Ott 31

Photo credit: Benjamin Oakley Wilson

Photo credit: Benjamin Oakley Wilson


Adoro questo periodo! Certo ha le sue difficoltà – le poche ore di luce soprattutto, perché come diceva Ben Hogan,

The only thing golfers really need is more daylight. There isn’t enough time during the day to practice and play, to key one’s game up to where it should be.

Tuttavia ha dei vantaggi innegabili, primo tra tutti il fatto che la lontananza forzosa dalle gare (per me la prossima sarà il Trofeo Sanremo di fine gennaio) lascia molto tempo per lavorare sulle proprie debolezze.

E il punto, ho capito, è proprio questo: lavorare sulle proprie debolezze.

Ciò dipende dagli obiettivi: se l’obiettivo è arrivare ad un livello di gioco “medio” (qualunque cosa ciò voglia dire), allora il principio di Pareto, magistralmente spiegato da Tim Ferriss, che è il mio nume tutelare in fatto di lavoro (in sintesi: lascia andare i dettagli e concentrati sul 20% davvero essenziale per quello che fai), illustra chiaramente un fatto: che è mooolto meglio concentrarsi sui propri punti di forza lasciando perdere i dettagli. (Quindi se sei 18 e vuoi diventare 12, per dire, vai agli approcci e concentrati sul putt e trascura il resto (drive in primis, che incidentalmente è il suono principe che si ode in qualunque campo pratica).

Ma nel mio caso, dove l’obiettivo di medio periodo (12 mesi) è diventare un “2 virgola stabile”, quello di lungo (3-5 anni) diventare scratch e quello di lunghissimo (8 anni) diventare il golfista migliore che io possa diventare, allora le cose cambiano. Allora non basta più mettere l’accento sui punti di forza, ma bisogna – necesse est – andare a curare i punti deboli. Ovvero:

– guadagnare 10 metri col drive senza perdere in accuratezza;

– migliorare le statistiche coi ferri 5, 6 e 7 e i due ibridi.

I numeri precisi non sono importanti qui, e nemmeno le statistiche (sul concetto di statistica sto riflettendo molto, in seguito soprattutto alla lettura di questo libro, sebbene mi occorra ancora tempo per metterne in pratica i dettami); il punto è che sempre più mi è chiaro che devo proseguire sulla strada della deliberate practice.

La strada è questa, ed è corretta. la deliberate practice è faticosa, it hurts. Non è piacevole: fa male. Ieri ho fatto un’ora di pilates, poi un’ora e mezza di pratica concentrata e infine quaranta minuti di corsa con fartlek con Luciano, il mio preparatore atletico (e grande amico). Verso la fine ero stanchissimo, ma so che è necessario per il raggiungimento degli obiettivi, dunque lo faccio e basta.

E l’autunno, le nebbie, le temperature calanti e le ore di luce declinanti sono uno sfondo meraviglioso per questi pensieri e questa pratica.

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Ott 24

Every Shot Counts
Innanzitutto devo ringraziare Mauro, che credo sia il lettore più fedele di questo blog, per avermi suggerito di spostare questo libro in cima alla mia lista “e di leggerlo il prima possibile”.

Detto fatto (ah, quant’è facile comprare libri con il Kindle! Il problema viene semmai dopo, perché io adoro i miei “vecchi” e tradizionali libri di carta). Ho iniziato subito a leggerlo. Certamente ne farò una recessione approfondita in futuro, quanto l’avrò terminato e assimilato, ma per oggi vorrei concentrarmi su un punto sul quale ho spesso riflettuto, e che è anche uno dei cardini di questo volume: quanto è importante il gioco lungo nel gioco complessivo di un golfista?

La mia idea è questa: è molto importante per gli handicap alti e bassi, meno per quelli medi.

Ovvero: per un handicap fino a 20-25 è fondamentale, perché se non riesci a mettere la palla in pista non puoi proseguire, in gara segni una sfilza di X e di fatto perdi motivazione.

Per un handicap medio, diciamo dai 20 ai 5 (mi rendo conto che la mia definizione di “medio” può non essere condivisibile, ma prendiamola cum grano salis, o meglio letteralmente – ovvero come qualcosa che sta in mezzo ad altre cose), l’importanza relativa scende, perché in pista la metti già e hai un numero di colpi sufficiente per provare altre strade. Infatti per scendere a una cifra il gioco corto è fondamentale e imprescindibile.

Quando scendi ancora più in basso (single digit basso), allora ritorna importante, perché senza un gioco lungo lungo per davvero non vai molto lontano. (In effetti mi rendo conto che io ho due prossime aree di miglioramento: 15 metri in più col drive e più green presi coi ferri 5, 6 e 7.)

Mette conto anche notare quanto Dave Pelz, guru riconosciuto del gioco corto, ha detto a John Paul Newport che lo intervistava per questo articolo (la citazione è inserita nei commenti perché per questioni di spazio non potè entrare nel testo):

If you could improve any one aspect of your game to pro level, what would you choose? It would be the long game, absolutely. The problem is, you can’t. It would take forever and you still couldn’t get there.
[Se potessi portare qualunque parte del tuo gioco a livello professionale, quale sceglieresti? Il gioco lungo, assolutamente. Il problema però è che non puoi: ci vorrebbe un’eternità e non basterebbe ancora.]

Insomma se il tuo handicap è davvero basso (diciamo intorno ai miei livelli attuali), ciò significa che il tuo gioco corto e il tuo putt sono generalmente molto più che buoni. Ma per arrivare a 0 o a un handicap positivo devi migliorare il gioco lungo, ovvero devi dedicare altri anni a fare quello che hai fatto finora sul putt e negli approcci, che costituiscono la parte di gioco dove hai maggiori possibilità di intervenire.

E questo è il commento di Newport:

Pelz and Broadie agree that for almost everyone, the best and surest way to lower your score is to work on the short game, because rapid improvement is possible there, quickly. Making substantial improvements in the long game takes months and years of hard work.
[Pelz e Broadie concordano sul fatto che per quasi tutti il modo migliore e più sicuro per abbassare lo score è quello di lavorare sul gioco corto, perché è un’area in cui un miglioramento rapido è possibile. Effettuare miglioramenti sostanziali nel gioco lungo richiede mesi e anni di duro lavoro.]

(Gianni, forza e coraggio.)

Ott 17

Margherita
Ieri, gara alla Margherita.

Poiché nel golf you are your numbers, inizio dal numero: 74 (+2: 2 birdie e 4 bogey).

Ma il punto fondamentale non è tanto il numero (rispettabile), quanto che in the heat of the action i par mi sembravano cosa assolutamente normale, anzi a volte un poco stretta: come alla 2, alle 7 e alla 15 dove la differenza tra il par e il birdie è stata questione di un paio di centimetri, non di più.

E anche i quattro bogey sono stati sostanzialmente sciocchi e, tranne un caso, evitabili. Alla 3 ero in fairway a 95 metri dall’asta e non sono riuscito a prendere il green (cosa che forse è più difficile del suo contrario). Alla 9 ero in green col primo a cinque metri, in discesa non drammatica, e intimorito dalla discesa ho fatto tre putt. Alla 11 dal fairway col ferro 7 non ho preso il green. Alla 16 mi è venuto un po’ di braccino e il bogey era quasi scritto (sebbene il putt per il par sia sbordato di un centimetro forse).

Il punto quindi non è la sbordata (che fa parte del gioco) o il bel colpo, ma l’idea che sta alla base del mio gioco attuale: che fare un bel colpo dopo l’altro è normale, è qualcosa che mi aspetto; e se faccio un errore ebbene, anche quello fa parte del gioco.

I dati:

– fairway: 86% (12 su 14)
– GIR: 50% (9)
– up and down: 67% (6 su 9)
– putt: 29
– putt per GIR: 1,89

Una nota sul putt: la media per l’anno è ancora altina (30,9), ma per gli ultimi dieci giri registrati è di 29,9 – in linea dunque col mio obiettivo di stare sotto i 30.

E una conferma: anche solo guardando questi dati è chiaro che devo lavorare soprattutto sui ferri medi e lunghi (per me, ciò significa 5, 6, e 7), ovvero quella parte di gioco non all’altezza del resto.

Ma ripeto, la consapevolezza di giocare bene e di trovarlo normale (ovvero la forza mentale, al di là della capacità tecnica) è un punto di forza non da poco. Sempre più trovo conferme della teoria delle 10mila ore: il che mi spinge a continuare (“Keep grinding”), a investire energie nella deliberate practice. Il tutto per la soddisfazione insita nel farlo, e per nessun altro motivo.

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Ott 10

Margara
Ieri sono stato a Margara per la prova campo di questa bella gara che inizia oggi e cui avrei tenuto a partecipare. Ma sapevo che ero troppo indietro nella lista di attesa e che non avrei avuto possibilità reali per entrare nel field (se non forse presentarmi questa mattina e sperare in un ritiro, e contemporaneamente sperare che qualcuno più in alto di me non avesse avuto la medesima idea – ma sono un po’ troppo vecchio per queste cose).

Allora ho preso la prova come una gara con me stesso. Incidentalmente sono stato il primo della giornata – una sorta di dewsweeper -, e l’obiettivo per tutta la mattina è stato quello di rimanere concentrato sulla gara con me stesso, nel giocare un colpo dopo l’altro in scioltezza e fluidità.

Sono partito senza pratica (appunto perché non volevo stare dietro ai ragazzi che avrebbero provato il campo, e che giustamente ne avrebbero tirate mille da tutte le posizioni possibili), e i bogey alla 1 e alla 2 erano quasi scontati. Da lì in poi però mi sono messo a giocare, e ho finito in 77 colpi (-1 netto) con questi dati:

– fairway: 87% (13 su 15 – Margara ha 3 par 3 e 3 par 5)
– GIR: 33% (6)
– up and down: 44% (4 su 9)
– putt: 29
– putt per GIR: 1,83

Indicazione su cui lavorare: precisione coi ferri lunghi da migliorare.

Niente di eclatante, ma un solido giro di golf. Sensazione positive, swing fluido, pensieri in linea con l’obiettivo. La gara la faranno altri ma pazienza, io mi sono divertito.

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Ott 03

Talent Is Overrated
Ho fatto qualche conto.

Undici stagioni di golf, circa 500 giri completi, soprattutto circa 4mila ore di pratica concentrata e focalizzata.

Ci ho messo sei anni e qualcosa per girare in par nel mio campo; da allora ho fatto diversi +1 in campi diversi, ma non sono più arrivato a quel punto (per meglio dire: non ci sono ancora arrivato, perché so che lo rifarò e so anche che andrò sotto par).

Ho pensato soprattutto al concetto di pratica, del diventare il golfista migliore che io possa diventare, alla teoria delle 10mila ore (attenzione, al proposito! Sul Web si trova di tutto sul punto, ma prima di giudicare occorre documentarsi, non fermarsi agli articoli giornalistici ma andare direttamente alla fonte, che è il professor K. Anders Ericsson).

Ora, questo punto – la deliberate practice – è fondamentale, e un po’ per caso un po’ per scelta io mi trovo in una posizione ottima per valutare l’efficacia della teoria. Certo, mi piacerebbe preparare un progetto più “scientifico”, con tutti i crismi delle misurazioni eccetera. Un po’ come fa il mio “omologo” americano Dan McLaughlin – anzi, devo ringraziarlo perché aver preso contatto con lui in queste settimane e aver letto il suo ebook sono stati stimoli prima per affrontare letture nuove (Talent Is Overrated innanzitutto, ma altre seguiranno in questi mesi) e anche riletture. Il che, di conseguenza, porta rinnovato vigore al mio progetto, per quanto ruspante e casalingo esso sia. Per riassumere:

– il mio progetto di diventare un “virtuoso” del golf è nato per caso;

– ha preso corpo per cause molteplici: la mia testardaggine, la vergogna di farmi vedere in campo a giocare all’army golf, il desiderio di dimostrare a me stesso che sono bravo, la passione;

– la teoria delle 10mila ore, incontrata dopo anni di pratica, è stata linfa vitale per il progetto: sapere che la volontà ha il suo peso, nelle cose, ovvero che non è solo questione di talento innato (e di gioventù, ça va sans dire – ma sul punto si veda anche qui) mi ha fatto pensare che quel che stavo facendo aveva, dopotutto, un senso (né dimentico il Piccolo principe: “È il tempo che hai dedicato alla tua rosa che ha reso la tua rosa così importante”).

Questa teoria è importante. Intuitivamente – dopo tutti questi anni di sforzi e prove e riprove e di asticella messa sempre un po’ più in su – capisco che è sensata e fondata. Scrive per esempio Gianluca Vialli, uno che di sport due o tre cose le sa (e nondimeno mio ultimo “idolo” calcistico, per quella sua cocciutaggine di buttarla dentro, soprattutto a fine carriera), nella rubrica che tiene su Golf Today, numero di settembre:

Il talento conta, ma la pratica e il carattere ancora di più.

E della pratica dice che deve essere

di qualità (dipende dagli insegnanti/allenatori) e in quantità (dipende dalla passione e dalle motivazioni che ti spingono a provare e riprovare per diventare migliore).

Insomma non posso sapere precisamente dove mi porterà questa strada. Certo, per fare le cose ben fatte – ovvero misurabili, ovvero utili come possibile percorso futuro per altri che volessero intraprendere una strada come la mia, anche in campi diversi dell’attività umana – occorrerebbe trovare degli sponsor, rendere il tutto più scientifico e così via. Ma non importa: faccio il meglio che ho con le risorse che ho a disposizione. Il tempo che passa è un limite importante, certo, ma non una limitazione al mio desiderio. Stimo che intorno ai 55 anni di età avrò completato quel numero di ore. Da lì in poi si vedrà.

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Set 12

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L’ultimo giorno in cui sono andato in campo, a tutt’oggi, è stato il 3 agosto (avevo vinto, by the way), mentre l’ultimo giorno di pratica prima della pausa estiva è stato il 16 agosto. Da lì sono seguiti 22 giorni interi senza che prendessi in mano un bastone. L’ho fatto per scelta, perché volevo fare altre cose interessanti (le vacanze, ovviamente; ma anche la corsa, le lunghe camminate, la canoa, lo yoga) e soprattutto perché ormai so che un paio di pause lunghe l’anno sono beneficiali per il mio golf.

Anche questa volta è stato così. Lunedì scorso sono tornato in campo pratica e, al di là del fatto che ho imbucato i primi due putt (da 7 metri, ma può essere stata una combinazione) le sensazioni sono subito state positive.

Anche perché il segreto dello staccare non sta nel mettere il soffitta il golf, ma nel guardarlo da una prospettiva diversa: io per i primi giorni l’ho semplicemente lasciato a se stesso, perché sentivo la necessità di “depurarmi” dalle scorie che la ricerca del risultato porta con sé, ma poi l’ho ripreso (con cautela) dal punto di vista mentale, innanzitutto grazie a letture, che a loro volta hanno portato riflessioni eccetera. Poi negli ultimi giorni prima del ritorno ho cominciato ogni tanto a provare lo swing (senza attrezzatura), prima in maniera leggera e poi sempre più concentrata.

Mercoledì agli approcci ho imbucato di fila due uscite dal bunker. Coincidenze, si dirà; ma di quelle pesanti, perlomeno.

Poi c’è un concetto che mi ritorna periodicamente, ovvero quello della pratica concentrata. Sempre mercoledì ho fatto l’esercizio del putt e dopo dieci serie, ovvero cinquanta putt, ero drenato nelle energie. Questo significa due cose:

1) che la pratica concentrata richiede molte energie (soprattutto mentali, si capisce);
2) che per conseguenza non può essere esercitata per tante ore di seguito ma, nell’ottica del diventare il golfista migliore che si possa diventare, occorre farla possibilmente tutti i giorni (sei su sette, via).
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Su questo tipo di pratica ritornerò senz’altro presto, perché è un concetto troppo importante nel golf. Mi limito per ora a rimandare a due miei post, che a loro volta riprendono due ottimi – ottimi davvero – libri sull’argomento, qui e qui. Nonché a segnalare un libro che sto leggendo e di cui certamente dirò nei prossimi mesi, perché fa cardine su un concetto fondamentale non solo nel golf, sebbene non sia ancora del tutto chiaro: ovvero il fatto che il duro lavoro può più del talento, ovvero è molto più significativo, rispetto a quel che c’è scritto nei nostri geni, nel diventare un’eccellenza in qualunque campo umano; e devo dire grazie a Dan McLaughlin, dal cui libro mi proviene lo spunto.

(Per Fabio e tutti coloro che fanno fatica a leggere in inglese: esiste anche la traduzione italiana, vedo che non è disponibile ma certamente il libro si trova usato oppure nelle biblioteche, chi è interessato non ha scuse! :-))

Per riassumere:

staccare periodicamente dal golf fa bene e produce risultati;
la pratica concentrata produce risultati.

Ago 08

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Domenica sono tornato sul “luogo del delitto”, con un risultato discreto: 77 colpi (13 par e 5 bogey) e nuovo handicap 3,7. È stato bello, intenso, interessante – ma non “magico”. Ovvero, ho avuto la sensazione che fosse quasi un lavoro. Il che mi pare una cosa pericolosa.

Allora ho pensato di anticipare ciò che già avevo intenzione di fare: staccarmi, anche complici le vacanze, per qualche settimana dal golf giocato. Non dalle letture, non dal blog e non dall’idea di golf che ho: ma semplicemente togliermi per un po’ dal “circolo vizioso” delle gare, dell’ansia del risultato, di essere costretto (di costringermi, più precisamente) a fare bene.

Ora viene l’estate (si suppone e si spera, almeno), ci sono tante altre attività che attirano la mia attenzione: le lunghe scarpinate (e nel mio rifugio tra i monti e nella mia patria seconda), la corsa, la bici e la canoa. Il tutto senza particolari “doveri”, ma fatto per la pura gioia del farlo.

L’anno scorso mi era successa una cosa simile, ma ora sento questa necessità in maniera più profonda. Ho fatto quel che volevo, ora mi basta e passo oltre.

Ribadisco comunque le parole di un anno fa:

Adesso i tempi chiamano pensieri più leggeri: continuerò a pubblicare qui un articolo tutte le settimane, si capisce, ma in questi mesi estivi in maniera più leggera e meno ossessiva.

Niente paura quindi per questo blog: le mie tirate seguiteranno tutti i venerdì, puntuali come le tasse e la pioggia di questo periodo. Solo sarò più tecnico, più leggero e meno coinvolto. A chi mi legge auguro un mese sereno – e a settembre si ricomincia.

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Ago 01

Ho giocato a golf
Domenica 27 luglio, secondo giro dei campionati piemontesi individuali. Il primo giro era stato un anonimo 81, sia pure con sensazioni positive (ma con tee shot erranti e troppi pochi green presi, e di conseguenza il gioco corto sempre sollecitato: anche se alla fine i putt sono solo stati 28 a giocare sempre in recupero prima o poi sbagli, è matematico).

Domenica parto bene – 4 par –, mi sento bene, ho voglia di giocare nonostante tutto. Non penso a nulla, solo a fare dei bei colpi. Alla 5 imbuco un bel putt da 6 metri per il birdie che mi dà la carica. Bogey alla 7 e birdie alla 9 per finire le prime in -1.

Seguono 3 par (con un disturbo a volte più che leggero per il litigio a voce bassa ma lunghissimo tra uno dei miei compagni di gioco e la fidanzata che lo seguiva – mai mescolare gioco e amore, direi –, ma scelgo di non farmi influenzare e non dico nulla) e un bogey ingenuo alla 13 (ho preso un ferro di troppo), però subito seguito da un bellissimo birdie alle 14. Non faccio conti, gioco e basta. Mi sembra di andare col pilota automatico, ho delle sensazioni assolutamente positive.

Alla 15, un par 3 lungo, prendo il green ma sono lontano. Il primo putt scappa un po’, il putt di ritorno è l’unico errore sul putt della giornata (ho notato che quando sbaglio tendo a tenerli corti e dunque sottopendenza). Vado in par per il giro.

Bogey 16 (un ferro in meno), pazienza; bogey 17, che non mi tocca punto (è un par 4 di 410 metri, occorrerebbero un drive e un legno 3 perfetti, ma avevo già messo in conto il bogey).

A questo punto un po’ di calcoli li faccio. So che sono già sceso di handicap, comunque vada la 18, ma gioco per il par. Ottimo drive, poi anziché usare il legno 3 che mi ha dato qualche problema in giornata scelgo l’ibrido (18°, sostanzialmente un ferro 3), che piazzo in fairway sulla destra (la bandiera è a sinistra) a 80 metri. A quel punto mi occorre un sand, “impugnato leggermente corto, tre quarti quasi pieno” (questa è la nota mentale), che parte bene e atterra a un metro e mezzo dalla buca. Il putt, il numero 26 della giornata, entra per un 73 finale, che è di gran lunga la mia miglior prestazione dell’anno ma, soprattutto, un atto di pace col mio golf che ultimamente mi aveva dato qualche segnale positivo ma anche tante note contrastanti.

Ho giocato, insomma, come so di saper fare: ho giocato e basta senza tanti fronzoli. Non ho fatto nulla di particolare: dal tee ero quasi sempre il più corto (ma i miei compagni hanno fatto 75 e 79, il secondo anche grazie a una buca in uno), quindi niente scena, niente da far girar la testa. Però precisione, col putt innanzitutto (ottima) ma anche coi ferri (da buona a molto buona) e col gioco corto (più che sufficiente). Il mio golf è così: non punta sulla lunghezza ma sulla precisione chirurgica. E poi conta tanto l’atteggiamento mentale, il “pensare birdie” anziché “pensare par” (e mi sovviene ogni tanto il sogno di Ben Hogan, dove dopo 17 birdie il putt alla 18 sbordava per un par che lo lasciava scosso e insoddisfatto).

I dati:
– colpi: 73
– fairway: 79% (11 su 14)
– GIR: 50% (9)
– up and down: 56% (5 su 9)
– putt: 26
– putt per GIR: 1,67

To sum up: sensazioni ottime, ho fatto pace col mio golf. Non diventerò un professionista (non nel senso comune del termine, almeno), ma ho dimostrato a me stesso di saper giocare a golf – e questo mi soddisfa appieno.

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Lug 04

Ho preso parte, lo scorso fine settimana, ad una gara presso il mio circolo. Era una cosa che non mi succedeva da tantissimo tempo, perché quest’anno mi sono dedicato soprattutto alla gare presenti nel calendario della Federazione; e ciò a sua volta accade perché desidero competere con golfisti che abbiano abilità grossomodo simile alla mia. Ovvero preferisco essere l’ultimo o tra gli ultimi in una gara che non essere tra i primi e quindi di fatto non avere competizione; e questo perché per me il golf è prima di tutto sfida con me stesso e con il campo.

Il risultato è stato, sostanzialmente, pessimo: un +10 con quattro [sic] doppi bogey. Ho riflettuto a lungo su quanto accaduto, e ho tratto due considerazioni fondamentali: una che spiega questo risultato, e l’altra che parla del futuro di questo mio golf.

La prima considerazione, a spiegazione del risultato di sabato scorso, riguarda la mente. Prima di una gara io mi rendo conto benissimo, tramite il mio feeling, di quanto sono allineato (o meno) rispetto alla gara stessa, ovvero quanto la concentrazione, gli obiettivi sono verso la gara che sto per cominciare e quanto invece la mente è assorbita da altri aspetti della vita che nulla hanno a che fare con il golf. Nel caso di questa gara c’erano altri pensieri che non riuscivo a sistemare; magari anche questioni che in sé possono non essere importanti, però che si giravano e si rigiravano dentro la testa – e quindi di fatto la mia concentrazione non era così tanto sulla gara, insomma non avevo quella “giusta” concentrazione, la cattiveria agonistica necessaria, ma ero “distratto” da accadimenti estranei al golf. E questo spiega questo risultato, perché comunque un +5, per dire, può avere una spiegazione tecnica, ma un +10 no: non è pensabile che io possa perdere dieci colpi su un campo che conosco in ogni dettaglio.

Dunque: l’allineamento deve essere a laser rispetto all’obiettivo. E in questo senso invidio molto i ragazzi (parlo in generale), perché la differenza tra me e un golfista giovane (15-18 anni) di handicap simile non è tanto nella tecnica, che è paragonabile; non è nel fisico, perché i risultati (per esempio nella corsa) dimostrano che fisicamente sono a posto e potrei dare punti alla maggior parte di loro; ma è nella testa, perché la testa di un ragazzo è mediamente molto più sgombra rispetto alla testa di un adulto, che ahimè è occupata da pensieri che riguardano il lavoro, la famiglia, i genitori anziani eccetera.

La seconda considerazione riguarda il futuro, ovvero: dove vado da qui? Se la discesa dell’handicap dei miei primi 6-7 anni di gioco è stata molto lineare e dunque arrivare alla prima categoria reale, ovvero con un handicap massimo di 4,4, è stato un gioco da ragazzi, poi ho incontrato un muro che non sono ancora riuscito ad abbattere. Nella seconda metà dell’anno scorso gli ho dato una bella spallata, e infatti in virtù di questo fatto l’obiettivo successivo è diventato quello che scrivevo qualche mese fa, ovvero quel “2 virgola, stabile”. Il che vuol dire giocare la maggior parte delle volte nei 70 – e non negli 80 come ho fatto spesso e volentieri quest’anno.

Allora mi rendo conto di essere a un bivio: o accetto il fatto di essere arrivato ai miei limiti, mantengo questo handicap e divento un bravo o anche un ottimo giocatore di circolo e nulla più; oppure dico no, questa cosa qui non mi basta, io voglio di più.

Io su questa cosa non devo riflettere: io voglio di più, perché non mi sento affatto arrivato, e so che posso andare più lontano. Quindi l’obiettivo prossimo è molto naturale: ritorna a essere “2 virgola, stabile” e, insieme, “la maggior parte delle volte giri con il 7 davanti”. Questo è il mio obiettivo ufficiale e dichiarato per quello che rimane di quest’anno e per il prossimo, questo quello che voglio fare. In un parola è:

Keep grinding.

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Giu 27

La settimana scorsa ho raccontato della prima parte di questa gara, oggi dico del resto.

Iniziamo dal fondo, il risultato: 82 – 82 – 81 e T40 finale (un po’ peggio dell’anno scorso, dove con 240 colpi finii T30).

Ma se i primi due giri sono stati molto anonimi, il terzo è stato di tutt’altra pasta. L’errore grosso, alas!, è stato di spedire due palle in acqua di fila alla 17 per un quadruplo finale. Tolta quella buca (che comunque non è punto poco!) fa un discreto +5; ma al di là del risultato il mio gioco è stato consistente, mi sono divertito molto perché riuscivo a fare quel che volevo.

Della 17, un par 4 dogleg a sinistra con acqua davanti per i primi 180 metri, il che obbliga a rischiare un drive diritto oppure tenersi prudentemente sulla destra, ricordo il tee più basso del solito nel primo colpo; la cosa grave è stata però rifare lo stesso, medesimo errore col colpo seguente. Non accettabile. Non mi sono arrabbiato però: that’s golf, and that’s life.

Tra le note positive un campo assolutamente fantastico e un’accoglienza degna dell’occasione (di entrambi ho già detto la settimana scorsa). Subito prima della partenza dell’ultimo giro ho conosciuto un mio lettore che partecipava alla gara e che è venuto a presentarsi. Mi ha fatto molto piacere, come i miei venticinque lettori sanno è per questo che scrivo.

Mi hanno colpito anche le piramidi di palline in campo pratica: credo che per Bogogno sia cosa normale, ma a me ha ricordato tanto l’unica volta che ebbi la fortuna di giocare in un campo americano e mi impressionarono la fila interminabile di cart, la clubhouse maestosa, l’organizzazione scientifica del gioco e, appunto, le piramidi di palline che ti attendevano in campo pratica.

Complessivamente è stata un’esperienza faticosa ma che rifarei anche questa mattina stessa!

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