Giu 20

Bogogno
È in corso, fino a domenica, il campionato nazionale mid-amateur. Della gara dirò la settimana prossima tirando le somme, ma oggi desidero fare qualche commento.

Prima cosa: ho apprezzato tantissimo il fatto che la nostra Federazione abbia dedicato questo campionato a Mario Camicia per il maschile e a Maria Pia Gennaro per il femminile. (Di lui parlai qui, di lei tante volte ma in particolare qui; la “mia” rivista ricorda la gara qui.)

Stanotte sono stato in un tristissimo albergo della zona, e mi chiedevo: vale davvero la pena lasciare la famiglia, spendere dei soldi, del tempo e della fatica, rimanere da soli per una gara, sia pure relativamente importante? È un problema che mi si ripresenta ogni tanto, acuito dal fatto che il mio handicap non è basso come vorrei. (Anche Dan McLaughlin ha i miei stessi problemi, in fondo.) Ne riparlerò.

La notte è stata lunga: non riuscivo a prendere sonno, mi dolevano i piedi (questo è un gran problema che ho), mi giravo e rigiravo nel letto. In un albergo tristissimo, per di più! 🙂

Questa mattina la sveglia è suonata alle 6.40, e dopo i vari rituali e la preparazione eccetera sul tee della 1 vengo accolto da Tiziano Capello, il Segretario Sportivo, il quale mi dice di aver scorso questo blog. E dato che io per la mia scrittura sono vanitoso anzichenò, questo è un fatto che mi mette gioia! Mi sovviene Cesare Pavese e la lettera che scrisse ad un allievo il 29 luglio 1928:

E lavora, andiamo. A testa china, coi denti stretti, senza dir nulla, come una bestia. Vedrai che ti frutta. Su questo ti do la mia parola d’onore. […] Stringere i denti e senza dire una parola menar testate all’avvenire.

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Per me la scrittura è questo: fatica e sudore e gioia e gusto del fare per il fare soltanto, per null’altra ricompensa al mondo se non la soddisfazione insita nell’atto. (Un po’ come il golf, insomma.)

Il giro di oggi è stato un anonimo 82 su cui non c’è molto da dire. Il campo è bellissimo, l’accoglienza presso il circolo è stata calda, i compagni di gioco erano piacevoli, la giornata era bella e insomma va bene così.

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Mag 23

hotel 5 vie
Dopo dieci anni di golf, la settimana scorsa sono riuscito a raggiungere un mio obiettivo: prendere parte ad una gara di 72 buche passandone il taglio dopo 36. Sono stati dei giorni molto intensi e interessanti, con dei chiaroscuri di cui ora dirò.

La cosa più bella è stato aver passato il taglio: venerdì eravamo in parecchi in clubhouse ad aspettare la pubblicazione dei risultati. Io avevo fatto due belle prove (78 – 81) ed ero abbastanza sicuro di passare alla fase successiva, ovvero le 36 buche del giorno dopo; ma fino a che non ne hai la conferma ufficiale rimani sempre un po’ sospeso, si sa. Ricordo con piacere la visione del tabellone che mi dava al 24° posto pari merito e dunque ampiamente nel taglio (40 più i pari merito).

Le ultime 36 buche sono state difficili, soprattutto da un punto di vista mentale: ero esausto, svuotato e non riuscivo più a fare quel che volevo, a dare direzione ai miei colpi, a fare quel che nei due giorni precedenti mi riusciva quasi automaticamente.

Il risultato finale (39°: 78 – 81 – 85 – 86) naturalmente non mi soddisfa, ma tant’è. I dati:
– media colpi: 82,50
– fairway: 60,71%
– GIR: 37,50%
– up and down: 30,23%
– media putt: 32,25
– putt per GIR: 2,04

Chiaramente non una bella prestazione nel suo complesso, ma una splendida esperienza.

Nota curiosa del giro finale: alla buca 7 dell’ultimo giro (percorso giallo, un par 3 di 176 metri in salita) faccio un colpaccio con l’ibrido, che chiudo inesorabilmente. La pallina, diretta in acqua, colpisce una pianta e atterra in fairway, a 50 metri dalla buca. Approccio di media riuscita e putt fortunoso che da tre metri abbondanti finisce in buca per un par “rubato”. Alla 12 (la 3 del blu, un par 4 di 394 metri) tiro un drive perfetto in centro pista, un ferro 6 splendido che batte un paio di metri più in là del dovuto e finisce in rough a cinque metri dalla bandiera. Da lì sbaglio il chip – avrei dovuto approcciare, ma in quel momento non mi sono ricordato di esserne capace -, il putt di un metro abbondante in discesa e anche il putt di ritorno per un 6 finale decisamente non veritiero. Ma nel golf you are your numbers, si sa.

Tra le note positive anche la camera d’albergo – per curiosa combinazione, la stessa dello scorso anno – che è stata casa mia per quattro giorni.

Del campo ho già detto ampiamente, lodandolo come merita; lo stesso va detto per le persone che in quel circolo lavorano, gentili e accoglienti.

Questa non è andata, ma non importa: tutto bellissimo, si va alla prossima.

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Mag 16

Questo è un post – mi scuseranno i miei venticinque lettori – scritto un po’ di fretta. Il motivo è che mi trovo nel mezzo di una gara cui tengo particolarmente, tra il primo e il secondo giro, giro che determinerà il taglio e quindi le eventuali, residue 36 buche di domani.

Ieri è stata una gran giornata, come testimonia il risultato: tredicesimo sui 91 partenti. Ho fatto un totale di +6 (quattro bogey e un doppio), un giro molto regolare – un giro dei miei, diciamo (gli 88 sono un’anomalia, per fortuna) – in cui tutto, sostanzialmente, quadrava. E anche gli errori marchiani, come il doppio alla 3 (drive perfetto in centro pista, ferro 6 senz’anima a 10 metri dal green, top col lob, chip da dimenticare e due putt), non mi hanno infastidito. That’s golf (e that’s life, soprattutto, potremmo dire).

(Nota laterale: l’handicap è sceso a 3,7.)

Ora le prospettive sono di passare il taglio – affare impegnativo, ovvio, ma possibile – per affrontare domani le ultime 36 buche: cosa che non ho mai fatto prima, e se dovesse capitare sarò proprio curioso di vedere soprattutto come risponderà il mio fisico.

Quanto al campo, be’, è assolutamente splendido: confermo tutto quanto scrissi lo scorso settembre. I green, in particolare, sono magnifici: molto veloci ma tengono perfettamente la linea (very tough but fair, in un sintagma), ed è un piacere pattarci.

Insomma vai, Daviquez; e que será, será.

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Mag 02

Ottantotto colpi.

Mi è successo ieri.

Nel mio campo preferito, in questa gara.

Con condizioni di campo molto buone e compagni di gioco piacevoli.

Ottantotto colpi sono tanti da qualunque punto di vista li si guardi. Ho ripercorso la gara colpo per colpo, per cercare una chiave, un’interpretazione, una spiegazione. Sono stato stranito per tutto il giorno, ma più per incredulità che per altro.

Alla fine ho concluso che il punto è questo: se tiri qualche colpo di troppo puoi andare a cercare le cause, magari il drive, magari i ferri lunghi, il putt o quel che sia, ma se ne tiri così tanti – la differenza, diciamo, tra una virgola e un virgolone – non solo non serve analizzare, ma è pure controproducente: perché un ottantotto non si spiega, se ne prende atto e si passa al punto successivo.

Perché il golf ha, tra tante altre cose, questo di bello: che il giorno dopo – nella fattispecie oggi, se il meteo lo permetterà; o domani, o quando sarà – è un’occasione nuova per mettersi alla prova.

Ho sbagliato una gara cui tenevo. È fatta, passo oltre.

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Apr 18

Due settimane fa scrivevo, per così dire nel mezzo dell’azione, della gara nazionale cui ho partecipato. Ora, passato un po’ di tempo (ed elaborato in parte il lutto improvviso per la perdita della “mia” direttrice), ne scrivo in maniera più lucida e distaccata.

Del mio gioco ho poco da dire. Sono finito in fondo alla classifica; non che non fosse prevedibile, visto che per handicap ero tra gli ultimi, però ho mancato troppi green (ne ho presi poco più del 30%), e soprattutto negli up and down sono stato disastroso (24%). Ho però delle indicazioni precise sui cui lavorare in questo periodo:

– più palestra (e soprattutto più pesi, tutti i giorni) per allungare la distanza con drive e legni;

– più allenamento nel gioco attorno ai green;

– più forza mentale (a volte mi pareva di comportarmi come se non mi importasse fare bogey, come se non facesse differenza; e invece dentro di me la fa, e come!).

Invece mi interessa approfondire aspetti generali di questo tipo di gare.

1. I tempi di gioco: abbiamo completato sia il primo che il secondo giro in quattro ore e un quarto [sic], senza nessun problema e senza dover correre. È logico che dato il livello medio dei partecipanti a queste gare il numero di colpi non sia alto, però il ritmo deve essere questo, sempre: non ha senso passare sei ore in campo per una qualsiasi gara (o, peggio ancora, per una gara qualsiasi).

2. La differenza nei risultati, diciamo tra un 75 e un 84, sono “piccolezze”: per esempio alla 3, un par 3 di 150 metri in discesa e quindi per me un normalissimo ferro 7, nel secondo giorno né io né un mio compagno di gioco abbiamo preso il green. Nell’approccio io l’ho messa più vicina rispetto a lui: io a poco più di un metro e lui a due metri abbondanti. Però poi lui ha messo il putt e io no. Sembra una sciocchezza, ma alla fine di un giro episodi minimi come questo fanno tranquillamente la differenza tra un giro ottimo o buono e uno pessimo. A questo proposito devo notare due cose:

– la naturalezza che un ragazzo può avere in qualunque colpo di golf: per me lo swing e il putt sono costruiti, nel senso che sono movimenti che ho appreso da adulto e dunque mi rimarranno per sempre un po’ “appiccicati”, per quanto tempo io possa dedicare alla pratica (e ricordo un commento fatto di recente da Silvio Grappasonni a un approccio di Els: lui notava quanto si vedeva il fatto che quel colpo lui l’aveva praticato da sempre, e dunque è in lui un gesto assolutamente naturale);

– in errori come questi c’è una componente motivazionale: a volte mi pare di non volere abbastanza un determinato risultato. La volontà conta, e come! Su questo punto, come notavo sopra, devo lavorare.

3. In una delle rare attese sul tee, ho parlato con un golfista del team successivo, che mi pareva grossomodo mio coetaneo; e quando ho scoperto che era più giovane di me ho avuto la netta sensazione (confortata dall’osservazione dei miei “colleghi” nei tre giorni di gara) di essere il più vecchio partecipante alla gara. Questo da una parte mi inorgoglisce, perché la mia potrebbe essere l’età in cui le gare le guardo in TV e io invece sono lì a fare fatica, a gioire eccetera; però dall’altra mi rendo conto che molti tra i partecipanti sono ragazzini che hanno grossomodo l’età di mia figlia maggiore – e non dovrebbe ciò farmi sentire ridicolo? (Risposta: no, no assolutamente.)

4. In conclusione, il mio sogno è sempre quello: diventare il golfista più bravo che io possa diventare. Per cui non mi scoraggia il fatto di arrivare a fondo classifica in una gara del genere: al contrario, mi incentiva a fare di più e meglio. Ovvero, come disse Ben Hogan ad un giovanissimo Gary Player al termine dello US Open del 1958 in cui Player era giunto secondo:

– Bravo ragazzo, ben fatto; diventerai un grande giocatore. Esercitati tanto.
– Certo, pratico almeno quanto fa lei, Mr. Hogan.
– Bene. Ora raddoppia.

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Apr 04

Golf Club Varese
Mi trovo nel bel mezzo di una gara importante, una di quelle che fino allo scorso anno si chiamavano ufficiali e sono adesso invece nazionali 72/54: ovvero i 40 più i pari merito che passeranno il taglio oggi, dopo le prime 36 buche, ne faranno domani altre 36. (Di conseguenza questo post, per questa volta mi scuseranno i miei lettori, non è scritto con la pianificazione e la calma che uso di solito: è una sorta di “diretta dal campo”.)

Be’, ieri non sono andato bene (troppi bogey, troppe disattenzioni) e questo mi lascia sostanzialmente libero, nel giro di oggi pomeriggio, di giocare in tranquillità. Non che prevedessi comunque di passare il taglio – troppo qualificato il field rispetto al mio gioco attuale -, però a livello teorico la possibilità c’è per tutti. Ma del resto già il “semplice” fatto di essere qui è una sorta di riconoscimento, e dunque ne sono felice.

Il campo, che non conoscevo, mi piace molto: un classico parkland molto tecnico (se ne veda l’analisi di Alberto Binaghi), divertente da giocare e che richiede un’attenzione costante.

Tutto considerato essere qui è già una vittoria. Un’altra volta ne tirerò di meno, per adesso va bene così.

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Feb 21

I Ciliegi, putting green
Quest’anno per me è iniziato, golfisticamente parlando, in maniera diversa rispetto a tutti gli altri dieci che l’hanno preceduto. La differenza fondamentale sta nell’avere una tessera di campo pratica anziché una quota completa, ragion per cui il campo va pagato ogni volta. Un po’ è il clima di crisi generale, certo, per cui ogni singolo euro ora va soppesato con attenzione, e un po’ è quell’army golf da cui pare non si possa uscire. (Ne parlo e ne riparlo, ma chi mi sente?)

Io, comunque, sono contento così. In fondo, anche se il golf è ovviamente quello giocato in campo, mi è sempre piaciuta l’idea di passare ore e ore in campo pratica a provare e riprovare allo sfinimento i vari colpi. Un pomeriggio in putting green, per dire, non mi è un concetto sconosciuto e non mi pesa per nulla. (Lunedì sono andato in campo pratica solo per stare in putting green: un’ora e mezza io e i putt da 1-2 metri.)

Va da sé che bisogna mettere sull’altro piatto della bilancia quel che si perde, a stare così tanto in un singolo posto. Ma io mi sento un novello (si fa per dire) epigono di Ben Hogan o di Vijay Singh, ovvero qualcuno che trova la pratica avvincente almeno quanto il campo. O, per dirla con il Piccolo principe,

C’est le temps que tu as perdu pour ta rose qui fait ta rose si importante.

Alla fine delle fini non considero perduto quel tempo, lo considero un percorso di conoscenza.

E poi c’è la competizione, che sta chiaramente su un livello diverso. Adesso mi preparo per bene – ben sapendo che non sarò mai pronto come vorrei –, e il prossimo mese comincia la stagione per davvero. I’ll keep you posted, and thanks for asking.

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Gen 31

Corsica
È stata, per me, un’esperienza purtroppo anonima. Potrei citare a mia difesa uno stato influenzale, ma la verità è che sabato ho giocato malissimo, senza appello; domenica mi sono ripreso un poco, ma 79 colpi sono comunque tanti.

Qualche considerazione va in ogni caso fatta.

Durante il primo giro ero “disconnesso” da me stesso: la parte dolente era quella mentale. Il che era già iniziato da giorni: le sere prima – la sera prima, in particolare – non riuscivo a visualizzare me sul campo, non riuscivo ad andare to the movies, per dirla con Jack Nicklaus. Questo, ormai lo so, è un segno pressoché sicuro che la gara non sarà all’altezza (perché anche se il mio status è di dilettante, mentalmente quando mi preparo ad una gara considero di essere un pro – che ciò sia reale o no non fa molta differenza, nella visualizzazione della competizione).

A questo senso di inadeguatezza si sono accompagnate lacune tecniche: sono stato un disastro attorno ai green (sabato ho fatto 2 up and down su 12, e qui c’è già qualunque spiegazione si possa ricercare), e stranamente sui green mi trovavo spesso in seria difficoltà, poiché non riuscivo ad avere un’idea precisa della velocità del colpo. Ho giocato male e basta, insomma. Pazienza.

Tre le note positive:

– ho rivisto tanti amici (voglio ricordare in particolare Filippo e Luca, miei compagni di avventura a Tolcinasco): noto con piacere che Sanremo è un appuntamento importante per tante persone, non solo per me;

– sabato lungo tutto il giorno ho assistito ad uno spettacolo magnifico: per la prima volta in vita mia ho visto distintamente la Corsica (e Capraia e l’Elba) dal campo: è stato meraviglioso a dire poco;

– ha vinto Leonardo Galli, che è per me l’epitome del bravo ragazzo e golfista serio e appassionato, una sorta di proiezione all’indietro (ok, tanto all’indietro) di me stesso: e mi piace ricordare che venerdì avevo fatto la prova campo con lui (stessa cosa due anni fa con Lorenzo Guanti che poi vinse).

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Gen 24

Sanremo, buca 16
Be’, è difficile dire qualcosa di nuovo o particolarmente originale su questa gara, per me senza dubbio la più bella dell’anno.

Ma insomma una nuova stagione è alle porte, e sono felice di misurarmi nuovamente con un vero campo: dopo tre mesi di campo pratica, in cui ho imparato e digerito moltissimo, non vedo l’ora di avere un “responso”. Perché nel golf you are your numbers, si sa.

La settimana prossima racconterò come sarà andata. (Ma comunque vada, il solo fatto di esserci è fonte di gran felicità per me.)

Per ora parlo solo dell’attesa (la magia del luogo, la casa di Casera e così via), con una menzione ad un compleanno – il quinto – di questo blog, che il 22 gennaio 2009 prendeva l’abbrivio con un timido post dedicato, è appena il caso di ricordarlo, a questa gara.

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Gen 17

VLUU L110  / Samsung L110
Il succo è questo: l’anno scorso il mio handicap è sceso in maniera decisa perché la mia pratica è cambiata.

Ovvero: sono riuscito a diventare molto meno meccanico e a basarmi molto di più sulle sensazioni. Non è, per fare un esempio, questione di tirare cento ferri 6 tutti uguali, tutti dritti, tutti più o meno perfetti, quanto piuttosto di coprire una medesima distanza con dieci bastoni differenti.

Provare, ad esempio, a fare 100 metri col drive, o a colpire di volo un obiettivo posto a 40 metri col ferro 6. Per esempio.

La mia pratica di oggi è molto più creativa. Questa è una chiave fondamentale per andare oltre, per superare i propri limiti.

E poi c’è la parte mentale, naturalmente. Per esempio, il passare da un handicap tre virgola ad uno due virgola è per il 90% lavoro mentale. Ci sto lavorando da tempo, è il mio obiettivo del momento; seguo l’insegnamento di Bob Rotella e me lo sogno. Ma so che non ci arriverò raddoppiando la pratica: ci arriverò pensando nella maniera corretta in campo pratica, e poi naturalmente in campo.

Sono discorsi che forse possono apparire astrusi, ma oggi – dopo anni di pratica guidata soprattutto dal numero di ore passate in campo pratica, dal numero di palle tirate – credo che il fulcro della pratica sia qui.

Un giorno, per esempio, avevo dato un titolo alla pratica. Quel titolo era Fade e immaginazione. Ovvero, prima ero andato nella zona approcci e mi ero messo a 50 metri: da lì ho tirato una quarantina di palle con sand, F8, F6, F4 e ibrido (non necessariamente in quest’ordine). Poi ho fatto lo stesso da 90 metri (drive incluso), e infine ho terminato con approccini intorno al green (da 15 a 5 metri dall’asta).

Poi sono sceso sotto, nel campo pratica vero e proprio, e ho tirato una cinquantina di fade con F7, F5 e ibrido. Quello che mi era piaciuto molto di quella sessione era stato vedere i diversi voli di palla, le diverse reazioni della palla a bastoni diversi e dunque la necessità di usare l’immaginazione per determinati colpi. Il tutto non necessariamente allo scopo di adoperarli in campo, ma come supporto allo sviluppo della sensibilità, del tocco e – appunto – dell’immaginazione.

La sensazione finale, a pratica terminata, era decisamente interessante: mi sembrava di capire un po’ di più sia della meccanica che del feeling del mio golf. È una sensazione difficile da tradurre in parole ma decisamente positiva.

La singola parola che descrive meglio il golf è ritmo. Poi penso alla tecnica naturalmente – grip, transition e quant’altro –, ma le sensazioni guidano la pratica, e qui c’è una chiave fondamentale per il miglioramento deciso.

Golf immaginifico. Il cerchio si chiude.

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