Leggero


Il post di oggi è quasi impalpabile. È un semplice racconto di sensazioni.

Negli ultimi cinque giorni mi è successo per tre volte di andare in campo solo per la gioia di giocare.

Domenica pomeriggio alla Margherita è stata la prima delle tre, e anche la più lieve. Ero lì per il solito allenamento, ma mi sentivo leggero, pronto anche a perdere tempo (quando per me, hoganianamente, golf is serious business). Ho incontrato una golfista che conosco da qualche tempo. Abbiamo fatto cinque buche insieme. Ho giocato soltanto per la gioia del giocare. Voglio dire, c’era il sole, si chiacchierava dei figli, di tante cose, e io non pensavo. Ovvero per una volta non era importante dove un tiro andasse a finire, se un putt entrasse o meno. È stata una passeggiata. Sensazioni estranee ma piacevoli.

Poi di nuovo mercoledì. E di nuovo ieri. Ieri verso il tramonto ho provato un’incantagione dei sensi: il campo deserto, solo io e l’amico a giocarci una birra e sfotterci per i brutti colpi, a dirci quanto è bello giocare a golf quando vien la […] continua a leggere »

Refocus

Sento il bisogno di fermarmi a pensare a dove voglio andare. Il “problema” è che il golf è un processo senza fine: il mio swing è una cosa viva, che cresce con me, ha dei momenti di assoluto flow e altri di stanca, si imbatte in fenditure, a volte fa difficoltà ad andare avanti. Il proprio swing è una sorta di figlioletto, o una proiezione di sé.

Né posso dimenticare il fatto che il mio corpo invecchia, e che all’età mia le tensioni che derivano da questioni extragolfistiche (lavoro, famiglia eccetera) hanno il loro peso nel non farti giocare liberamente. (Nota laterale: giocare, che bella parola. Giocare per la gioia del giocare, come faccio a volano con mia figlia piccola.) Paragone irriverente: la carriera di Ben Hogan fu di fatto abbreviata anche dalla Ben Hogan Company: il desiderio dell’uomo di costruirsi un futuro dopo il golf rese il suo golf giocato più difficile, e quasi superfluo, dopo il 1953.

Mi aiuta il mio “diario di bordo”, ovvero quel luogo dove annoto i miei pensieri tecnici sullo swing, quel che mi accorgo di sbagliare e quel che invece dovrei fare, e come lo dovrei fare. È una sorta di blog privato, […] continua a leggere »

Bergamo, lezioni di umiltà

Non ho passato il taglio al Mattone d’oro.

Non è un dramma, ma era una gara cui tenevo e dopo il primo giro avevo tutte le carte in regola per passare. Sarebbe stato un fatto normale, perché avevo un cuscino di colpi notevole. Ma forse ho anticipato mentalmente le sensazioni che avrei provato nel sapermi a giocare il terzo e quarto giro, o forse – più semplicemente – ciascun giro di golf fa storia a sé. In sostanza sono partito con un doppio bogey rocambolesco alla 1, dove ho fatto tutti gli errori possibili e ho finito per imbucare da fuori green; in seguito mi sono ripreso, ma lasciando troppi colpi gratuiti al campo.

Il risultato finale è stato un inguardabile 84 (dopo il 79 del giorno prima), che mi ha lasciato fuori di un colpo. Un colpo è poco, è pochissimo, ma ad un certo punto il taglio cade – ed è caduto lì.

Non dico di essere contento di non aver giocato l’ultimo giorno, ma per il gioco espresso sabato è certamente meglio e più giusto così: non sarebbe stato corretto che qualcuno che ha giocato come me passasse alla fase successiva.

Ho totalizzato cinque […] continua a leggere »

Mattone d’oro

Questa è una gara cui tengo particolarmente. Vi partecipai due anni fa e poi di nuovo l’anno scorso, e serbo ottimi ricordi di entrambe le esperienze.

Scrivo queste note dopo il primo giro di oggi: sono dunque pensieri “provvisori”, per così dire. Il numero è 79, che non è certamente un risultato super ma è comunque qualcosa di onesto: i giri si possono infatti analizzare e spiegare allo sfinimento, ma alla fine conta solo il numero. Sono secondo a pari merito sulle quarantotto partenze del mattino; occorre tenere conto del fatto che i pezzi da novanta hanno giocato soprattutto al pomeriggio e dunque è tutto relativo, ma comunque sono soddisfatto.

Del resto oggi non mi sono curato del risultato, e nemmeno il doppio bogey della 16 mi ha tolto il sorriso e la sensazione della gioia del giocare. Ovviamente il mio obiettivo è passare il taglio; ma questa è una gara che mi mette allegria, e se non accadrà non ne farò un dramma. Sono già assolutamente contento di essere qui, quel che è successo e succederà è comunque […] continua a leggere »

Autotelicamente parlando

Cattura
Sabato scorso, al termine della gara alla Margherita, provavo un sentimento che stava tra lo scoramento e la frustrazione, misti a un senso di stanchezza.

Un po’ pensavo alle barriere che ancora non sono riuscito – non ancora, perlomeno – a superare, alle tendenze che si ripetono. Il risultato finale (77) di per sé non è malaccio, ma di nuovo non sono riuscito a tenere nel finale, e in più ho fatto tre volte tre putt, fatto per il quale ero più attonito che deluso.

Ero stanco morto. Pensavo a Butch Harmon, che dice che nel tuo campo devi giocare *sempre* sotto par, altrimenti sei scarso (“If you’re not shooting four or five under every time you tee it up at your home course, where you know every little break, then you’re no good.”). La mia autostima golfistica non era di conseguenza ai massimi livelli.

Sono andato in campo pratica, ho tirato quaranta ferri 5 pensando al ritmo e al finish.

Ho pensato a Ben Hogan – Ben Hogan c’entra sempre –, e alle distrazioni occorsegli dopo il suo anno […] continua a leggere »

Emozioni da Masters

Sì, il post di oggi è abbastanza “telefonato”. Però quando arriva la settimana del Masters è come se il golf salisse di un gradino, perché tutto in quell’ambito è assolutamente perfetto. Questa competizione, poi, si inquadra in un contesto generale di splendidi tornei del PGA Tour: ho ancora davanti agli occhi, per dire, il putt alla 72ma di Padraig Harrington per andare al play-off all’Honda Classic, così come il fantastico play-off al Valspar e la vittoria di J.B. Holmes allo Shell Houston Open di domenica scorsa.

Ma il Masters, il Masters è un’altra cosa. E allora oggi rammenterò alcuni episodi della prima giornata che ho apprezzato particolarmente.
AP
Il tee shot alla 1 dell’honorary starter Arnold Palmer.
Lui che dice: “I just don’t want to fan it”.

I tweet del sempreverde Dan Jenkins. Come questo:

65-year-old Tom Watson is one under through 11. What’s he trying to do, kill golf?

Chiedersi perché i mostri sacri debbano giocare se non riescono a stare sotto i 90. Forse la presenza di Olazabal e […] continua a leggere »

Dopo un 75

Sabato, prima gara della stagione alla Margherita, ne ho tirati 75. E nel golf you are your numbers e 75 è un numero rispettabile, per un dilettante. Tuttavia non ero molto soddisfatto.

Non lo ero per via di due mancanze, una mentale e una tecnica:

– quella mentale, ovvero il tenere il risultato quando stai giocando bene, cosa che sabato non sono riuscito a fare: infatti se dopo 9 buche ero -3, nelle seconde ho fatto +6;

– quella tecnica, più facilmente risolvibile, ovvero gli approccini dal rough dai 30-50 metri, quando occorre alzare la palla e farla fermare in uno spazio breve.

La parte tecnica non è così importante. O meglio, ha la sua rilevanza ma si cura con lunghe sessioni all’area approcci (cosa che naturalmente sto già facendo) e poi portando tale esperienza in campo. La parte mentale, invece, in questo caso viene prima.

Faccio un passo indietro. Le prime 9 sono state pressoché perfette:
score
Noto, su tutto, gli undici putt (due volte ho fatto due putt). Tutto funzionava. Il -3 può essere considerato un risultato molto […] continua a leggere »

Massimo Scarpa, Il mio golf

Il mio golf
Massimo Scarpa è un fine conoscitore del golf in tutte le sue sfaccettature, come testimoniano la sua carriera sullo European Tour (con una vittoria), il suo lavoro di commentatore per Sky e soprattutto di team manager e direttore tecnico della squadra nazionale professionisti (e di maestro, ovviamente).

Ha da poco dato alle stampe questo interessante libro, manuale di immediata utilità che si inserisce bene nell’asfittico panorama della letteratura golfistica scritta da autori italiani.

Il volume parte, per così dire, dal fondo: ovvero dalla nuova conoscenza che la tecnologia ha portato al golf (Trackman, Flighscope, SAM PuttLab e quant’altro), per esaminare come tutto ciò influisce sul nostro apprendimento. A partire dal punto fondamentale, che fino a pochi anni fa immaginavamo soltanto e che invece oggi conosciamo con certezza: lo swing non è uno soltanto, ma sono almeno due. Detto con le sue parole:

In pratica per ottenere un volo di palla dritto servono due movimenti diversi: […] continua a leggere »

Temo il momento in cui…

BHNY
Quando Ben Hogan nel 1953 vinse la Triple Crown (prese parte a tre major e ne vinse tre – il quarto, il PGA Championship, non sarebbe stato possibile sia per la logistica che per la formula match play che drenava troppe energie alla sua salute precaria) era arrivato all’apice della sua straordinaria parabola golfistica: il che vuol dire che da quel momento ebbe inizio il declino.

È un paragone irriverente, lo so. Ma è per dire che temo il momento in cui arriverò al mio massimo golfistico, al mio minimo handicap di sempre, e da lì i drive cominceranno – magari in maniera poco percettibile – ad accorciarsi, i ferri saranno (di poco) meno diritti, gli approcci solo mezzo metro più in là, i putt sborderanno lievemente, ogni tanto, anziché entrare dead center.

Già ora le difficoltà non sono poche: la vista mi è calata, per dire. Lunedì in palestra facevo molta più fatica del solito a fare le cose di sempre. Del resto ho l’età in cui la stragrande maggioranza dei miei coetanei pensa al golf come a un […] continua a leggere »

Tecnicamente parlando

Gianni
Ho fatto il punto sul mio golf. Ogni tanto ci vuole, occorre fermarsi a pensare a quel che abbiamo fatto, a quel che stiamo facendo e a quel che vogliamo fare.

Negli ultimi mesi ho lavorato tanto sullo swing, a fare modifiche piccole e grandi. È un processo senza fine, perché lavorare sullo swing è come andare in cantina: c’è sempre qualcosa da fare.

Il mio diario è pieno di note. Ormai è un’abitudine, arrivato a casa, scrivere quel che ho pensato e scoperto nel giorno, gli errori e gli spunti, il fatto e il da fare (quando c’è da scrivere, chiaramente, non tutti i giorni). È un’idea suggerita tra gli altri da Ben Hogan nelle Five Lessons. Poi lo rileggo ogni tanto e lo trovo utile. Altrimenti non saprei dove mi trovo.

Credo di essere migliorato nel lag. Parlando di lag, nei mesi scorsi avevo cercato millanta drill, e trovato utile principalmente questo (e continua a leggere »