Feb 07

the last putt
Quando si pensa allo US Open del 1950, la mente corre subito alla foto più famosa dell’intera storia del golf. Del resto il punto da dove partì quel ferro 1, là dove una targa ricorda

JUNE 11, 1950
U.S. OPEN
FOURTH ROUND
BEN HOGAN
ONE-IRON,

è un problema reale per quel campo, poiché virtualmente chiunque passi di lì vuole cercare di rivivere quell’emozione.

Ma c’è una questione che gli storici del golf hanno sottovalutato, ed è il fatto che quando quel ferro atterrò in green Hogan aveva ancora due putt da una distanza considerevole per forzare un play off. I giochi, insomma, erano tutt’altro che fatti (e la storia in questo insegna, perché nello US Open del 1956 Hogan mancò un putt da 1,2 metri sull’ultimo green, cosa che gli impedì di andare al play off; e – ma ora vado a memoria – mi pare che la stessa cosa gli sia successa in un altro caso in un major).

Soprattutto, bisogna considerare che dopo il primo putt gli rimase il colpo che tutti i golfisti sanno essere in assoluto il più difficile nel golf: il putt da 90 centimetri.

(Non è un caso che Dave Pelz in Golf without fear indichi questo come il colpo più difficile, proponendo poi delle soluzioni per un problema che nel golf è fondamentale.)

Anche Tiger ha riconosciuto la difficoltà di quel momento sul green: si vede qui, al minuto 4:09. E subito dopo si vede come la palla sia entrata in maniera quasi casuale dal bordo destro, ma avrebbe potuto benissimo uscire. Insomma quall’ultimo putt era tutt’altro che scontato, Mr Hogan avrebbe potuto mancarlo e la storia sarebbe stata differente.

(Glad he sank it.)

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Gen 31

Corsica
È stata, per me, un’esperienza purtroppo anonima. Potrei citare a mia difesa uno stato influenzale, ma la verità è che sabato ho giocato malissimo, senza appello; domenica mi sono ripreso un poco, ma 79 colpi sono comunque tanti.

Qualche considerazione va in ogni caso fatta.

Durante il primo giro ero “disconnesso” da me stesso: la parte dolente era quella mentale. Il che era già iniziato da giorni: le sere prima – la sera prima, in particolare – non riuscivo a visualizzare me sul campo, non riuscivo ad andare to the movies, per dirla con Jack Nicklaus. Questo, ormai lo so, è un segno pressoché sicuro che la gara non sarà all’altezza (perché anche se il mio status è di dilettante, mentalmente quando mi preparo ad una gara considero di essere un pro – che ciò sia reale o no non fa molta differenza, nella visualizzazione della competizione).

A questo senso di inadeguatezza si sono accompagnate lacune tecniche: sono stato un disastro attorno ai green (sabato ho fatto 2 up and down su 12, e qui c’è già qualunque spiegazione si possa ricercare), e stranamente sui green mi trovavo spesso in seria difficoltà, poiché non riuscivo ad avere un’idea precisa della velocità del colpo. Ho giocato male e basta, insomma. Pazienza.

Tre le note positive:

– ho rivisto tanti amici (voglio ricordare in particolare Filippo e Luca, miei compagni di avventura a Tolcinasco): noto con piacere che Sanremo è un appuntamento importante per tante persone, non solo per me;

– sabato lungo tutto il giorno ho assistito ad uno spettacolo magnifico: per la prima volta in vita mia ho visto distintamente la Corsica (e Capraia e l’Elba) dal campo: è stato meraviglioso a dire poco;

– ha vinto Leonardo Galli, che è per me l’epitome del bravo ragazzo e golfista serio e appassionato, una sorta di proiezione all’indietro (ok, tanto all’indietro) di me stesso: e mi piace ricordare che venerdì avevo fatto la prova campo con lui (stessa cosa due anni fa con Lorenzo Guanti che poi vinse).

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Gen 24

Sanremo, buca 16
Be’, è difficile dire qualcosa di nuovo o particolarmente originale su questa gara, per me senza dubbio la più bella dell’anno.

Ma insomma una nuova stagione è alle porte, e sono felice di misurarmi nuovamente con un vero campo: dopo tre mesi di campo pratica, in cui ho imparato e digerito moltissimo, non vedo l’ora di avere un “responso”. Perché nel golf you are your numbers, si sa.

La settimana prossima racconterò come sarà andata. (Ma comunque vada, il solo fatto di esserci è fonte di gran felicità per me.)

Per ora parlo solo dell’attesa (la magia del luogo, la casa di Casera e così via), con una menzione ad un compleanno – il quinto – di questo blog, che il 22 gennaio 2009 prendeva l’abbrivio con un timido post dedicato, è appena il caso di ricordarlo, a questa gara.

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Gen 17

VLUU L110  / Samsung L110
Il succo è questo: l’anno scorso il mio handicap è sceso in maniera decisa perché la mia pratica è cambiata.

Ovvero: sono riuscito a diventare molto meno meccanico e a basarmi molto di più sulle sensazioni. Non è, per fare un esempio, questione di tirare cento ferri 6 tutti uguali, tutti dritti, tutti più o meno perfetti, quanto piuttosto di coprire una medesima distanza con dieci bastoni differenti.

Provare, ad esempio, a fare 100 metri col drive, o a colpire di volo un obiettivo posto a 40 metri col ferro 6. Per esempio.

La mia pratica di oggi è molto più creativa. Questa è una chiave fondamentale per andare oltre, per superare i propri limiti.

E poi c’è la parte mentale, naturalmente. Per esempio, il passare da un handicap tre virgola ad uno due virgola è per il 90% lavoro mentale. Ci sto lavorando da tempo, è il mio obiettivo del momento; seguo l’insegnamento di Bob Rotella e me lo sogno. Ma so che non ci arriverò raddoppiando la pratica: ci arriverò pensando nella maniera corretta in campo pratica, e poi naturalmente in campo.

Sono discorsi che forse possono apparire astrusi, ma oggi – dopo anni di pratica guidata soprattutto dal numero di ore passate in campo pratica, dal numero di palle tirate – credo che il fulcro della pratica sia qui.

Un giorno, per esempio, avevo dato un titolo alla pratica. Quel titolo era Fade e immaginazione. Ovvero, prima ero andato nella zona approcci e mi ero messo a 50 metri: da lì ho tirato una quarantina di palle con sand, F8, F6, F4 e ibrido (non necessariamente in quest’ordine). Poi ho fatto lo stesso da 90 metri (drive incluso), e infine ho terminato con approccini intorno al green (da 15 a 5 metri dall’asta).

Poi sono sceso sotto, nel campo pratica vero e proprio, e ho tirato una cinquantina di fade con F7, F5 e ibrido. Quello che mi era piaciuto molto di quella sessione era stato vedere i diversi voli di palla, le diverse reazioni della palla a bastoni diversi e dunque la necessità di usare l’immaginazione per determinati colpi. Il tutto non necessariamente allo scopo di adoperarli in campo, ma come supporto allo sviluppo della sensibilità, del tocco e – appunto – dell’immaginazione.

La sensazione finale, a pratica terminata, era decisamente interessante: mi sembrava di capire un po’ di più sia della meccanica che del feeling del mio golf. È una sensazione difficile da tradurre in parole ma decisamente positiva.

La singola parola che descrive meglio il golf è ritmo. Poi penso alla tecnica naturalmente – grip, transition e quant’altro –, ma le sensazioni guidano la pratica, e qui c’è una chiave fondamentale per il miglioramento deciso.

Golf immaginifico. Il cerchio si chiude.

Gen 10

Nazionale
L’ultimo Mondo del Golf pubblica una lettera, firmata da una cinquantina di partecipanti alla preselezione al Golf Nazionale, i quali si lamentano per le condizioni del campo sul quale sono stati costretti a giocare una gara così importante per loro (il che è comprensibile: in sostanza di tratta di un concorso pubblico che assegna dei “posti” di lavoro).

Alcune considerazioni.

Il disagio comincia giorni prima, perché ogni anno è una lotta con i soci del circolo per la prova campo; giustamente un giocatore vuole provare il percorso prima e, ogni volta, tra le gare e il dover far passare avanti i soci del circolo non si riesce mai a concludere niente.

Questo è effettivamente un problema, uno che ho sperimentato in prima persona nel 2011, quando feci la stessa cosa. Certamente non si può pretendere che degli aspiranti professionisti ricevano lo stesso trattamento dei professionisti (in fondo quando sei là giochi soltanto a fare il pro), però visto che in palio non c’è solo una medaglia ma una possibile carriera – otto di questi ragazzi, comunque vada, diverranno maestri –, si tratta di una questione che la Federgolf dovrebbe affrontare: perché non si risolverà da sé.

Il campo pratica viene definito “vergognoso” nella lettera. Ebbene, anche questo credo sia abbastanza vero. Anche qui, non è che possiamo costruire autostrade a sette corsie perché a Ferragosto ci sarà il pienone, però le condizioni in cui trovai quel campo pratica due anni fa (e risulta evidente che le cose non sono cambiate nel frattempo) non sono di fatto adeguate ad una gara del genere.

Perché non investire qualche soldino in questa gara? Perché non investire nel futuro del golf?

La nota stonata a questa lettera, peraltro garbata e civile, è il fatto che sia firmata: coloro che l’hanno scritta hanno chiesto di restare anonimi. E questo, sinceramente, non lo condivido: non lo condivido, ragazzi, perché vi pone in una posizione di svantaggio. Avete tutte le ragioni per lamentarvi, ma fatelo con nome e cognome. Metteteci la faccia, così chi sta dall’altra parte dovrà fare lo stesso – o almeno sarà costretto a pensare di farlo.

Perché un grosso problema nel confrontarsi con le organizzazioni – parlo in generale, non del caso specifico che mi auguro avrà la risposta che merita – è che esse non hanno onore, non hanno faccia: sono un corpo grandissimo senza testa, che va avanti per la propria strada senza guardare i diritti di nessuno. (Mai avuto a che fare, chessò, con Equitalia o con l’INPS?)

Quindi plaudo la vostra lamentela e sono con voi: ma uno per uno, con nome e cognome.

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Gen 03

The Fine Green Line
Ho riletto, a distanza di tanto tempo, questo libro (ne avevo parlato qui).

(L’ho riletto sia perché adoro rileggere i bei libri, sia perché la questione del professionismo è ancora irrisolta dentro di me – nonostante ogni prova e ogni evidenza, è ancora nella mia lista delle cose da fare prima di morire.)

Ho evidenziato tre passaggi che, per motivi diversi, mi hanno colpito (non sono capace a leggere un libro senza un evidenziatore, ed è per questo che faccio fatica a leggere libri presi a prestito, dalla biblioteca o da amici, e mi limito a scorrerli con sufficienza. Non è questione di “possesso”, ma semplicemente che sottolineare dei passaggi mi aiuta a immagazzinare meglio i contenuti, e a distanza di tempo mi piace andare a rivedere che cosa mi aveva colpito in un volume, mi aiuta a riprenderlo in mano.)

Anyone in his late-thirties or forties still playing on the mini-tours is not a strictly rational human being.

E questo è vero: se io fossi un essere razionale, lascerei da parte sogni come questo (fòle, in termini leopardiani) e guarderei al golf “solo” come ad una splendida attività da fare all’aria aperta nel tempo libero. Sarebbe sufficiente, e nessuno potrebbe avere nulla da ridire. Ma forse non sono un essere razionale, o forse non voglio crescere.

Champions are their vision, and it’s concrete. Wanna-bes merely have a vision, and it’s abstract.

Questa è una citazione dallo psicologo sportivo Chuck Hogan, e coglie bene l’essenza di un vero professionista, quel suo terribile desiderio di primeggiare, quell’incredibile confidenza che una vera star ha in se stessa, qualunque cosa succeda. E di ciò abbiamo infiniti esempi. Uno che mi colpì particolarmente fu una dichiarazione di David Duval dopo lo US Open del 2009 (ne parlai qui):

I stand before you certainly happy with the way I played, but extremely disappointed,” Mr. Duval said afterwards. “I had no doubt in my mind that I was going to win this golf tournament.”

Infine:

Always before I had loosely imagined there to be no more than, say, a dozen necessary skills in golf: the drive, a few distinct types of iron shots, the pitch, the chip, the sand shot, the putt, and a few cute variations thereof. Master those, more or less, and you were off to the races. But now I was beginning to see that in reality golf encompassed a vast matrix of skills – four or five hundreds of them, including various psychological skills, if one sat down and analyzed the situation. And each skill clamored for attention.

Che è, in parole povere, la differenza tra noi e loro.

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Dic 27

Five Lessons
L’ultimo post dell’anno è dedicato a questo blog, che contiene la traduzione in italiano delle Five Lessons di Ben Hogan.

(Tra parentesi mi rendo conto che, anche se quest’anno ho parlato spesso di Ben Hogan – e conto di farlo ovviamente, e sempre più, in futuro –, non ho mai scritto una vera e propria recensione di questo libro. Ma forse è perché tale recensione è di fatto inutile, dal momento che io renderei questa lettura obbligatoria per qualunque golfista seriamente intenzionato a migliorare.)

L’ho letto qua e là e non nel dettaglio, non so quindi giudicare in profondità; ma da quel che ho visto la traduzione mi sembra corretta e sostanzialmente completa, e dunque affidabile.

Un plauso quindi al golfista che se ne è fatto carico, Andrea Gandolfi.

E siamo poi sulla stessa lunghezza d’onda quando l’autore parla del “segreto” di Ben Hogan:

Fa sorridere pensare che in realtà, e ne sono praticamente certo, non vi è nessun segreto nello swing di Ben Hogan. Tutto ciò che vi è da sapere è scritto, nero su bianco, nelle pagine che avete appena letto. E la dedizione con cui il grande Hogan spiega ogni particolare dello swing non lascia dubbi. […]
Alla domanda che un giornalista gli fece per l’ennesima volta, su quale fosse il suo segreto, Ben Hogan rispose laconico, forse sconsolato: “The secret is in the dirt”, il segreto sta nella polvere. Tutti iniziarono a pensare all’attacco della palla, alla zolla. In realtà Ben Hogan intendeva dire che il segreto sta tutto nella polvere del campo pratica, nel sudore e nella fatica quotidiana.
Non un segreto dunque, ma come lui stesso dice più volte, una sequenza coordinata di azioni, eseguite correttamente fino a quando non diventano istintive. Second nature, per la precisione. Tutto qui.

Allargando il discorso, mi viene da pensare che questa potrebbe essere una strada per così dire dal basso utile a risolvere l’annoso problema delle traduzioni di golf in italiano. In breve: gli editori pagano poco perché possono pagare poco, dato che le vendite sono scarse; ma hanno di conseguenza poco in termini di traduzioni di libri: i lettori ottengono dunque poco e non sono invogliati a comprare. Il classico cane che si morde la coda. Ma blog come questo, che vengono di fatto a sostituire un libro – in questo caso, direi anzi il libro di golf par excellence –, possono essere una maniera di superare il problema. Il tutto in un’ottica di Web 2.0, di wiki eccetera.

Una maniera di scavalcare dal basso il problema. Occorre pensarci.

Restano, ovviamente, i problemi legati al diritto d’autore; ma credo che di questi tempi ogni strada che possa portare nuovi adepti al golf non sia da trascurare. (Nuovi adepti, ovvero non rubarsi i clienti tra circoli con pratiche al limite della correttezza, ma fare avvicinare al golf persone nuove.)

Insomma la traduzione in italiano delle Five Lessons apre delle porte possibili. E questa è una sorta di augurio che faccio al golf italiano per il 2014 e gli anni a venire: di trovare tanti adepti innamorati di questo sport magnifico, di questa attività così carica di significati e gioia e bellezza.

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Dic 20

VLUU L110  / Samsung L110
Domenica ho portato a termine la mia prima mezza maratona.

Che cosa c’azzecca col golf? Eh, tanto, per i motivi detti qui e qui.

Oggi desidero analizzare quella prestazione sportiva, per come l’ho vissuta io, cercando il parallelismo con il golf.

La prima corrispondenza è nel sogno [sic]. Ovvero, come dice Bob Rotella, per fare una cosa devi prima sognarla, la devi immaginare nella tua mente – nel sogno, appunto – con vividezza di dettagli. Devi sapere che è così, perché sono incredibili le cose che ti capitano dopo che le hai sognate. (Io mi sono sognato a lungo, negli anni passati, con un handicap inferiore a 4, così come adesso il sogno si fa più ardito, scende ancora più in basso nella scala numerica…)

L’altro parallelismo che mi riguarda direttamente è nel carattere: ovvero, ripensando adesso a quella corsa mi rendo conto di essere andato troppo piano. Avrei potuto fare meglio e di più. (Lo farò la prossima volta, certamente; e farò lo stesso nel golf. Keep grinding.)

Poi ci sono i giochi mentali, ovvero quegli stupidissimi (ma efficaci) trucchetti che ho messo in pista nella seconda parte di gara per andare avanti senza perdere il ritmo. E qui il paragone è con quando ti trovi sotto di parecchi colpi rispetto al tuo score teorico a qualche buca dalla fine, e la cosa migliore – e nello stesso più difficile – che tu possa fare è lasciar andare, ovvero pensare a giocare colpo per colpo, fiducioso che il risultato si prendere cura di se stesso da sé.
Un Po di Corsa
Infine – infine – c’è il senso di appagamento che hai quando termini una prestazione sportiva fatta come si deve: le endorfine vengono rilasciate a poco a poco, tu stai bene con te stesso, mente e corpo respirano e sentono all’unisono, l’armonia è dentro di te.

Dic 13

Jack Nicklaus, Il mio golf
Il golfista più vincente della storia è entrato in questo blog molto di rado e sempre in maniera molto tangenziale; ma colmo oggi la lacuna recensendo Il mio golf, che traduce l’originale Golf My Way del 1974.

Lo spunto mi viene da Gio Valiante, che qui dichiara di rimanere basito quando un golfista che vuole veramente diventare bravo gli dice che non ha mai letto Jack Nicklaus. Lui in realtà si riferisce a My Story e non a questo volume; cionondimeno mi ha messo il tarlo in mente. Ebbene, sono riuscito a procurarmi una copia del libro che ho letto con molto interesse.

Sono due i concetti che trovo assolutamente attuali e applicabili:

– l’idea che un colpo non deve necessariamente essere diritto: Nicklaus ha giocato buona parte della sua carriera col fade (credo che Ben Hogan abbia avuto una discreta influenza in questo), e dunque ascoltare dalle sue proprie parole la logica e l’esecuzione di questo e altri colpi è non solo interessante, ma foriero di sviluppi e di applicazione pratica;

– l’idea di timing come prodotto di tempo e ritmo (il ritmo essendo a mio parere uno dei concetti più pregni di significato nel golf, uno di quelli che ti porta davvero a score bassi): ho letto con interesse le sue considerazioni sul come trovare il ritmo, per esempio con una sessione di pratica a piedi uniti.

Certo, un libro di quarant’anni fa non può non portare su di sé la polvere degli anni. Diversi concetti sono superati dal tempo (tanto per dire: chi usa più il ferro 1?), e trovo anche che i disegni non siano all’altezza dell’opera (nulla di paragonabile, nemmeno lontanamente, a quanto fece Anthony Ravielli con Ben Hogan). Ma insomma è una lettura che appassiona. È di difficile, ma non impossibile, reperibilità.

E mi ha fatto piacere anche vedere che la cura dell’edizione è di Mario Camicia, perché il libro è ben fatto e ben tradotto: considerando che ha più di 35 anni, ovvero risale ad un’epoca quasi pionieristica del golf in Italia, si tratta di un piccolo gioiello.

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Dic 06

Final Rounds
Un libro come questo – ahimè – mai avrebbe potuto essere stato scritto in Italia. Final Rounds, opera prima di James Dodson, che ha prodotto la migliore – nel senso di più informata e dettagliata – biografia di Ben Hogan, è infatti un libro che coniuga golf e vita. Ma i 100mila golfisti nostrani rendono il golf un’attività d’élite e non, come accade altrove e come dovrebbe essere, uno sport o un gioco che può anche contribuire ad avvicinare le persone, costringerle a guardarsi dentro e – se sono molto fortunate – anche a sconfiggere i propri demoni.

(Ricordo che uno dei miei primi pensieri relativi al golf, quando mi avvicinai a questo sport quasi dieci anni fa, riguardava i pensieri che si possono avere quando si è sul campo: “A che cosa pensi tra un colpo e l’altro?” Ricordo che questo pensavo quando in campo non ero stato mai.)

(E ho un sogno piccolo e grande nello stesso tempo: portare, ad un costo politico e per tutti i bambini e ragazzini, il golf nelle scuole materne, elementari e medie della mia cittadina.)

L’autore narra in queste pagine una storia vera: tanti anni fa decise di intraprendere finalmente quel viaggio golfistico che per troppo tempo aveva rimandato con il padre morente nella patria del golf. (Rimandiamo, come siamo soliti rimandiamo indefinitamente fino a che la morte ci coglie e ci toglie dall’imbarazzo.) E quel viaggio – a journey e non a trip, come sottolinea il padre (e non è una sottigliezza) – diventa l’occasione per conoscere meglio una persona amata e giunta al limitar di vita, un uomo saggio ma anche spiritoso e tenero e debole e forte allo stesso tempo.

Personalmente adoro la qualità di scrittura di James Dodson, e ho goduto della lettura di questo viaggio: un viaggio di golf, certamente, ma prima di tutto un viaggio alla scoperta di se stessi, un viaggio fatto anche per fare i conti col passato e rendere omaggio al proprio genitore (come ormai dovrebbe essere chiaro, il tempo è circolare e tutto torna).

E allora vorrei vedere tanti italici Dodson a raccontare di golf: pur nella patria del pallone mi piacerebbe leggere molto ma molto ma molto di più libri come questo, dove il golf è quasi una scusa, non solo un morbo e una passione.

Well played, Mr. Dodson.

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