Mar 25


A volte penso alle brutte gare che ho fatto: domenica al mio circolo, per dire, ne ho tirati 89 – di cui 49 nelle seconde, con un quadruplo alla 18. Non è stato piacevole.

A volte penso ai miei anni: 43 non sono pochi, per qualcuno che vuole diventare professionista e si dovrà confrontare con colleghi che potrebbero essere suoi figli e che probabilmente hanno cominciato a giocare a golf all’età della sua figlia più piccola (che è alla scuola materna).

A volte penso che nessuno mi ha obbligato o mi obbliga a incaponirmi su questo percorso, al fatto che quando sarò professionista mi mancheranno le gare di circolo eccetera.

A volte penso anche che chiacchiero troppo, mentre non servono (tante) parole per far vedere che sei un professionista; e che alla fine nel golf you are your numbers.

Ma questi pensieri, lo confesso, mi durano poco. Così come vengono, altrettanto leggermente se ne vanno. Io voglio diventare pro, voglio continuare ad apprendere i segreti di questo sport e poi trasmetterli a chi avrà la pazienza di starmi ad ascoltare.

(Tenendo presente quel che dice Rudy Duran, primo maestro di Tiger, sull’ultimo “Golf Digest”:

Tiger showed me that golf is learned, it isn’t really taught. I just tried to provide a setting in which he could discover.)

Nella prossima vita devo ricordarmi di prendere un bastone in mano a tre anni. Per questa va bene così.

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Mar 18


Alessandra Donati è una ex bancaria appassionata di golf che da tre anni
gestisce il blog Golfissazione. Una “collega”, potrei dire. Il suo blog è una sorta di teatro della vita – perché il golf non è altro che uno specchio della vita stessa, e Alessandra ha la sensibilità per coglierne le varie sfumature, sia positive che negative. Allora la conversazione con lei è partita dal golf (ovviamente), ma si è poi allargata ai medesimi temi di cui tratta La vita 2.0.

Abbiamo parlato del suo handicap di gioco (“Non conosco esattamente il mio ega, so che nel mio campo gioco 25”), e mi ha colpito il fatto che qualcuno che tiene un blog di golf non conosca il suo handicap. Ma poi ho capito: la risposta corta è ars longa vita brevis. Quella più articolata, che mi ha dato lei, è questa:

Il mio handicap, che era sceso fino a 18, col tempo è risalito perché non gioco più con la passione di prima. Non sono abbastanza motivata a migliorare, ho troppi interessi diversi e la vita è breve. Ossia la passione c’è ancora ma si è trasformata in qualcosa di diverso. Apprezzo il verde, l’aria pura, la compagnia delle persone con cui gioco e la meditazione che il gioco mi dà. Sono completamente presente a ciò che faccio quando gioco: ecco come medito.
Poi devo dire che gioco peggio da quando ho il blog, da quando scrivo di golf e ho una corrispondenza con i miei lettori, che adoro. Sono tutte persone fantastiche: nemmeno se li avessi scelti uno ad uno avrei potuto fare di meglio. Ho più stimoli umani che di gioco.
Comunque devo ammettere che quando gioco proprio male non mi diverto affatto.

Gianni: Mi parli dei tuoi libri di golf?

Alessandra: Il primo è un libro cartaceo dal titolo Tutti pazzi per il golf, una raccolta di racconti ironici che avevo scritto sul mio primo blog (che non esiste più). Il secondo è un libro “mentale” su come migliorare a golf e nella vita, un ebook di 160 pagine, dal titolo 10 passi per imbucare a golf e nella vita. Parla di autostima, fiducia in sé e sicurezza, come acquisirla per vincere paure, dubbi e preoccupazioni. Sai quando pensi ‘Non so che ferro tirare, ci vorrebbe il 7 ma uso il 6 per paura di stare corto…’, e poi fai una flappa con palla in acqua? Ecco a cosa serve nel golf!

Gianni: Come si fa per averli?

Alessandra: In questo momento non sono in vendita sul sito, ma sto rimediando.
Il mio libro cartaceo l’ho venduto personalmente nei campi da golf e nei pro shop dando in beneficenza il ricavato alla Shalom onlus, cosa di cui sono molto contenta.
L’altro, l’ebook, ho iniziato a venderlo su Internet e ha avuto una buona accoglienza, per questo motivo lo sto rilanciando. Lo metterò in vendita insieme a due report (mini-ebook di una ventina di pagine l’uno) e un buono sconto per un viaggio di golf.

Gianni: Che cosa hai imparato dal tuo blog?

Alessandra: Soprattutto a stimarmi di più. Ho sempre pensato di avere poco da trasmettere alle persone; invece, dai riscontri avuti mi sono accorta che non è così, che quello che dico spesso piace. Ho imparato a vincere la paura di essere insignificante – e non la considero poca cosa.

Gianni: Qual è la storia più bella di cui sei venuta a conoscenza grazie al tuo blog?

Alessandra: Non è una storia di golf. Questo è il post che decisamente considero il più bello tra tutti quelli che ho scritto in tre anni di blog. Non in tutti i post parlo di golf perché i golfisti fanno anche altre cose e cercano la felicità come i tennisti e i ciclisti, come tutte le persone del mondo… In questo post ci sono pillole di felicità, spunti per distinguersi dalla massa e quasi tutti quelli che hanno commentato hanno operato un piccolo miracolo: hanno detto di essere “strani”, cioè hanno riconosciuto la grandezza della loro anima.
Ecco: quel post è riuscito ad estrarre il meglio da tutti coloro che lo hanno letto, e io sono orgogliosa di averlo scritto.

Insomma le mie domande tendevano tutte al golf, e le sue risposte ampliavano il concetto alla vita anche al di fuori dal campo. Come traspare in maniera chiara dalle sue parole, Alessandra è una persona serena e in armonia con se stessa (“Il mio primo obiettivo è la serenità familiare, l’accordo pieno e sinergico con mio marito e la felicità dei miei tre figli”), e io la ringrazio per quel che può dare a tutti noi.

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Mar 11


Non c’è un motivo particolare per cui parliamo oggi di David Duval. Diciamo che è un argomento che da tanto tempo mi frulla per la testa, credo sia una storia che contiene delle lezioni da imparare. (Ci deve essere tanto della metafora, nella vita di quest’uomo – in quella golfistica quantomeno.)

Il golfista che era stato numero 1 al mondo – ma questo era tanto tempo fa –, che aveva vinto il British Open – dieci anni fa –, colui che aveva segnato una carta da 59 colpi all’ultimo giro del Bob Hope Classic (aprile 1999) – terminando con un eagle per vincere di un colpo –; ecco, proprio quell’uomo ha poi smarrito la via, sia per problemi personali che fisici (ma in fondo cosa sappiamo noi, della vita di un golfista professionista?), ad un certo punto era finito nella parte bassa – molto bassa – della classifica dei primi mille golfisti al mondo.

Da numero 1 a numero 882, posso solo immaginare quanto una cosa del genere sia difficile da digerire.

Poi la zampata, improvvisa e magnifica: secondo a pari merito allo US Open del 2009, anche se a quella prestazione non sono seguite altre degne di nota nei mesi successivi. E così non ha preso la carta per il 2010, giocando però grazie agli sponsor.

Per il 2011 invece le cose sono cambiate: ora la carta ce l’ha (“Eh… mi sento di nuovo sbirro”, per dirla alla DeNiro in Prima di mezzanotte) Al momento è 51° nel PGA Tour, 56° nella FedEx Cup e al posto numero 185 nel mondo.

In questa intervista, pubblicata quasi cinque anni fa, Duval parla di sé e dice molte cose che sono attualissime ancora adesso. E anche a prescindere da lui. Dice per esempio, riferendosi a quando nel 1999 diventò numero uno al mondo,

All of a sudden, I was supposed to have all the answers. But I didn’t have any different answers than when I wasn’t No 1.

Tornerà, non tornerà? Chi può dirlo. Ma è una bella storia da raccontare.

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Mar 04


Cominciamo proprio dall’inizio, dall’articolo 1:

Il Citielle Challenge Tour 2011 si articola su 24 gare.

Ventiquattro gare (erano diciassette l’anno scorso, dodici due anni fa). Io mi sono sempre chiesto come faccia l’amico Beppe Lazzarotto a organizzare un circuito del genere (sponsor, premi, segreterie eccetera) in tutti questi bei campi dell’Italia nordoccidentale; e intanto portare avanti un’azienda eccetera.

Non ho la risposta, ma la realtà è davanti ai miei occhi. Senza contare il punto più importante di tutti, i progetti per il Ciad e la Romania. Mi piace quel che fa, stimo la persona.

E quest’anno l’appuntamento è in campi come Garlenda, Castelconturbia, Torino, Cherasco, Biella, Margara, Tolcinasco, Varese, Villa d’Este, Royal Park – per fare qualche nome.

Mio caro Beppe: ancora una volta, chapeau.

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Feb 25


Ho conosciuto in questi giorni per caso Antonio Burzio, professionista di golf che ha iniziato “alla vecchia maniera”, come dice lui, ovvero facendo il caddie d’estate. Ne ho approfittato per porgli qualche domanda sul golf. Ecco qui la nostra chiacchierata.

Gianni: Puoi raccontare come ti sei avvicinato al golf?
Antonio: Il golf l’ho conosciuto nel modo più classico, ormai in disuso, come caddie. Da ragazzino a Cervinia in estate facevo il caddie come tanti altri miei amici e poi da qualche swing rubato qua e la, magari mentre si aspettava, ho avuto la possibilità di iniziare a giocare e non ho più smesso.

G: Com’è nata e come si è sviluppata l’idea di diventare pro?
A: Il golf l’ho iniziato a 12 anni e però l’ho preso subito molto seriamente, ricordo solo che volevo giocare ad ogni momento e che una domenica di pioggia era un evento catastrofico per me, in quanto non ci sarebbe stata la gara, fosse stato per me avrei giocato con ogni tempo… Diciamo che decidere di diventare Pro è stata una naturale conseguenza di una passione, di una amore veramente forte che avevo e che sento tutt’ora per il golf, anche se purtroppo ora per i molteplici impegni, professionali e privati, gioco veramente poco.

G: Qual è stato il momento che consideri migliore della tua carriera golfistica?
A: Gli anni sotto la guida del mio Maestro-Amico Fulvio Picco. Con lui sono riuscito a togliermi belle soddisfazioni, niente di eclatante raffrontato alle gioie che ci danno i Molinari e Manassero, ma che comunque ricordo con orgoglio. In parallelo vorrei anche cosiderare le soddisfazioni che l’attività di maestro mi ha regalato in circa 13 anni di insegnamento: anche i sorrisi di allievi che sono riusciti ad ottenere un bel risultato sono motivo di soddisfazione.

G: E il punto più basso?
Quello che sentono tutti i golfisti a fine giro, quando va male. L’impressione di aver toccato il fondo e di aver giocato il peggior golf della propria carriera… ma poi il vero golfista è sempre comunque a caccia dietro la pallina.

G: Quali insegnamenti hai tratto dall’uno e dall’altro caso?
A: Dai ricordi positivi ho imparato che quasi tutto è possibile, dipende da noi stessi e dalla nostra convinzione ed impegno. Da quelli negativi che c’è sempre in agguato un altro giorno di golf pessimo, quindi mai lasciarsi affrangere, quello che può sembrare nero ed irrecuperabile a volte si risolve con una semplicità inaspettata.

G: Come vedi il golf italiano, sia professionistico che amatoriale?
A: Per il settore professionistico possiamo solo fare una cosa, goderci lo spettacolo dei nostri Molinari e Manassero augurandoci che altri li raggiungano. Io sono cresciuto seguendo le gesta di Rocca, emozioni intense, io ero incollato allo schermo quando imbucò il putt kilometrico dalla Valley of Sins a St. Andrews e ricordo anche le lacrime di commozione (mie e sue). Credo però che i tempi siano ora molto diversi e che giocare al livello dei nostri tre campioni sia un’impresa formidabile, li ammiro molto, non solo per il loro gioco, ma anche per la loro immagine bella, pulita e serena, sono dei modelli di sportivi che molti giovani farebbero bene a tenere in considerazione piuttosto che uno dei tanti calciatori pazzi e stravaganti (per non dire altro…).
Per il settore amatoriale vedo una situazione di stallo. Si fa molta promozione ma poi le barriere ci sono ancora e sono invalicabili. Purtroppo in Italia siamo abiutati a campi comunque molto belli e di conseguenza costosi, quindi non vedo chance che il golf possa essere più economico di quanto sia ora. La soluzione sarebbe solo quella di iniziare a costruire campi a basso profilo che consentano green-fees intorno ai 10-15 euro al massimo.

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Feb 18


Le sensazioni… sono le sensazioni, soprattutto, che i miei maestri Andrea De Giorgio e Roberto Cadonati mi hanno insegnato a ricercare, in questi due anni e più di lavoro con loro. E allora questa settimana agadiriana la racconto tramite le sensazioni provate.

1. Il senso di appagamento, nella solitudine silenziosa dell’ora del meriggio, dato dal tirare ferri in libertà, nel sole pieno del Soleil.

2. Il senso di controllo del colpo in fade, con un ferro 8 oppure un 5. Allinearsi col corpo a sinistra, piazzare il ferro in direzione dell’obiettivo, fare lo swing tagliando leggermente la palla e vederla partire a sinistra e poi, come per magia, curvare verso destra e atterrare proprio là dove avevi immaginato. Sì, c’è qualcosa di magico in questo. (Sarà perché ho imparato il fade al mio ottavo anno di golf.)

3. Il senso di stanchezza che mi ha preso al risveglio del secondo giorno, dopo un martedì furioso passato a tirare palline in campo pratica. Le mani mi facevano male, e la cosa mi piaceva. (Ho conosciuto per caso proprio quel mattino David Carvallo, maestro cileno a Cherasco, il quale mi ha detto: “Se alla sera le mani e la schiena non ti fanno male non puoi diventare professionista”.)

4. Il senso di missione compiuta, al ritorno, l’idea di aver fatto quello che volevo e allo stesso tempo le tante indicazioni su cui lavorare. Arrivare fino a qui è stato uno scherzo. Adesso inizia il vero divertimento.

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Feb 11


Agadir, Golf Du Soleil e Golf Les Dunes, 7-14/02/2011

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Feb 04


Domenica sera sono arrivato a casa con un risultato che gonfiava d’orgoglio il mio petto di golfista in erba: 13° nel lordo e 10° nel netto al Trofeo Sanremo; 79 e 75 i colpi tirati nei due giorni e handicap ritoccato verso il basso (4,7).

Della seconda giornata, soprattutto, conservo due sensazioni dominanti che descrivo a seguire.

La prima è relativa al tempo, che mi pareva non trascorrere: l’impressione è che la gara sia durata non più di mezz’ora. E qui probabilmente Einstein e la sua teoria della relatività avrebbero molto da insegnarmi.

La seconda è stata la mia calma olimpica dopo i colpi sbagliati. Non ho mai perso l’autocontrollo, e mi sono sempre messo di santa pazienza sul colpo dopo. In particolare il par 5 della 15 (la mia terza buca di giornata) – dove ho fatto doppio bogey con un paio di errori di troppo – avrebbe potuto essere fatale. Invece non mi sono innervosito, ma ho anzi proseguito con determinazione (nonostante un bogey alla buca dopo) con un birdie e una bella striscia di par. E a tale proposito mi sovviene Jovanotti che in Temporale dice:

L’invincibile non è quello che vince sempre
ma quello che anche se perde non è vinto mai

Questo perché gli errori sono inevitabili nel golf, ma il punto centrale è come noi reagiamo agli errori: passiamo subito allo stato dissociato, come se ci guardassimo da di fuori (“Sei uno stupido! Era il caso di buttarla in bunker proprio adesso? Scemo!”), oppure dimentichiamo quel che è stato, visto che al momento non c’è più nulla che possiamo farci, e ci concentriamo sul colpo successivo?

Fatto importante della gara di domenica: i salvataggi. Un punto fondamentale nel golf è salvare il par, ovvero usare il proprio piano B quando l’A non funziona. Ricordo in particolare due colpi: alla 5 col secondo sono andato lungo al green, il colpo era difficile perché la bandiera era di pochi passi dentro al green e in discesa. Lob e putt da un metro e rotti proprio davanti alla casa di Casera. Altro colpo, la buca dopo. Ho messo un ferro 9 da centro pista in bunker (sciocchezza, ok), un bunker altissimo da cui sono uscito col lob e poi ho salvato il par da un metro e mezzo in discesa. Daviquez!

Detto tutto questo, mi rendo conto che per me Sanremo – per tanti un campo normale – è un vero tempio del golf. (Mi sono fermato qualche secondo – c’era da aspettare – ad ammirare la scultura dedicata ad Aldo Casera all’uscita della 5.)

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Gen 28


Domani inizia la patrocinata. Anzi, per me inizia oggi (ho la prova campo alle 13.30). Anzi, inizia adesso: sto partendo per andare là. Tra poche ore sarò in quel circolo, su quel campo.

E me ne avvicinerò con tanto rispetto.

Prima di tutto, rispetto dovuto alla storia cha Sanremo rappresenta.

Poi, rispetto per lo stile del circolo, per le persone che lo vivono e lo animano.

Poi ancora, rispetto per il campo: è un campo che conto di riuscire a domare prima o poi (a quando, Gianni caro, un giro in 69 colpi?) – sebbene fino ad ora abbia sempre vinto lui.

Infine, rispetto per il gioco del golf, per lo spirit of the game che nei prossimi giorni pervaderà quel luogo.

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Gen 21


Accolgo con piacere la notizia che Edoardo Molinari è il primo professionista italiano ad avere un suo sito.

In effetti, pensando all’uso estensivo che del Web – di Twitter per esempio – fanno giocatori come Lee Westwood, Ian Poulter e Rory McIlroy, tanto per fare qualche nome, e anche considerando Francesco, il cui sito non è ancora pronto ma che fa un buon utilizzo di Twitter, direi che la notizia è assolutamente positiva.

Edoardo, numero 19 al mondo e numero 10 in Europa, è un’icona del golf e un ambasciatore del nostro sport del mondo: quel che fa e che dice viene esaminato, fa la differenza, è importante.

Tra quello che ho apprezzato in particolare del sito segnalo la sezione News, al momento scarna di contenuti ma che promette bene, e le sezioni Team e Sponsor, che permettono di capire meglio come funziona l’“azienda Edoardo”.

Tra le note secondo me non del tutto azzeccate c’è la concezione del sito come “vetrina”, qualcosa che non è in piena sintonia col Web 2.0 e dunque avrà verisimilmente bisogno di un restyling non troppo in là nel tempo. Anche i testi italiani danno a tratti l’impressione di essere tradotti dall’inglese.

Vedremo gli sviluppi, ma il fatto stesso che un professionista della sua levatura abbia deciso di avere una “casa” sua nel Web è un fatto degno di nota e che non può che far piacere a tutti i golfisti.

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