo): “Eh ma che finale loffio!”

Comunque venerdì ero T66 e sabato T52 (i partecipanti erano 78, e io ero al numero 69 per handicap).
Tolcinasco., il castellojpg
Il giro di domenica, come dicevo in apertura, è stato assolutamente magnifico. Era come essere col pilota automatico: i colpi andavano da soli, senza sforzo alcuno. Facevo i calcoli dei metri eccetera, tiravo e via verso il colpo successivo. Ho cominciato con birdie – bogey, poi ho continuato con 15 [sic!] par di fila. Era tutto semplice e automatico.

Solo verso la 16 ho cominciato a sentire un po’ di tensione, però è stato un agevole par. Alla 17 spedisco un ferro 9 da centro pista in bunker ma riesco comunque a fare par. Alla 18 il drive è in fairway, ma ci sono ancora 170 metri dall’asta. Non posso tirarmi indietro proprio adesso (a fare i calcoli avrei dovuto giocare per il bogey, ma quando sei in par dopo 17 buche non puoi farlo!): tiro l’ibrido – e vado in acqua. Finisco con un doppio bogey, ma è comunque un giro che ricorderò molto a lungo e con piacere; tra l’altro fatto con compagni di gioco assolutamente simpatici e supportevoli.

Risultato finale T30 (240 colpi).

I dati per domenica (tra parentesi quelli cumulativi dei tre giorni);

– colpi: 74 (80)
– fairway: 86% (71%)
– GIR: 67% (54%)
– up and down: 80% (50%)
– putt: 30 (30,67)
– putt per GIR: 1,92 (1,95)

Ho curato l’allenamento mentale soprattutto; ma poi penso che quando le cose girano girano comunque, non è questione di Polase o che. E io domenica ho lasciato che le cose andassero per così dire da sole – come detto, mi pareva di avere il pilota automatico.

Ma la lezione più importante che ricavo da questi giorni splendidi non riguarda domenica – che cosa puoi imparare da un giro pressoché perfetto? –, quanto piuttosto gli errori, e segnatamente quell’11 del primo giorno. Allora ho ripercorso la buca nel dettaglio.

Intanto, è un par 4 corto (328 metri, diciamo legno 3 e ferro 8), con acqua sulla sinistra lungo quasi tutto il percorso e poi anche sulla destra nei pressi del green. Green che è ben difeso da diversi bunker, ma la buca in sé non presenta difficoltà soverchie.

Ad ogni modo io ho spedito il legno 3 verso l’acqua (solito problema dei fianchi che non girano come dovrebbero), ma la palla colpisce gli alberi e si ferma a 3 metri dall’acqua. Anziché dichiararla ingiocabile, prendere la medicina e giocare di fatto per il doppio bogey, voglio comunque colpirla – e la mando in acqua. Droppo dallo stesso punto – e la rimando in acqua. A questo punto mi rendo conto che probabilmente non è quella la via migliore. Allora vado indietro di una quindicina di metri, passati gli alberi, e droppo lì. Dovrei fare un chip con un pitch, ma ho con me solo l’ibrido e il ferro 5 e non voglio far aspettare troppo i compagni di gioco che sono già sul green; uso il ferro e la palla fa pochi metri, rimanendo ancora in rough. Altro chip, due approcci e due putt per un 11 totale che mi sorprende prima e più che darmi onta.
Tolcinasco, la 18
È comunque da buche come queste che si può imparare, ovvero occorre fare una disamina lucida e onesta a gara conclusa e chiedersi che cosa si sarebbe dovuto fare, preparandosi dunque a quel che si potrà fare la prossima volta in cui una situazione del genere capiterà (perché capiterà, è sicuro!).

E l’altra lezione è quella dell’allenamento mentale cui accennavo sopra: ricordo perfettamente che domenica ho smesso di tirare colpi in campo pratica 25 minuti prima del tee time, proprio per prepararmi da un punto di vista mentale. Il risultato era che ero assolutamente calmo quando è stato il mio turno di tirare, e da lì le cose sono poi andate a cascata in maniera sequenziale e assolutamente naturale.

Detto ciò, rimane l’enorme soddisfazione per il giro. Se nei giorni precedenti mi mancavano un po’ le motivazioni, ne ho trovate un’infinità nel giro di domenica – questo è il golf.

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Ott 11

Ho perso la finale del match play del mio circolo, l’unica gara da noi significativa da un punto di vista sportivo. Ci tenevo e mi dispiace. Mi ha bruciato per il pomeriggio e la notte seguente; poi mi è passata – ha vinto chi ha giocato meglio, non c’è nulla di strano in questo –, e ne ho ricavata una lezione importante.

Ho capito che al mio circolo non interessa la competizione: il mio circolo è – per scelta (assolutamente legittima, ci mancherebbe) – un’associazione ricreativa, dove la competizione non entra in nessuna maniera. (Quasi nessuna, via, perché io ce la porto – e come!)

La mia visione del golf cozza in maniera decisa con questo modo di vedere le cose, perché non mi piace vedere quegli swing orribili e quelle palle che non si staccano da terra e fanno cinquanta metri. Ovvero, o facciamo le cose per bene oppure non ci mettiamo nemmeno.

Non solo, ma vedo il golf come mezzo verso un fine, che è lo scoprire i propri limiti e cercare di mettere l’asticella sempre un po’ più in su. Il golf in questo è chiaramente uno strumento, quasi una scusa: è tutto nella tua mente. È nella mente che stanno problemi e soluzioni.

Non sono d’accordo con questa scelta. Non sono d’accordo e lo dico – che si sappia. Non posso farci nulla e pazienza, ma il golf come passatempo non fa per me, no no.

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Ott 04

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Ho ripensato all’ufficiale di Bergamo della settimana scorsa, e c’è una buca che mi è rimasta impressa. Ne parlo oggi perché penso sia di utilità per chi legge.

È la buca 14, ovvero la 5 del percorso giallo. È un par 4 di 375 metri, dogleg a sinistra. Il primo colpo è verso un fairway abbastanza largo, che però ha sulla sinistra delle piante altissime a chiudere il colpo; il colpo al green è in salita ed è generalmente ancora abbastanza lungo (il primo giorno dopo un bel drive fu ad esempio un ferro 5).

Ebbene, la 14 del terzo giro è quella che ricorderò come emblematica di una gara intera, ovvero di tutte le 54 buche fatte in quei giorni. Il mio drive è decisamente sulla sinistra (solito problema dei fianchi che ogni tanto partono in ritardo), prende in pieno le piante e si ferma nel rough, a circa 200 metri dal green. Da quel punto il green non è visibile, non c’è maniera per me di raggiungerlo. Allora il ragionamento è: tiro un ferro 8 a uscire e piazzarmi in posizione favorevole in centro pista, da lì un buon approccio mi garantisce comunque il bogey e magari il par.
5 giallo
Il secondo colpo non è niente di che: parte pesante e non fa troppa strada. Sono a 115 metri dalla bandiera, in centro fairway e in leggera salita. Fino a questo momento ho tirato due colpi decisamente insufficienti, ma il terzo colpo – un ferro 9 – è fatto proprio di un’altra pasta: il contatto è pulito e cristallino, il suono pieno e rotondo, appena la colpisco so che è un ottimo colpo. E infatti atterra a un metro e mezzo dalla bandiera, sulla destra e poco oltre la buca, con un leggero spin.

Il putt per il par è in lieve discesa, con pendenza non pronunciata verso sinistra; cionondimeno impegnativo anzichenò. È comunque un ottimo putt, che entra per un par che mi dà grande soddisfazione e mi dice – il succo del discorso – che due colpi mediocri seguiti da due colpi ottimi fanno generalmente un par. Quindi mai scoraggiarsi.

Poi parlano del golf come metafora della vita.

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Set 27

L'Albenza
Sono tornato ieri sera dal Mattone d’Oro, gara ufficiale FIG che si è tenuta al golf club Bergamo “l’Albenza” – ovvero il circolo di colui che, insieme a Mario Camicia, ha di fatto introdotto il golf in Italia.

È stato bellissimo; e, a beneficio dei miei venticinque lettori, racconterò ora l’esperienza.

Innanzitutto non ero sicuro di volerci andare, sia per una questione di costi che di tempo sottratto a lavoro e famiglia. Ma la notte precedente il mattino dell’ultimo giorno utile per l’iscrizione ha portato consiglio, e sono andato sul sito per verificare a quanto cadeva il taglio. Sorpresa! Le iscrizioni erano state chiuse con un giorno di anticipo. Chiamo il circolo, e mi dicono che non c’è più nulla da fare. Mi sembrava strano (la normativa tecnica è molto chiara sul punto), ma mi metto l’animo in pace e passo oltre. A fine mattinata guardo un’ultima volta il sito, per scrupolo e invidia, e con somma meraviglia mi accorgo che le iscrizioni sono state riaperte. Wow! Con l’aiuto prezioso della segreteria del mio circolo provvedo ad iscrivermi. Sono dentro!

Lunedì prova campo. Faccio le prime 12 buche e trascuro le altre, le immagino soltanto (ero troppo stanco, era tardi e avevo ancora del lavoro da fare).

Martedì parto con le prime 9 pressoché perfette (+1), poi le seconde sono più difficili (+8). Errori mentali molto più che tecnici, mi sono lasciato distrarre ma complessivamente sono soddisfatto.

Il secondo giorno vado meglio. Quando il secondo colpo alla 18 atterra nei pressi del green sono certo di essere nel taglio, che era il mio obiettivo (ero 67° come handicap nelle iscrizioni e passavano i primi 48, quindi era tutt’altro che scontato). Aver poi imbucato da fuori per il birdie mi ha dato la carica.

Ieri, ultimo giorno, tutto procede al meglio fino alla 15, dove faccio un errore marchiano con l’approccio (un sand da 80 metri dall’asta che, complici il vento e la discesa, batte lungo e finisce in ostacolo d’acqua). Vado in confuisione per qualche minuto e ne esco con un triplo bogey. Cosa che un po’ mi pesa ma passo oltre. Finisco con par – bogey – par e sono comunque molto soddisfatto.

Alla fine sono 38° (ero 31° dopo il primo giro e 30° dopo il secondo) e torno a casa felice.

Ho speso qualcosa più di 300 euro in totale.

Le statistiche:
– media colpi: 81,77
– fairway: 62,21%
– GIR: 37,61%
– up and down: 33,52% (qui c’è da lavorare, soprattutto nelle uscite dal bunker sono stato insufficiente)
– media putt: 31
– putt per GIR: 2,08

Gli errori:
– non aver comprato la mappa del campo (l’ho ricavata dal sito ma non è sufficiente, deve essere molto più analitica – questa cosa la faccio in genere);
– qualche errore di troppo negli approcci col sand dai 50-80 metri (voglio provare ad usare il pitch quando possibile);
– come detto, le uscite dal bunker.

Giudizio complessivo su campo e circolo: bellissimi.

Complessivamente un’ottima esperienza.

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